“Walled off” di Vin Arfuso e Anwar Hadid: un film che apre il cuore all’intifada cinematografica e alla liberazione palestinese

Articolo originariamente pubblicato su The New Arab e tradotto dall’inglese da Beniamino Rocchetto

Il documentario d’esordio di Vin Arfuso e Anwar Hadid “Walled Off” sancisce un momento decisivo nel cinema palestinese. Approvato da un elenco di attivisti costellato di celebrità, il film attirerà sicuramente un nuovo pubblico sensibile nei confronti della difficile situazione palestinese.

Di Ahmed Shihab-Eldin

“Sono il primo della mia famiglia a tornare in Palestina, compresi i miei nonni”, esordisce Vin Arfuso. “Voglio che le persone capiscano la causa palestinese per la libertà e la dignità e perché dovrebbero sostenerla”.

Il trentenne regista e produttore americano di origini palestinesi e italiane Vin Arfuso non è estraneo alla causa palestinese e la sua passione per la lotta e la resistenza è palpabile nel suo debutto alla regia con Walled Off (Cinti dal Muro).

In una potente collaborazione con il modello e musicista americano-palestinese Anwar Hadid, Roger Waters dei Pink Floyd e Kweku Mandela, il nipote dell’ex Presidente sudafricano Nelson Mandela, Walled Off, accompagna gli spettatori in un viaggio attraverso la Palestina occupata, esponendo l’assurdità dell’occupazione israeliana mescolando voci critiche e sincere che umanizzano i palestinesi e tessono una narrazione che evidenzia il potere dell’arte politicamente e socialmente impegnata.

Il titolo del film è ispirato al The Walled Off Hotel (Hotel Cinto dal Muro) di Banksy, situato vicino al controverso muro di separazione israeliano a Betlemme, uno dei simboli più sorprendenti dei 55 anni di occupazione di Israele, che è diventato un importante centro per le manifestazioni ed esposizioni d’arte

“Questa è la mia creatura. Il fatto che Roger Waters abbia visto qualcosa che ho realizzato e abbia voluto farne parte mi fa sentire come se avessi fatto qualcosa di buono”, ha detto Vin riguardo a Walled Off, che sarà ufficialmente presentato in anteprima a New York ad ottobre.

UMANIZZARE LA CAUSA PALESTINESE

Walled Off è stato presentato per la prima volta ad Albenga, in Italia, il mese scorso, con un entusiasmante applauso e un’ovazione del pubblico per la sua capacità di rompere il silenzio e la propaganda e di documentare la natura oscena dell’occupazione in un modo che informa e coinvolge.

“Spero che la gente esca dalla sala dopo aver visto il film comprendendo quanto sia terribile l’occupazione israeliana”, mi ha detto Vin candidamente dopo la cena.

L’anteprima del film, co-prodotto da Anwar, è stata ispirata da un viaggio del 2019 che i due amici hanno fatto insieme nella Cisgiordania occupata.

“L’idea ci è venuta come un modo per umanizzare il popolo palestinese e da lì si è semplicemente evoluta”, spiega Anwar, 23 anni.

Il fratello più giovane delle modelle Gigi e Bella Hadid, come i suoi fratelli, ha parlato della causa palestinese. Il loro padre, Mohamed Hadid, è nato a Nazaret e costretto a fuggire dalla Palestina con la sua famiglia quando era solo un bambino.

“L’idea iniziale era quella di fare un documentario, ma non avevamo un piano”, continua Vin. “Ho portato una cinepresa Super 8 e girato filmati, e quando siamo tornati a casa Anwar stava per far uscire il suo album, quindi ho detto di utilizzare parte di questo filmato della Palestina per realizzare un video musicale”.

Il film si immerge nei momenti memorabili del loro viaggio in Patria, seguendo Anwar mentre esplora il Walled Off Hotel di Betlemme, di proprietà e progettato dall’artista britannico Banksy, che descrive la vista dalle stanze come “il panorama peggiore di qualsiasi Hotel del mondo”.

