Rafah a gocce: tra droni e corridoi militari, Israele decide chi vive e chi muore

Articolo pubblicato originariamente su Pagine Esteri

Di Eliana Riva

Il valico di Rafah ha riaperto oggi, per la prima volta dopo quasi due anni di sigilli totali. Le truppe israeliane lo hanno distrutto e bloccato nel maggio 2024, consentendo una breve apertura per le evacuazioni mediche durante i pochi mesi del cessate il fuoco all’inizio del 2025. Nonostante gli accordi di tregua firmati a ottobre, la popolazione palestinese continua a vivere in condizioni estreme, schiacciata da un blocco che Tel Aviv ha solo allentato. Nella Striscia mancano cibo, acqua, carburante e medicinali; mancano persino i mezzi pesanti per rimuovere le tonnellate di macerie e i materiali necessari a riparare le tende dei rifugiati, le case mobili, le infrastrutture elettriche e fognarie distrutte. In questo scenario apocalittico, la riapertura di oggi viene descritta dai leader occidentali come un traguardo fondamentale, ma i numeri e le modalità del transito raccontano una realtà diversa.

L’Unione Europea, attraverso il capo della politica estera Kaja Kallas, ha accolto la notizia definendola un “passo avanti concreto nel piano di pace”. Kallas ha inoltre confermato che una missione civile dell’UE è già sul campo per monitorare le operazioni e supportare le guardie di frontiera palestinesi. Tuttavia, mentre la diplomazia esulta, le autorità sanitarie avvertono che il sistema di screening di sicurezza imposto da Israele è talmente lento e complicato da minacciare la vita stessa delle migliaia di vittime di guerra.

I dati sulla crisi sanitaria sono impietosi. Sono circa 20.000 i palestinesi che attendono un’evacuazione medica urgente, tra cui 4.000 bambini e altrettanti malati oncologici che non hanno più accesso ad alcuna cura. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, i ritardi e i blocchi sistematici già attuati da Israele hanno causato la morte di almeno mille pazienti inseriti nelle liste di evacuazione. Eppure, in questo primo giorno, le fonti dell’Associated Press parlano di appena 50 persone autorizzate in entrata e 50 in uscita. Una sproporzione drammatica confermata dal dottor Mohammed Abu Salmiya, direttore dell’ospedale al-Shifa: dei 450 pazienti in condizioni critiche nel solo nord di Gaza, oggi solo 5 hanno ricevuto il via libera. Se le uscite, come pare, non supereranno il numero di 150 al giorno, non termineranno prima di circa cinque mesi, durante i quali molte vite potrebbero essere perdute.

Il controllo di Tel Aviv sul valico rimane assoluto e vessatorio. Chi entra deve superare un checkpoint militare denominato “corridoio Regavim”, dove l’esercito effettua lunghe perquisizioni nonostante possieda già i dati , la storia personale e i legami familiari di ogni individuo. Anche per chi esce il controllo non viene meno, gestito attraverso sistemi di sorveglianza facciale da remoto. Ogni passaggio deve essere accettato ed approvato da Israele, che continua quindi a controllare completamente l’accesso e l’uscita da Gaza, scegliendo discrezionalmente i nominativi e i numeri.

Sulla reale portata di questa apertura pesano molti dubbi, ai quali né Israele né il “Board of Peace” trumpiano hanno dato risposta. Dopo aver comunicato l’avvio della “seconda fase” del piano statunitense per la Striscia, i nodi più importanti non sono stati sciolti. Anche su Rafah: non è ancora chiaro se il passaggio resterà un’esclusiva per le evacuazioni mediche o se sarà effettivamente permesso il transito ad altre categorie di civili, né quali siano i criteri di selezione che Israele continuerà ad applicare arbitrariamente. Senza un meccanismo trasparente e numericamente significativo, Rafah non sarà la “linea vitale” auspicata da Bruxelles, ma l’ennesimo strumento di controllo militare su una popolazione che continua a morire in attesa di un permesso.

Intanto, mentre si parla di Rafah e di pace, Israele continua a compiere attacchi mortali. Nel sud, le cannoniere hanno bombardato le tende degli sfollati ad al-Mawasi: in quella che Tel Aviv ha definito una “zona umanitaria sicura” le sue navi da guerra hanno ucciso un bambino di appena tre anni, Iyad Ahmed Naeem al-Raba’i. Un’altra vittima è stata segnalata nel nord, a Jabalia.

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