Caso Mohammad Hannoun, se anche la giustizia si trasforma in propaganda

Articolo pubblicato originariamente su Kritika

L’ordinanza di custoodia cautelare di Mohammad Hannoun è un caso da manuale di tesi precostituita a partire da un assioma: musulmano = terrorista.

L’ordinanza della Procura di Genova che dispone misure cautelari contro Mohammad Hannoun e altri membri dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese (ABSPP) è un documento monumentale: oltre 300 pagine di accuse, prove, ricostruzioni storiche e analisi giuridiche. Dovrebbe essere l’esempio di come la giustizia italiana affronta con rigore e obiettività un caso complesso e delicato.

Invece, quello che emerge da un’analisi attenta delle prime sessanta pagine – solo le prime sessanta, un quinto del totale – è qualcosa di profondamente diverso e inquietante: una sistematica opera di falsificazione storica, manipolazione dei fatti, omissione di prove contrarie e adozione acritica della narrativa di una parte in causa – Israele – per costruire un’imputazione che non si limita a colpire singoli individui, ma criminalizza l’intero universo del sostegno umanitario e politico alla causa palestinese.

In questo articolo documentiamo le falsificazioni più gravi individuate nelle prime sessanta pagine, ma non è un catalogo tecnico: è la storia di come la giustizia può trasformarsi in propaganda quando accetta di essere strumento di un’agenda politica.

Quando i premi Nobel diventano talebani: Il caso del Bangladesh

Cominciamo dalla falsificazione più grottesca, quella che più di ogni altra rivela il metodo e l’agenda di questo documento. Tra le pagine 23 e 25, in una sezione dedicata a dimostrare che “ogni movimento islamico è fondamentalmente jihadista”, il documento presenta la rivoluzione studentesca del Bangladesh del luglio-agosto 2024 come un esempio di violenza islamista comparabile alle azioni dei talebani.

Secondo l’ordinanza, nel 2024 studenti bengalesi perpetrarono “violenza diffusa indiscriminata” contro minoranze religiose, causarono “pesanti perdite” alle forze dell’ordine e si comportarono come estremisti religiosi. L’equiparazione è esplicita: siccome taliban in pashto significa “studenti”, allora gli studenti musulmani bengalesi (i quali ovviamente non parlano pashto) che manifestano sono, di fatto, talebani.

C’è solo un problema: questa versione è l’esatto opposto di ciò che accadde.

La rivoluzione del Bangladesh dell’estate 2024, conosciuta come “July Revolution” o “Gen Z Revolution”, fu un movimento pro-democrazia guidato da studenti universitari laici delle università più prestigiose del paese. Iniziò come protesta contro un sistema di quote per i lavori pubblici percepito come corrotto, e si trasformò in una rivolta popolare quando il governo della premier Sheikha Hasina rispose con una violenza brutale.

Le forze di sicurezza governative aprirono il fuoco sui manifestanti disarmati, uccidendo tra 800 e 1,400 persone – per lo più studenti. Il governo ordinò di sparare a vista. Le Nazioni Unite documentarono quello che definirono un assassinio di massa governativo, il “Massacro di luglio”. Non fu una violenza degli studenti: fu un massacro di studenti.

Quando il regime crollò, si formò un governo ad interim guidato da Muhammad Yunus – premio Nobel per la Pace, fondatore della Grameen Bank, icona globale della lotta contro la povertà. Due leader del movimento studentesco entrarono nel nuovo governo. Le Nazioni Unite celebrarono l’evento come “student-people uprising contro il fascismo”.

Il documento inverte completamente la realtà: le vittime diventano carnefici, i massacratori diventano vittime, una rivoluzione democratica diventa jihad islamista.

Perché questa falsificazione così spudorata in un documento su Hamas? Perché serve a sostenere una tesi centrale del documento: che ogni affermazione di moderazione da parte di movimenti islamici è menzogna tattica. Se anche studenti universitari che chiedono democrazia sono “in realtà” jihadisti, allora certamente Hamas non può essere sincero quando parla di politica invece che di guerra. La falsificazione storica diventa strumento per costruire una logica inattaccabile: qualsiasi cosa faccia Hamas, qualsiasi cosa dica, è terrorismo.

E il metodo è chiaro: studente musulmano = estremista. La similitudine etimologica diventa identità politica. L’orientalismo non è un sottotesto: è il testo.

Le vittime che scompaiono

Ma la falsificazione del Bangladesh, per quanto clamorosa, è quasi marginale. Le omissioni più gravi riguardano il cuore dell’accusa: la realtà della Palestina occupata, fino ad arrivare al genocidio in corso da due anni, completamente omesso dalle carte.

