Articolo pubblicato originariamente su Anadolu . Traduzione a cura della redazione di Bocche Scucite
Il conteggio definitivo assegna 53 seggi al blocco di Netanyahu, 48 a quello di Eisenkot e un numero record di 19 ai partiti a guida araba.
Di Rabia Ali
ISTANBUL – Le controversie sul sostegno dei partiti arabi, sul servizio militare degli uomini ultraortodossi e sulla leadership di Netanyahu restringono le possibilità di raggiungere una maggioranza.
Se i negoziati per la formazione della coalizione dovessero fallire, gli israeliani potrebbero essere chiamati nuovamente alle urne, dopo aver votato cinque volte tra il 2019 e il 2022.
Le elezioni israeliane della scorsa settimana hanno lasciato senza una maggioranza sia il primo ministro Benjamin Netanyahu sia il leader dell’opposizione Gadi Eisenkot. Per entrambi, la strada verso il potere passa attraverso partiti che loro stessi, o i loro alleati, si sono impegnati a tenere fuori da qualsiasi accordo politico.
Il conteggio definitivo ha assegnato 53 seggi al blocco di Netanyahu nella Knesset, composta da 120 membri, e 48 al blocco di Eisenkot. Due partiti a guida araba, la Joint List e Ra’am, hanno conquistato complessivamente un numero record di 19 seggi, assumendo così una posizione decisiva.
«Al momento Netanyahu non può, dal punto di vista matematico, formare una coalizione che disponga della maggioranza alla Knesset», ha dichiarato ad Anadolu Ahron Bregman, analista politico israeliano e docente senior presso il King’s College di Londra.
Il Likud di Netanyahu ha accusato i partiti a guida araba di aver sottratto voti nelle elezioni, senza tuttavia fornire prove a sostegno dell’accusa. Domenica, il presidente della Commissione elettorale centrale, Noam Sohlberg, ha dichiarato che, anche qualora le indagini dovessero confermare i sospetti di interferenze straniere, il risultato complessivo del voto non verrebbe modificato.
«Quello che Netanyahu cerca di fare è impedire all’altro schieramento di formare una coalizione. E lo fa, secondo un copione tipicamente suo, accusando gli arabi, che hanno ottenuto un buon risultato elettorale e potrebbero aiutare l’opposizione a formare una coalizione, di aver manipolato le elezioni», ha affermato Bregman.
La formazione del nuovo governo potrebbe dunque dipendere dalla disponibilità dei partiti a venir meno agli impegni assunti durante la campagna elettorale: sulla collaborazione con i partiti arabi, sulle esenzioni dal servizio militare per gli uomini ultraortodossi oppure sulla partecipazione a un governo guidato da Netanyahu.
Il presidente Isaac Herzog ha invitato i leader politici ad affrontare i negoziati per la formazione della coalizione con apertura mentale e a fare tutto il possibile per evitare un nuovo ricorso alle urne.
Ecco i cinque possibili scenari.
1. Eisenkot forma una coalizione con i partiti a guida araba
Eisenkot potrebbe tentare di formare un governo facendo leva sui 48 seggi dell’opposizione e sul sostegno della Joint List e di Ra’am, che ne detengono complessivamente 19. Sommando questi numeri, la maggioranza parlamentare potenziale arriverebbe a 67 seggi.
Una simile soluzione richiederebbe tuttavia importanti compromessi politici.
Secondo quanto riportato dal Times of Israel, tre dei quattro principali partiti dell’opposizione – Yashar, B’Yachad e Yisrael Beytenu – si erano impegnati durante la campagna elettorale a non formare un governo insieme ai partiti arabi.
Soltanto i Democratici, guidati da Yair Golan, avevano sostenuto apertamente questa possibilità.
Nel fine settimana, il leader di Yisrael Beytenu, Avigdor Liberman, ha ribadito che il suo partito non entrerà in un governo che dipenda dal sostegno di Ra’am o della Joint List. Senza i suoi sette deputati, i restanti partiti dell’opposizione e le due formazioni a guida araba disporrebbero complessivamente di appena 60 seggi.
