Non chiamatela pace. Verità, giustizia e il dovere di nominare la realtà

Articolo pubblicato sul profilo Facebook di Nabil Bey Salameh

Di Nabil Bey Salameh

In questi giorni Firenze ospita un’iniziativa dal titolo “Re.Imagine Peace”. È un titolo suggestivo. Ma proprio quelle due parole mi hanno costretto a fermarmi. Che cosa significa oggi immaginare la pace? Perché forse il problema non è immaginarla. Il problema è avere ancora il coraggio di pronunciarla senza tradirne il significato. La pace è probabilmente la parola più pronunciata del nostro tempo. Tutti la invocano, tutti la desiderano, tutti si dichiarano dalla sua parte. Eppure raramente ci chiediamo che cosa essa significhi davvero.

La prima domanda, dunque, non è se desideriamo la pace. La vera domanda è un’altra: Quale pace?

Può esistere una pace senza giustizia? Può esistere una riconciliazione senza verità storica?

Può esistere un processo di pace mentre continua un sistema fondato sull’occupazione, sul colonialismo, sull’apartheid e sulla negazione dei diritti fondamentali di un popolo?

Io credo di no. Perché la pace non è una formula. Non è una fotografia. Non è un concerto. Non è un dialogo costruito rimuovendo la realtà. La pace è una conquista della giustizia. È il riconoscimento della dignità dell’altro. È la verità che precede la riconciliazione. Ed è proprio qui che nasce il mio disagio davanti a molte iniziative che oggi parlano di pace. Non metto necessariamente in discussione la buona fede di chi vi partecipa. Metto in discussione il paradigma dal quale prendono forma. Perché non si può costruire un percorso di pace partendo dalla rimozione della storia. Non si può mettere sullo stesso piano occupante e occupato. Non perché una vita valga più di un’altra.

Ma perché le responsabilità storiche e politiche non sono simmetriche. La questione palestinese non è un conflitto tra due nazionalismi equivalenti. È la storia di un progetto coloniale che ha prodotto espulsione, espropriazione, pulizia etnica e dominio sin dalla nascita dello Stato di Israele.

La Nakba del 1948 non appartiene al passato. Continua, continua nelle confische delle terre, nelle demolizioni delle case, nella colonizzazione e la pulizia etnica della Cisgiordania, nel Genocidio di Gaza. Nella negazione del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese.

Ed è dentro questa continuità storica che oggi si colloca il genocidio in corso. Continuare a chiamarlo semplicemente “guerra” significa contribuire alla sua normalizzazione.

Quando il genocidio diventa “la guerra”.

Quando il colonialismo diventa “il conflitto”.

Quando l’apartheid diventa “complessità”.

Quando l’occupazione diventa “sicurezza”.

Allora il linguaggio non descrive più la realtà. La protegge. E quando il linguaggio protegge il potere invece della verità, diventa esso stesso parte del problema. Non possiamo limitarci ad attribuire ogni responsabilità all’attuale governo israeliano.

I governi passano. I sistemi restano. Le politiche coloniali, gli insediamenti, le occupazioni, le demolizioni, le espulsioni e la violenza strutturale nei confronti del popolo palestinese attraversano l’intera storia dello Stato di Israele.

Ed è impossibile ignorare che una larga maggioranza della società israeliana continua a sostenere queste politiche e le operazioni militari che le accompagnano, come mostrano diversi sondaggi condotti negli ultimi anni. Questo non significa negare l’esistenza di israeliani che resistono a questo sistema. Al contrario.

Figure come Yuli Novak, organizzazioni come B’Tselem e tanti ebrei israeliani che hanno avuto il coraggio di denunciare il colonialismo, l’apartheid e il genocidio rappresentano oggi una voce di straordinario valore morale. Ma proprio la loro esistenza dimostra che il problema non è un’identità.

È un sistema. Ed è il sistema che deve essere messo radicalmente in discussione.

Mi colpisce poi un’altra assenza. In molte iniziative dedicate alla pace si parla continuamente di ascolto.

Ma chi viene realmente ascoltato?

Dove sono le madri di Gaza?

Dove sono i medici?

Dove sono i giornalisti sopravvissuti?

Dove sono i bambini mutilati?

Dove sono le famiglie che hanno perso decine di persone?

Perché parlare della pace senza ascoltare anzitutto chi sta vivendo la distruzione significa trasformare la pace in un privilegio di chi osserva da lontano. Una pace che non ascolta le vittime rischia di essere soltanto la tranquillità morale delle coscienze occidentali.

Eppure è proprio sui corpi dei bambini di Gaza, sulla fame, sulle amputazioni, sulle cure negate, sulle città distrutte, che oggi si misura la verità di ciò che sta accadendo. Ignorare questa realtà significa praticare una gigantesca opera di rimozione.

Il caso del Sudafrica ci insegna qualcosa di fondamentale. L’apartheid non è terminata perché colonizzatori e popolazione nativa hanno improvvisamente deciso di dialogare.

È terminato quando il sistema di dominio è stato riconosciuto come illegittimo e ha iniziato a essere smantellato. Solo allora è diventata possibile la riconciliazione.

La giustizia non è stata il risultato della pace. È stata la condizione della pace. Per questo continuo a credere profondamente nella pace. Ma proprio perché ci credo, mi rifiuto di usarne il nome invano.

Non chiamerò pace la rimozione della verità.

Non chiamerò pace il silenzio imposto agli oppressi.

Non chiamerò pace la normalizzazione del colonialismo.

Non chiamerò pace una riconciliazione costruita sulle macerie di Gaza senza giustizia, senza responsabilità e senza libertà.

Perché la vera pace non nasce dall’oblio. Nasce dal coraggio di guardare la storia negli occhi. Dal riconoscimento del torto. Dalla fine del sistema che quel torto continua a produrre.

Ed è qui che sento il bisogno di dire quale pace immagino io. Non sogno una Palestina nella quale un popolo domini un altro. Sogno una Palestina nella quale nessun popolo domini più nessuno.

Una terra libera, dal fiume al mare, in cui tutte le persone possano finalmente vivere come cittadini uguali davanti alla legge, con gli stessi diritti, gli stessi doveri e la stessa dignità, indipendentemente dalla loro appartenenza etnica o religiosa. Perché il contrario del colonialismo non è la vendetta. È l’uguaglianza. È questa la pace alla quale credo.

Per questo condivido pienamente una convinzione semplice. Non si può re-immaginare la pace senza la giustizia e senza l’autodeterminazione del popolo palestinese.

Perché la pace non è il contrario della guerra. La pace è il contrario del dominio.

E finché esisterà un popolo che domina un altro, parlare di pace senza nominare quella realtà significherà soltanto svuotare questa parola del suo significato più profondo. Le cose vanno chiamate con il loro nome. Non perché il linguaggio possa cambiare da solo il mondo.

Ma perché nessun mondo più giusto potrà mai nascere da parole che hanno smesso di dire la verità.

Nabil Bey Salameh

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