L’intero preambolo sulla nascita storica di Hamas, tutto il racconto della vita di questa formazione, sembrano puntare a una tesi già scritta: non quella di un territorio occupato e di una popolazione privata del suo diritto all’autodeterminazione fino a diventare vittima di pulizia etnica e genocidio, ma quella di una formazione votata alla jihad semplicemente in quanto antisemita, e antisemita semplicemente in quanto musulmana.

Non viene menzionata la Nakba (1948) né l’espulsione di 750.000 palestinesi dalle loro case e terre; vengono ignorate completamente le politiche di colonizzazione e apartheid; non vengono citate le violenze dei coloni o le demolizioni di case palestinesi. Ogni azione di Hamas è defintia terrorismo, ma non vengono qualificate mai come tali le azioni israeliane contro civili.
Il documento conta meticolosamente le vittime israeliane (484 morti in attentati) ma ignora le migliaia di palestinesi uccisi. A leggerlo, sembra quasi che l’occupazione israeliana non sia mai esistita o sia del tutto marginale, in questa vicenda storica.

Riguardo al 7 ottobre, il documento dedica pagine dettagliate agli attacchi di Hamas, citando numeri di vittime, elencando violenze sessuali, presentando tutto come fatto accertato da “prove” israeliane. Usa queste descrizioni per stabilire la natura “terroristica” di Hamas e, per estensione, di chiunque la supporti. Il bilancio delle vittime del 7 ottobre è la pietra angolare dell’intera imputazione.

In tutte queste pagine, un’espressione non compare, se non puramente di striscio: direttiva Hannibal.

La Hannibal Directive è una dottrina militare israeliana, introdotta segretamente nel 1986, che autorizza l’uso di forza massima – incluso l’uccisione di soldati israeliani appena catturati – per impedire che vengano presi come ostaggi. Per decenni rimase semi-segreta, discussa sottovoce, applicata raramente. Il 7 ottobre 2023, questa dottrina fu applicata su scala di massa e, per la prima volta nella storia israeliana, fu estesa ai civili.

Non è una teoria del complotto. Non è propaganda di Hamas. È un fatto documentato da fonti israeliane, ammesso da funzionari israeliani, investigato dalla stampa israeliana.

Nel febbraio 2025, l’ex Ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ammise in un’intervista televisiva che l’ordine Hannibal fu dato “tatticamente” e “in vari luoghi” il 7 ottobre. Quando il giornalista spiegò che la Hannibal Directive significa “sparare per uccidere quando c’è un veicolo contenente un ostaggio israeliano”, Gallant non contestò. Anzi, si lamentò che il problema fu che in alcuni luoghi l’ordine “non fu dato”.

Nel luglio 2024, Haaretz – il più autorevole quotidiano israeliano – pubblicò un’indagine devastante basata su documenti militari e testimonianze di soldati. Alle 10:32 del mattino del 7 ottobre fu dato l’ordine: “non un singolo veicolo può tornare a Gaza”. A quell’ora, l’IDF sapeva che molti civili erano stati rapiti. L’ordine significava: sparate su quei veicoli. Elicotteri Apache, droni, carri armati aprirono il fuoco.

Efrat Katz fu uccisa dal fuoco di un elicottero israeliano mentre veniva trasportata a Gaza. A Kibbutz Be’eri, un carro armato sparò due granate su una casa con oltre 12 ostaggi, inclusi due gemelli di 12 anni; solo 2 sopravvissero. Il capitano Bar Zonshein ammise pubblicamente di aver sparato con il suo carro armato su veicoli sapendo che contenevano soldati israeliani. Un ex-ufficiale dell’aeronautica descrisse la situazione: “È stata una Hannibal di massa”.

La Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite documentò nel giugno 2024 “forti indizi che la Direttiva Hannibal è stata utilizzata in diverse circostanze il 7 ottobre”. Non sappiamo quanti israeliani furono uccisi dalle proprie forze quel giorno. Le stime variano. Ma sappiamo con certezza che accadde, su scala significativa, per ordine ufficiale.

Il documento giudiziario italiano non menziona nulla di tutto questo. Nemmeno una riga. Nemmeno una nota a piè di pagina. Cita Amnesty International per dire che “la stragrande maggioranza dei civili è stata uccisa da combattenti palestinesi”, ma omette che questa affermazione di Amnesty è fortemente contestata, che le stesse fonti israeliane la contraddicono, che Hamas invocò ripetutamente la Hannibal Directive come spiegazione e che aveva ragione.