Anche i due partiti a guida araba presentano differenze significative rispetto alle modalità con cui potrebbero sostenere un nuovo governo.
Il leader di Ra’am, Mansour Abbas, ha lasciato intendere che il suo partito sarebbe disponibile a entrare in un governo guidato da Eisenkot. La Joint List, invece, è pronta a sostenere dall’esterno un simile esecutivo, ma non intende farne parte. Lo ha dichiarato nel fine settimana Ahmad Tibi, esponente di primo piano del partito.
Eisenkot dovrebbe quindi rivedere la posizione assunta durante la campagna elettorale e accettare il sostegno dei partiti arabi, sia all’interno sia all’esterno del governo.
Un primo banco di prova per verificare la possibilità di una collaborazione potrebbe arrivare il 10 novembre, quando si insedierà la nuova Knesset. I partiti di opposizione hanno discusso della possibilità di sostituire Amir Ohana, esponente del Likud, alla presidenza del Parlamento. Una mossa che richiederebbe una cooperazione tra le forze di opposizione ancora prima della formazione del nuovo governo.
«Invitare i partiti arabi a entrare nella coalizione sarebbe un evento storico e rappresenterebbe il primo passo verso l’integrazione degli arabi che vivono in Israele nella società israeliana», ha dichiarato Bregman, aggiungendo che l’esclusione degli arabi, che costituiscono il 21% della popolazione israeliana, «non può continuare per sempre».
2. Netanyahu conquista il sostegno di alcuni parlamentari dell’opposizione
Netanyahu potrebbe rimanere al potere convincendo singoli parlamentari o formazioni minori dell’opposizione a unirsi al suo schieramento.
Al suo blocco mancano otto seggi per raggiungere la maggioranza assoluta, anche se i partiti dell’opposizione hanno condotto la campagna elettorale promettendo di estrometterlo dal governo.
Un’altra possibilità, almeno sul piano teorico, sarebbe un accordo con Ra’am, che dispone di otto seggi. Tuttavia, gli alleati di estrema destra di Netanyahu, tra cui Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, si sono opposti con forza a qualsiasi intesa che coinvolga i partiti arabi.
Un tentativo analogo era già fallito nel 2021. Netanyahu aveva esplorato la possibilità di formare un governo con il sostegno di Ra’am, ma Smotrich, suo alleato di estrema destra, si era rifiutato di partecipare a una coalizione che dipendesse dal sostegno del partito, anche soltanto dall’esterno.
Abbas aveva poi scelto di entrare nella coalizione guidata da Naftali Bennett e Yair Lapid, facendo di Ra’am il primo partito arabo indipendente a entrare a far parte di un governo israeliano.
3. Netanyahu e i leader dell’opposizione formano un governo di unità nazionale
Un governo di unità nazionale, che riunisca il Likud e i partiti dell’opposizione, potrebbe disporre di una maggioranza parlamentare relativamente ampia.
Il Likud, Yashar di Eisenkot, B’Yachad di Bennett e Lapid e Yisrael Beytenu di Avigdor Liberman arriverebbero insieme a 67 seggi.
L’ostacolo principale riguarda però la leadership del nuovo esecutivo. Eisenkot, Bennett e Liberman si sono tutti opposti alla possibilità di entrare in un governo guidato da Netanyahu. Un accordo potrebbe inoltre richiedere al primo ministro di rompere con alleati politici di lunga data.
In precedenza, il sito israeliano Ynet aveva riferito che Herzog sarebbe stato coinvolto in iniziative volte a favorire un accordo per un governo di unità nazionale. L’ufficio del presidente aveva tuttavia smentito categoricamente che Herzog avesse discusso con esponenti politici una specifica formula di coalizione.
Un governo di unità nazionale potrebbe diventare un’opzione qualora fallissero gli altri negoziati. Una soluzione del genere richiederebbe però ai leader dell’opposizione di rinnegare gli impegni assunti durante la campagna elettorale e a Netanyahu di rivedere le attuali alleanze politiche.
