Israele mai così a destra: la preoccupazione dei palestinesi

Articolo pubblicato originariamente su Globalist

“Siamo vicini a un a grande vittoria” è il primo commento dell’ex premier e leader dell’opposizione Benjamin Netanyahu

Dopo lo spoglio del 62% dei seggi il blocco dei partiti che sostengono Benyamin Netanyahu si avvia a conquistare 69 seggi sui 120 della Knesset, trainato dall’affermazione del partito del leader, il Likud (33 seggi), ma anche dall’ottimo risultato della destra estrema “Sionismo religioso” (14 seggi). A riferirlo è Canale 12 che nel primo exit poll aveva assegnato 61 seggi. Alle liste che sostengono il premier centrista Yair Lapid andrebbero, al momento, solo 47 seggi.

Benjamin Netanyahu si è rivolto alla folla dei sostenitori scesi in piazza per celebrare i risultati. “Abbiamo ottenuto un enorme voto di fiducia da parte del popolo israeliano”, ha detto “Bibi” ai suoi sostenitori nella sede elettorale del Likud. Quindi la promessa di formare “un governo nazionale stabile”, mentre i suoi sostenitori lo hanno interrotto più volte definendolo Bibi, il re d’Israele.

Le elezioni del 1 novembre sono state le quinte in meno di quattro anni e nonostante la stanchezza dell’opinione pubblica per lo stallo politico, il 71,3% degli elettori si è recato a votare, la percentuale più alta dalle elezioni del 2015.

Una grande rivincita per Netanyahu che potrebbe ora tornare ad occupare la poltrona del premier di Israele da cui è stato rimosso a suo dire “ingiustamente” dai suoi rivali nel mondo politico, nella magistratura e nella polizia, mentre al tribunale di Gerusalemme veniva incriminato per corruzione, frode ed abuso di potere. Si tratta del quinto tentativo di Netanyahu in tre anni e mezzo di conquistare alla Knesset una maggioranza che gli consenta di governare. In passato ha anche guidato governi di transizione. Ma alle elezioni di un anno e mezzo fa, inaspettatamente, si è trovato estromesso dall’ufficio del premier ed “espulso” dalla residenza ufficiale di via Balfour a Gerusalemme che era divenuta il simbolo stesso dell’influenza accumulata dalla famiglia Netanyahu: in particolare della moglie Sarah e del figlio maggiore Yair.
Lo ha allora sostituito una coalizione composta da ben otto liste (di destra, di centro, di sinistra ed anche una formazione araba) guidata prima da Naftali Bennett e poi, da luglio, da Yair Lapid. Netanyahu ha subito chiarito che non era disposto ad accettare quell’avvicendamento al potere ritenendo che Bennett – pur di aggiudicarsi il timone del Paese – avesse tradito il pubblico nazional-religioso che lo aveva votato. La scarsa considerazione verso il successore è stata espressa da Netanyahu in maniera eloquente quando, dopo 12 anni di governo, dedicò a Bennett appena mezz’ora per il passaggio delle consegne di Israele. Il senso era chiaro: questo è un governo illegittimo, la sua durata sarà breve. Da allora Netanyahu ha ingaggiato una guerra di logoramento contro il suo rivale. Alla Knesset il Likud ha boicottato sistematicamente il lavoro delle commssioni. Poi ha cercato di smantellare dall’interno la coalizione di Bennett (che disponeva alla Knesset di una maggioranza molto risicata). Membri della coalizione vicini a posizioni della destra sono stati quindi “marcati da vicino” dai sostenitori di ‘Bibi’ Netanyahu, importunati, seguiti in tutti i loro spostamenti ed anche sotto casa. La pressione psicologica ha avuto effetto. La fragile coalizione di Bennett ne ha risentito e alla fine della primavera Netanyahu ha ottenuto un primo successo con lo scioglimento anticipato della legislatura. Negli ultimi mesi Netanyahu ha saputo invece compattare al meglio il Fronte delle destre assicurandosi un sostegno d’acciaio sia da due partiti ortodossi, sia dai nazional-religiosi espressione del movimento dei coloni. Con questa manovra il Likud si è spostato sensibilmente più a destra, ed ha accentuato gli attacchi contro la magistratura indicata da Netanyahu come la regista del processo nei suoi confronti. Il Netanyahu modello 2022 è dunque in cerca non solo di una rivincita personale ma anche di un riesame rigido e profondo dei rapporti fra potere politico e giudiziario. I suoi futuri alleati di governo sostengono peraltro che adesso il processo a Netanyahu dovrebbe essere annullato. Se l’esito degli exit poll sarà confermato, la rivincita politica di Netanyahu inizia da domani, mentre il sistema istituzionale di Israele appare indirizzato verso una revisione profonda.

I palestinesi commentano con preoccupazione. La vittoria del centro-destra di Benjamin Netanyahu è “una dimostrazione che i palestinesi non hanno in Israele un partner per la pace” ha detto il primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Mohammed Shtayyeh, “i risultati delle elezioni alla Knesset sono un risultato naturale della crescita dell’estremismo e del razzismo nella società israeliana”. Il premier dell’Anp ha quindi parlato della “avanzata dei partiti religiosi di estrema destra alle elezioni israeliane” come di “una testimonianza dell’aumento dell’estremismo e del razzismo nella società israeliana e di cui il nostro popolo ha sofferto per anni”.

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