Quando Hamas disse che molte vittime furono causate dal fuoco israeliano, il documento presenta questo come “Hamas smentisce Amnesty” e “fabbricazioni”. Ma erano le forze israeliane, non Hamas, a mentire su cosa accadde quel giorno.

Questa non è un’omissione casuale. È la rimozione deliberata del fatto centrale che cambia l’intera narrativa del 7 ottobre. Perché se una parte significativa delle vittime fu causata dalle stesse forze israeliane applicando una dottrina del “meglio morti che prigionieri”, allora il bilancio di quel giorno non può più essere usato come misura univoca della “barbarie di Hamas”. E l’intero castello di accuse costruito su quel bilancio crolla.

Il documento omette anche che il governo israeliano si è sempre opposto a qualsiasi inchiesta indipendente sui fatti del 7 ottobre, contrariamente ad Hamas, che ha sempre fatto richiesta che su quella giornata e i suoi avvenimenti potesse fare luce una commissione d’inchiesta internazionale indipendente.

Quando ISIS diventa Hamas: L’attacco di Sydney

A pagina 47, il documento compie un’altra manipolazione illuminante. Descrive l’attacco terroristico di Sydney del 14 dicembre 2025, in cui due attentatori aprirono il fuoco su una celebrazione di Hanukkah a Bondi Beach uccidendo 15 persone, e afferma che “HAMAS, pur non essendo coinvolta nell’attentato, lo ha giustificato quale diretta conseguenza della politica israeliana”.

C’è un dettaglio che il documento omette: l’attacco fu perpetrato dall’Islamic State (ISIS), non da Hamas o gruppi collegati. La Australian Federal Police lo dichiarò esplicitamente un attacco “ISIS-linked”. Il Primo Ministro australiano disse che gli attentatori erano ispirati da “Islamic State ideology”. Nell’auto furono trovate bandiere ISIS.

Hamas e ISIS sono nemici mortali. ISIS considera Hamas composto da “apostati” per la loro collaborazione con l’Iran sciita. Hamas ha combattuto ISIS a Gaza, dove è stato Israele, per sua stessa ammissione, a utilizzare bande dell’ISIS per i suoi interessi.

Il documento non dice esplicitamente “Hamas ha fatto l’attacco”, ma lo include in una sezione che deve dimostrare la pericolosità terroristica di Hamas, citando dichiarazioni di leader Hamas che analizzavano le cause dell’aumento dell’antisemitismo. Il trucco è sottile ma efficace: nel contesto di un atto d’accusa, l’associazione diventa imputazione.

E rivela il metodo: qualsiasi violenza, ovunque, se c’è un musulmano di mezzo, può essere associata a Hamas. ISIS, Al-Qaeda, talebani, Fratelli Musulmani, studenti bengalesi – sono tutti intercambiabili nella logica del documento. Musulmano = islamista = terrorista = Hamas.

Le elezioni che non dovevano esistere: il 2006 riscritto

Una delle riscritture storiche più significative riguarda le elezioni legislative palestinesi del 2006. Il documento le presenta così: Hamas partecipò con una “campagna incentrata sulla resistenza armata”, la partecipazione era “solo per legittimare il terrorismo”, ogni voto fu un voto per “distruggere Israele”.

La realtà storica è documentata da osservatori internazionali, sondaggi, analisi accademiche e testimonianze dirette – incluse quelle di funzionari israeliani e americani.

Hamas inizialmente non voleva partecipare a quelle elezioni. Quando decise di candidarsi, il suo obiettivo dichiarato era ottenere il 20-30% per fare opposizione. Il manifesto elettorale si chiamava “Change and Reform” – Cambiamento e Riforma. I temi centrali erano la lotta alla corruzione (il tema dominante), la riforma democratica, lo stato di diritto, la fine delle detenzioni arbitrarie, i servizi sociali efficienti.

Fatah governava da 40 anni ed era percepito come corrotto e inefficiente. Il processo di Oslo era considerato fallito. I palestinesi volevano cambiamento.

I sondaggi post-elettorali rivelarono dati sorprendenti: il 77% dei votanti di Hamas volevano che il nuovo governo negoziasse un accordo di pace con Israele. Il 73% dei palestinesi volevano che Hamas abbandonasse l’obiettivo di distruggere Israele. Solo il 3% supportava uno stato islamico. Il 75% votò Hamas come protesta contro la corruzione di Fatah.

I palestinesi non votarono per il jihad. Votarono per acqua corrente, elettricità, ospedali funzionanti, strade e polizia non corrotta.