4. Eisenkot forma un governo di minoranza con il sostegno esterno di altri partiti
Eisenkot potrebbe cercare di formare un governo con meno di 61 deputati nella propria coalizione, purché riuscisse a ottenere il sostegno necessario per superare un voto di fiducia. I partiti a guida araba o i parlamentari ultraortodossi potrebbero sostenerlo senza entrare formalmente nella coalizione.
Il Times of Israel, citando l’emittente Channel 12, ha riferito giovedì che alcuni esponenti di United Torah Judaism (UTJ) starebbero valutando la possibilità di sostenere un governo guidato da Eisenkot attraverso l’astensione nelle votazioni parlamentari, anziché entrando nella coalizione.
UTJ dispone di sette seggi ed è insoddisfatto di Netanyahu per la sua incapacità di approvare una legge che garantisca agli uomini ultraortodossi la protezione dal servizio militare obbligatorio.
La questione della leva militare resta tuttavia un ostacolo importante. Eisenkot e i suoi alleati chiedono la fine delle esenzioni generalizzate dal servizio militare per gli uomini ultraortodossi, mentre UTJ intende mantenerle.
Venerdì, il Jerusalem Post ha riferito che UTJ starebbe emergendo come un possibile interlocutore negoziale per l’opposizione.
Secondo quanto riportato domenica da Ynet, Eisenkot ha autorizzato il proprio gruppo negoziale a verificare se un governo di minoranza possa insediarsi nel caso in cui Ra’am e UTJ decidessero di astenersi. La proposta presuppone inoltre che la Joint List non voti contro di lui.
Un governo di minoranza potrebbe quindi dipendere da una combinazione di astensioni e sostegno esterno. Gli accordi parlamentari concreti sarebbero determinanti per la sua sopravvivenza.
5. I negoziati per la coalizione falliscono e Israele torna alle urne
Se né Netanyahu né Eisenkot riuscissero a ottenere un sostegno sufficiente, Israele potrebbe essere costretto a organizzare una nuova tornata elettorale.
Herzog dovrebbe ricevere i risultati ufficiali delle elezioni il 4 novembre e successivamente consultare i rappresentanti dei gruppi parlamentari della Knesset, prima di decidere a chi affidare il mandato per la formazione del governo.
Il candidato incaricato avrebbe 28 giorni di tempo per formare una coalizione, con la possibilità di ottenere una proroga di ulteriori 14 giorni. Se il tentativo fallisse, Herzog potrebbe offrire a un altro candidato la possibilità di provarci.
I parlamentari avrebbero un’ultima possibilità per evitare nuove elezioni. Nel corso di una finestra di 21 giorni, almeno 61 membri della Knesset potrebbero chiedere congiuntamente che il mandato venga affidato a un candidato da loro indicato.
Se non dovesse emergere alcun governo, gli israeliani sarebbero chiamati nuovamente alle urne. Nel frattempo, Netanyahu continuerebbe a ricoprire la carica di primo ministro ad interim.
Uno scenario tutt’altro che inedito per gli elettori israeliani, che tra il 2019 e il 2022 sono stati chiamati a votare per ben cinque volte.

Bellissimo articolo di Nabil Bey Salameh. L'Unione europea ha fatto propria la narrazione degli Ebrei sionisti israeliani, parla di pace…
I coloni israeliani mi ricordano il KU-KLUX-KAN del razzismo statunitense. I governi europei ed anche quello italiano che si presentano…
Sempre ho nel cuore il popolo palestinese. Anch'io dico: Signore fino a quando?". Perché nessuno dei potenti parla? Perché si…
Sono vicina al popolo palestinese. Unità a voi nella preghiera. Soffro con voi. Quando finirà? Il mondo che conta e…
il soldato in questione è stato ricevuto in ambito isareliano in Italia credo anche una scuola ebraica a Milano ma…