“Sapevo che filmare il Walled Off Hotel sarebbe stato un buon approccio per attirare gli americani con Banksy, quindi intrecciare la linea temporale dell’occupazione attraverso l’arte”, aggiunge Vin.

“Una cosa tipo: ‘vi piace l’arte davvero controversa?’ Così ho pensato, devo trovare qualcosa per coinvolgerli”.

La proiezione è stata abbinata alla mostra personale di debutto A Child Is Born In Bethlehem (Un Bambino Nato a Betlemme) dell’anonimo artista-attivista Cake$, che usa l’arte urbana per protestare contro la barriera di separazione di Israele in Cisgiordania.

“Entrambe le forme d’arte sono state istruttive e dirette, assolutamente nulla è stato addolcito”, spiega la giornalista e collezionista d’arte anglo-palestinese Zayna Al-Saleh, che ha curato la mostra.

Cake$, che nasconde la sua vera identità e si descrive sulla sua pagina Instagram come un “artista della prigione a cielo aperto”, ha creato più di 300 opere a Betlemme negli ultimi quattro anni.

“Lo spettacolo non era una denuncia sociale, ma è invece radicato nell’attivismo artistico, su tutti i fronti”, dice Zayna.

DOVE “VIVONO GLI ANIMALI”

Gran parte del film è presentato in stile guerrigliero perché la maggior parte della sua attrezzatura è stata confiscata durante il suo arrivo in Israele.

L’arrivo a Tel Aviv è stata un’esperienza sconvolgente e che fa riflettere sia per Vin che per Anwar.

“Appena atterrati, siamo saliti su un taxi a Tel Aviv e abbiamo chiesto di andare a Jericho dove alloggiavamo in quel momento”, racconta Anwar. “Il tassista israeliano ci ha detto che è dove vivono gli “animali”. Ha proceduto a portarci lì, ma prima del nostro arrivo si è fermato davanti a un’unità di polizia e ci fece perquisire e controllare i documenti”.

In confronto, a Gerico, la città natale di suo padre, solo una delle numerose città palestinesi che hanno visitato, dice di essersi sempre sentito al sicuro, “Mi sono sempre sentito così ben accolto da bellissime persone”.

Vin ha iniziato a montare il film nel febbraio 2020. “Avevo tutto il tempo del mondo allora a causa della pandemia”.

“L’ho mostrato al mio amico Nabil che è un regista e mi disse di raggiungerlo a casa di suo figlio. Arrivo e siamo io, lui e suo figlio, solo che non avevo capito che suo figlio era il nipote di Mandela, o che fosse un regista o un produttore, finché non ha detto: “Mi è piaciuto molto e apprezzo il modo in cui hai rappresentato mio nonno”.

Alla fine avrebbe collaborato con Kweku Mandela, nipote dell’ex Presidente sudafricano Nelson Mandela, che guida il pubblico attraverso l’era di Oslo nel film, e il chitarrista dei Pink Floyd Roger Waters come produttori per completare il progetto.

“Poi ho inviato una presentazione all’agente di Roger Waters e loro mi hanno subito risposto dicendo che volevano vedere una parte del film. Gliel’ho inviato e il giorno dopo ho ricevuto un’e-mail dallo stesso Roger Waters”.

Vin mi dice che per lui la sfida più grande, anche dopo aver recuperato la maggior parte della sua attrezzatura, è stata in realtà la musica.

C’erano volte prima che Kweku e Roger venissero coinvolti in cui lo fissava e pensava: “Ho passato tutto questo tempo. Non padroneggio questa musica e so per certo che alcune delle tracce che ho scelto, non sarò in grado di usarle, dovrò rifare tutta quanto. Non sarò in grado di inserire molta della musica nella bozza che hai visto, neanche per un milione di dollari”.