Le elezioni furono monitorate e certificate come libere e giuste dal Carter Center (Jimmy Carter in persona), dall’Unione Europea, dal National Democratic Institute. Carter dichiarò: “Le elezioni furono oneste, giuste… Non c’è dubbio che la volontà del popolo palestinese si sia espressa”.

Ironicamente, furono gli Stati Uniti di George W. Bush a insistere per tenere quelle elezioni, contro il parere dei propri esperti che avvertirono che Hamas avrebbe potuto vincere.

Quando Hamas vinse, gli Stati Uniti e l’Unione Europea tagliarono immediatamente tutti i fondi. Israele bloccò il trasferimento delle entrate fiscali. Fatah rifiutò la coalizione. Gli USA implementarono un piano (rivelato da Vanity Fair) per armare Fatah e rovesciare Hamas con un colpo di stato. Nel giugno 2007, quando Fatah tentò il golpe, Hamas rispose con la forza e prese il controllo militare di Gaza. Iniziò il blocco che dura ancora oggi.

Il documento omette completamente questa sequenza. Presenta la vittoria elettorale come “inganno” e la guerra civile del 2007 come “Hamas elimina violentemente ogni altro gruppo”, ignorando che fu la risposta internazionale – boicottaggio, golpe, guerra economica – a radicalizzare la situazione.

Perché questa riscrittura? Perché riconoscere che Hamas vinse elezioni democratiche con un programma di buon governo, che i palestinesi votarono per ragioni pratiche non ideologiche, che la radicalizzazione seguì il boicottaggio occidentale – tutto questo renderebbe più complessa la narrativa “Hamas = terrorismo, sempre e comunque”. La storia va semplificata: Hamas partecipò alla politica “solo per terrorismo”. Il fatto che vinsero perché la gente voleva ospedali che funzionassero va cancellato.

“Dal fiume al mare”: lo slogan con origini dimenticate

Il documento dedica ampio spazio allo slogan “From the River to the Sea”, presentandolo come prova di intenti genocidari di Hamas e di chiunque lo usi. Secondo l’ordinanza, è uno slogan esclusivamente palestinese che significa “eliminazione fisica di Israele” e dell’intera popolazione ebraica.

Quello che il documento omette è che questo slogan ha origini sioniste.

Nel 1977, il partito Likud di Menachem Begin dichiarò nel suo manifesto fondativo: “Between the Sea and the Jordan there will only be Israeli sovereignty”. Non era retorica: era politica ufficiale del partito che avrebbe governato Israele per decenni.

Negli anni ’40, l’Irgun – l’organizzazione paramilitare sionista guidata dallo stesso Begin – cantava un inno che proclamava: “The Jordan has two banks; this one is ours, and the other one too”. Jabotinsky, ideologo del sionismo revisionista, parlava esplicitamente di uno stato ebraico “su entrambe le sponde del Giordano”, includendo quindi l’attuale Giordania.

Lo slogan fu adottato dai palestinesi dopo, come contrappunto.

Oggi lo slogan è polisemico – ha significati diversi per persone diverse: può significare uno stato palestinese al posto di Israele (interpretazione massimalista e minoritaria), uno stato binazionale democratico per israeliani e palestinesi con uguali diritti, la fine dell’occupazione di Cisgiordania e Gaza mantenendo Israele nei confini del 1967, o semplicemente il diritto all’autodeterminazione palestinese.

Il documento riconosce questa polisemia (cita manifestanti che lo usano “inconsapevolmente”) ma poi applica solo l’interpretazione più estrema, criminalizzando chiunque lo utilizzi.

Nel frattempo, slogan israeliani equivalenti o peggiori vengono completamente ignorati. “Grande Israele” (Eretz Israel HaShlema) appare regolarmente in mappe che cancellano la Palestina. Il Ministro delle Finanze israeliano Smotrich ha posato davanti a una mappa che include Giordania, con la scritta “Non esiste popolo palestinese”. Netanyahu nell’ottobre 2023 citò Amalek – il popolo che secondo la Bibbia Dio ordinò agli ebrei di sterminare completamente, uomini, donne, bambini, neonati, bestiame.

Il documento non menziona mai queste dichiarazioni israeliane, pur citando meticolosamente ogni dichiarazione estremista di Hamas.

Lo slogan “From the River to the Sea” viene criminalizzato quando pronunciato da palestinesi, normalizzato quando usato da sionisti, ignorato quando ancora più estremo da parte israeliana. Il doppio standard non è un errore: è il sistema.

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