Mentre in sella al suo scooter stava andando a casa di suo zio, un sedicenne viene ucciso dalla polizia israeliana

Articolo pubblicato originariamente su Haaretz e tradotto dall’inglese

Un adolescente palestinese di Gerico stava andando a trovare dei parenti nella periferia della città quando si è trovato nel mezzo in un’incursione della Polizia di Frontiera. Un solo sparo d’arma da fuoco lo colpì uccidendolo. “Due terroristi, compreso quello oggetto della vostra inchiesta, sono stati eliminati”, ha detto la polizia ad Haaretz.

Di Gideon Levy e Alex Levac

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Lo scooter, un SYM 125, è ammaccato e rigato nella parte anteriore e su entrambi i lati. Macchie di sangue secco costellano il manto stradale, il sedile e il corpo. Una fotografia del motociclista, il giovane, o dovremmo dire ragazzo, Qusai Walaji, è appesa al manubrio del veicolo sfasciato. È parcheggiato nel cortile di casa Walaji, in Kitaf al-Wad Street, in un quartiere residenziale di Gerico. Questa settimana è diventato un memoriale per Qusai, che è stato ucciso a colpi di arma da fuoco. Aveva 16 anni al momento della sua morte.

Abbiamo parlato a lungo quando questa settimana abbiamo incontrato il padre in lutto, Omar Walaji, di suo figlio e della sua morte per mano della Polizia di Frontiera una settimana prima. Omar era sempre cordiale, disinvolto, dice il padre parlando di suo figlio, appena ucciso, come se stesse parlando del figlio dei vicini. Ma poi, verso la fine della nostra conversazione, quando gli abbiamo posto di nuovo la domanda che inizialmente aveva eluso, se e quando avesse avuto un crollo, il suo viso si è improvvisamente contratto e le sue labbra tremavano. Ha provato con tutte le sue forze a trattenere le lacrime, ma non ci riuscì. Versò le lacrime amare di un padre che piange un figlio amato.

“Avete riaperto la ferita”, disse uno degli altri due figli di Omar, che erano nella stanza.

Omar ha raccontato di aver pianto solo quando ha visto il corpo di suo figlio all’Ospedale di Gerico, mentre i medici tentavano, invano, di rianimarlo. Non aveva più pianto da allora, ma ora le lacrime scorrevano intrattenibili. Imbarazzato, corse in bagno a lavarsi la faccia, come un ragazzo rimproverato che fosse stato mandato via, e tornò nascondendo il viso in un asciugamano. Il pianto non si placò molto facilmente. Qusai se n’è andato.

Qusai abbandonò la scuola in seconda superiore per aiutare la sua famiglia. Aveva un lavoro in un negozio di verdure a Gerico che appartiene a suo zio, e poi, la sera, lavorava a casa con suo fratello preparando le foglie di iuta che vengono usate per fare la zuppa, per integrare le sue entrate. Quando siamo andati a trovarli, in fondo al soggiorno c’erano dei sacchi pieni di piante. La famiglia del giovane è originaria del villaggio di Wallaja, adiacente a Gerusalemme. Nel 1948 persero la loro terra e fuggirono nel campo profughi di Deheisheh, vicino a Betlemme; alla fine si trasferirono a Gerico. La casa dei Walaji è un palazzo a tre piani che ospita la famiglia allargata.

A Gerico fa molto caldo in agosto e i grandi dispositivi portatili di raffreddamento dell’aria Emek Coolers, di fabbricazione israeliana, funzionano ininterrottamente. Omar è un uomo basso e tarchiato di 51 anni, che fino alla settimana scorsa aveva cinque figli. I suoi figli maggiori, Ahmed, 26 anni, e Mohammed, 22, entrambi alti e di bell’aspetto, servono ai loro ospiti caffè amaro e datteri dolci. Mohammed ha lavorato fino a poco tempo fa in una filiale della catena di supermercati Rami Levy nell’insediamento di Mishor Adumim, dove si occupava di “ordinazioni e imballaggio”, dice in ebraico. Dopo che la Polizia di Frontiera ha ucciso suo fratello, però, il suo permesso di lavoro gli è stato automaticamente revocato. Le famiglie palestinesi in lutto vengono sempre punite due volte: la prima volta con la morte di una persona cara e la seconda con la privazione dei propri mezzi di sostentamento.

I fratelli hanno cercato di convincere Qusai a tornare a scuola ma non gli piaceva studiare e non ha più voluto. Lavorava al negozio di verdure tutti i giorni alle 16:00. fino alle 2 del mattino, prima di tornare a casa a occuparsi delle piante di iuta. Durante l’estate la gente qui preferisce lavorare di notte e dormire di giorno. Infatti, mentre attraversavamo la città sotto il cocente sole pomeridiano all’inizio di questa settimana, le strade stesse sembravano essere sciolte dal caldo.

L’ultimo giorno della sua vita, Qusai non andò a lavorare ma rimase a casa a riposare, come faceva a volte. Solo Mohammed andava a lavorare nel negozio dello zio; i due ci andavano insieme sullo scooter di Qusai. Quel giorno, lunedì 14 agosto, Qusai lavorò con le piante e verso le 2:30 del mattino di martedì è uscito a comprare le sigarette. Circa un’ora dopo, ha preso lo scooter e si è diretto al campo profughi di Aqabat Jabr, situato nella periferia Nord di Gerico.

Negli ultimi mesi Aqabat Jabr è diventata un luogo militante e insanguinato. Quasi ogni notte, i soldati delle Forze di Difesa Israeliane e le truppe della Polizia di Frontiera fanno irruzione nel campo per eseguire “operazioni di arresto” tanto provocatorie quanto inutili; in alcune occasioni le truppe arrivano anche di giorno, come abbiamo visto nella nostra precedente visita qui, lo scorso marzo.

All’inizio di febbraio, a seguito di un attacco in cui un ristorante di proprietà di coloni che si trova sullo svincolo di Almog sul Mar Morto è stato preso di mira, in cui nessuno è rimasto ferito, le forze dell’IDF e della Polizia di Frontiera hanno organizzato un’invasione su larga scala del campo, da dove pensavano provenissero i sospetti uccidendo cinque giovani in una notte, secondo le autorità israeliane. Ma la gente nel campo dice che non è ancora chiaro esattamente chi e quanti siano stati effettivamente uccisi, dal momento che Israele ha trattenuto i corpi. Una madre, che pensava che suo figlio fosse stato ferito, è arrivata in un ospedale in Israele ed è rimasta sconvolta nello scoprire che il paziente nel letto non era suo figlio, che, come è emerso, era stato ucciso (“Giorni Tragici Negli Annali Di Un Campo Profughi Palestinese”, 31 marzo 2023: https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=1377437639715753&id=100023485904130)

L’anno scorso, 13 giovani palestinesi sono stati uccisi a Aqabat Jabr, un gran numero per un piccolo campo, una volta considerato tranquillo. Il 10 aprile, i soldati hanno ucciso lì un quindicenne, Mohammed Balahan; la settimana scorsa era un sedicenne.

Qusai era in viaggio nelle prime ore di martedì verso la casa di suo zio e dei suoi cugini, la famiglia Indi, nel campo profughi, dove era di casa. Circa un quarto d’ora dopo la sua partenza, i suoi fratelli ricevettero un messaggio da un amico del campo che li informava che Qusai era stato ferito e portato all’Ospedale di Gerico. Insieme al padre si precipitarono in ospedale, apprendendo pochi minuti dopo che l’adolescente era stato dichiarato morto. Qusai è stato sepolto alle prime luci dell’alba, perché la famiglia non voleva tenere il suo corpo in frigorifero, ci dicono.

Quella notte la Polizia di Frontiera aveva organizzato un’incursione su larga scala ad Aqabat Jabr, entrando nel campo poco prima dell’arrivo di Qusai. Se avesse saputo che le forze erano entrate nel campo non si sarebbe avvicinato, dicono i suoi fratelli. La missione della Polizia di Frontiera era quella di prendere in custodia un uomo di Fatah, Abu al-Assal, un’operazione che ha scatenato la Resistenza da parte di militanti armati. Le truppe hanno preso posizione sui tetti.

Lo zio di Qusai vive non lontano dalla casa dove è stato arrestato il ricercato. In un’altra parte del campo, la Polizia di Frontiera aveva già ucciso Mohammed Najum, 25 anni, bagnino nella piscina di Gerico, apparentemente nel corso di scontri a fuoco scoppiati con i militanti. Ma Qusai, un giovane di 16 anni, era appena arrivato; è difficile credere che avesse un’arma o che abbia preso parte agli scontri. Ha lanciato pietre dallo scooter? Va contro ogni convinzione. La sua famiglia dice che non riescono nemmeno a immaginare un tale scenario. Ammettono di non conoscere ancora tutti i dettagli di quanto accaduto; non hanno indagato personalmente sull’incidente.

Secondo Aref Daraghmeh, ricercatore sul campo nella Valle del Giordano per l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, Qusai è arrivato sulla scena per caso dopo essere entrato nel campo ed è stato colpito da un proiettile da poche decine di metri di distanza. È convinto che Qusai non fosse armato. Un proiettile ha colpito l’adolescente al petto e fatto cadere dallo scooter. I giovani lo hanno caricato su un’auto privata e portato di corsa in ospedale.

Un portavoce della polizia israeliana ha dichiarato questa settimana, in risposta a una domanda di Haaretz: “Il 15 agosto 2023 le forze di sicurezza hanno svolto un’operazione per eseguire l’arresto di un ricercato e per perquisire la sua casa alla ricerca di armi. Nell’ambito degli scontri a fuoco avvenuti tra le forze dell’ordine e i militanti del campo, sono stati eliminati due terroristi che avevano aperto il fuoco contro le forze, tra cui l’individuo oggetto della vostra inchiesta”.

Quindi l’oggetto della nostra inchiesta era un terrorista.

“Era giovane”, dice il padre in lacrime di suo figlio, con la voce di nuovo rotta. “Così giovane”.

Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del giornale. Levy è entrato in Haaretz nel 1982 e ha trascorso quattro anni come vicedirettore del giornale. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med per il 2008; il premio libertà di Lipsia nel 2001; il premio dell’Unione dei giornalisti israeliani nel 1997; e il premio dell’Associazione dei Diritti Umani in Israele per il 1996. Il suo nuovo libro, La punizione di Gaza, è stato pubblicato da Verso.

Alex Levac è diventato fotografo esclusivo per il quotidiano Hadashot nel 1983 e dal 1993 è fotografo esclusivo per il quotidiano israeliano Haaretz. Nel 1984, una fotografia scattata durante il dirottamento di un autobus di Tel Aviv smentì il resoconto ufficiale degli eventi e portò a uno scandalo di lunga data noto come affare Kav 300. Levac ha partecipato a numerose mostre, tra cui indiani amazzonici, tenutesi presso l’Università della California, Berkeley; la Biennale israeliana di fotografia Ein Harod; e il Museo di Israele a Gerusalemme. Ha pubblicato cinque libri.

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