LASCIARSI DIETRO QUALCOSA DI IMPORTANTE

Con i giornalisti licenziati per aver definito Israele uno Stato di apartheid e Meta (Facebook) che ammetteva che le sue politiche violavano la libertà di espressione dei palestinesi censurando le loro voci e incidendo negativamente sui loro diritti umani, ho dovuto chiedergli delle possibili reazioni negative e delle accuse inevitabilmente infondate di “antisemitismo” che sarebbero probabilmente arrivate per aver criticato il regime di Apartheid di Israele. Ne ha preso atto, ma non sembrava infastidito.

“Ovviamente ci sono delle ‘reazioni’, ma ben vengano, perché avvalorano la mia tesi”, dice con assoluta convinzione. “Sto solo cercando di difendere i diritti umani in Palestina. Se vengo minacciato di non poter lavorare qui, o ricevo minacce fisiche o verbali, lo denuncerò e lo pubblicherò, e dirò che sta succedendo perché sto dicendo che non penso che Israele dovrebbe continuare a sparare ai bambini nell’impunità”.

Anwar fa eco a un sentimento simile: “Non possiamo preoccuparci delle conseguenze negative che potrebbe avere sulle nostre carriere, altrimenti non faremmo il lavoro che stiamo facendo”.

Quando Vin si diplomò, la sua carriera si stava muovendo nella direzione che aveva immaginato. Ha iniziato con la videografia, ha lavorato come assistente e, poco prima di iniziare a girare questo documentario, stava già girando per grandi studi e registi.

“Stavo realizzando cortometraggi e video musicali e contenuti social per grandi artisti e moti marchi della moda. Andava tutto bene, ma non stavo facendo nulla di rilevante. Poi, in qualche modo, ho deciso di mettere tutto in attesa, di prendere la decisione più grande di tutti i tempi.

La conversazione si è spostata su alcuni amici e colleghi comuni del settore che, si erano realizzati si potrebbe dire, e probabilmente, erano più ingegnosi.

Alla fine, interviene: “Lo dico dalla terza elementare. Sono stato palestinese per tutta la mia vita. Sono cresciuto nell’era successiva all’11 settembre, quindi parlerò sempre di certe cose, ad esempio la guerra in Iraq”.

Ammette che, costantemente, da quando ha avuto i social media ha postato sulla Palestina e sì, a volte le persone gli dicono: “Yo, dovresti starne alla larga”.

Avendo appena incontrato Vin, la mia prima impressione è che sia un amico e uno studioso con una vera convinzione. “Il motivo principale per cui ho iniziato a fare film è perché siamo qui solo per un certo periodo di tempo”, dice. “Si lascia sempre qualcosa. Questo è il mio lascito. Probabilmente quello che avrebbe dovuto essere il mio ultimo film, è il mio primo, e mi ci sono buttato.

“Ci saranno momenti in cui dirò: ‘Vorrei che non mi seguissero perché ho detto questo o quello, anche se sarà un po’ scomodo’. Ma non è più importante del motivo per cui l’ho fatto”, dice Vin.

“Sono molto entusiasta di questo film”, aggiunge Anwar. “Spero che io e Vin potremo lavorare insieme su più progetti.”

Vin sembra essere sulla stessa linea, con piani per continuare ad alimentare il corso della narrazione palestinese.

“Questo è davvero l’inizio dell’Intifada Globale”, dice Vin con aria di sfida. “L’Intifada Digitale. L’Intifada Cinematografica. Faremo tutte queste cose”.

Ahmed Shihab-Eldin è un giornalista, produttore e attore nominato agli Emmy. Di recente ha lasciato la sua posizione di Senior Presenter per AJ+, dove ha prodotto documentari pluripremiati incentrati sulla giustizia sociale e sui diritti umani. In precedenza Ahmed ha lavorato come reporter e produttore per Al Jazeera English, nonché per The New York Times, The Huffington Post e PBS. Ahmed è ampiamente noto per aver creato e co-ospitato il programma di punta di Al Jazeera English “The Stream”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *