Il sud della Siria sta diventando un nuovo Golan?

Articolo pubblicato originariamente su Raseef 22. Traduzione dall’arabo a cura della redazione di Bocche Scucite

Di Lamar Arkandi

La presenza militare israeliana nel sud della Siria non si limita più a operazioni militari sporadiche, ma è diventata una realtà sul terreno che ha imposto cambiamenti concreti nelle aree di confine delle province di Daraa e Quneitra. Tra nuovi siti militari, movimenti continui e restrizioni imposte agli agricoltori nell’accesso ai propri terreni, sono così cambiati i dettagli della vita quotidiana degli abitanti, la maggior parte dei quali lavora nel settore agricolo.

Ma c’è dell’altro: risorse naturali costituite da sabbia silicea utilizzata nelle industrie militari, un lento processo di insediamento di pastori israeliano e rinnovate giustificazioni di sicurezza israeliane, note e ricorrenti, che precedono ogni occupazione. Che cosa sta accadendo dunque in quell’area?

Incursioni ripetute e peggioramento delle condizioni di vita

La scorsa settimana, le forze dell’esercito israeliano stanziate nella caserma di al-Jazira hanno aperto il fuoco verso i dintorni della cittadina di Maariya, nella campagna occidentale di Daraa, colpendo inoltre terreni agricoli tra i villaggi di Maariya e Abdeen con colpi di mortaio, senza causare vittime, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa siriana SANA.

Questi attacchi ripetuti hanno lasciato danni alle infrastrutture agricole e hanno limitato la possibilità di lavorare nei campi in una zona in cui gli abitanti dipendono principalmente dall’agricoltura come fonte di sostentamento, mentre nel sud della Siria continua una situazione di forte tensione sul terreno.

Il giornalista Mustafa Miqdad, originario della città di Daraa, afferma:

«Gli agricoltori stanno affrontando difficoltà crescenti nell’accesso alle loro terre o nel lavorarle con regolarità, sia a causa dei rischi legati alla sicurezza sia per le restrizioni imposte dalla continua situazione di tensione. Questo ha portato a un evidente calo dell’attività agricola e della produzione stagionale».

E aggiunge:

«Questo declino non riguarda soltanto l’agricoltura, ma si riflette anche sulle attività collegate, come l’allevamento e il commercio locale stagionale, causando una diminuzione dei redditi e un aumento delle pressioni economiche sulle famiglie dei villaggi di confine».

Tra l’espansione israeliana, le tensioni sulla sicurezza e i tentativi di insediamento pastorale, gli agricoltori del sud della Siria affrontano un incubo quotidiano: la paura costante ha compromesso la loro capacità di elaborare qualsiasi piano agricolo a lungo termine, trasformando i campi, gli spostamenti quotidiani e le attività stagionali abituali in un rischio considerevole.

A ciò si aggiungono rapporti locali che parlano di episodi di arresti, rapimenti e uccisioni che hanno coinvolto civili in alcune aree della campagna di Daraa, aumentando il livello di ansia e timore tra la popolazione e influenzando di conseguenza la vita quotidiana e gli spostamenti tra villaggi e terreni agricoli.

Miqdad sottolinea che il protrarsi dell’instabilità impone una realtà quotidiana incerta, nella quale periodi di relativa calma si alternano a improvvise escalation, impedendo agli abitanti di elaborare piani agricoli a lungo termine o di investire nel miglioramento delle proprie terre.

Secondo il giornalista, questa situazione ha spinto una fascia crescente della popolazione a cercare fonti alternative di reddito al di fuori dell’agricoltura, nonostante la scarsità di opportunità disponibili nella regione.

Le radici della politica israeliana nel sud della Siria

Il professor Salah Niouf, docente di Scienze politiche presso l’Università cattolica di Francia, parte dall’idea che ciò che sta accadendo oggi non possa essere separato dal percorso storico della posizione israeliana nei confronti del sud della Siria, ma rappresenti piuttosto un’estensione di precedenti accumuli politici e di sicurezza.

Intervistato da Raseef22, afferma che la prima fase di questo percorso è stata caratterizzata da un approccio israeliano non pienamente calcolato all’inizio della crisi siriana, durante la quale sono state sostenute alcune formazioni armate che egli considera gruppi con caratteristiche estremiste.

Aggiunge:

«Nella seconda fase, durante gli anni della crisi, l’approccio israeliano si è concentrato su un obiettivo chiaro: mantenere il sud della Siria in una condizione di instabilità, impedendo al contempo qualsiasi presenza iraniana o capacità militare significativa vicino al confine».

Secondo Niouf, questa strategia è coincisa con successivi accordi internazionali volti a trasformare il sud della Siria in una zona quasi demilitarizzata, creando una situazione di sicurezza favorevole a Israele senza un coinvolgimento diretto.

Da parte sua, l’esperto militare Ahmad al-Rahal ritiene che i movimenti israeliani nel sud della Siria abbiano più dimensioni e inviino messaggi diretti ai governi di Damasco e Ankara, con l’obiettivo di esercitare pressione su questioni legate alla presenza o meno di cellule affiliate a Hezbollah o all’Iran nel sud della Siria, utilizzando come giustificazione la lotta al terrorismo, una narrazione sulla quale esistono però forti dubbi.

Gli esperti ritengono che i bombardamenti aerei non siano più sufficienti per Israele: la sua dottrina si è trasformata verso incursioni terrestri dirette con il pretesto della creazione di «fasce cuscinetto», come sostiene, e dell’imposizione di un controllo sul terreno invece di un’influenza temporanea.

Al-Rahal dichiara:

«Il controllo delle alture e delle colline, come il monte Hermon (Jabal al-Sheikh), garantisce un vantaggio strategico rappresentato dalla capacità di sorvegliare vaste aree, compreso il sud del Libano, rendendo la regione parte di un sistema più ampio di monitoraggio e controllo».

La trasformazione della dottrina di sicurezza israeliana

L’aumento delle incursioni terrestri israeliane in Siria è legato a trasformazioni più ampie nella dottrina di sicurezza israeliana. Dal punto di vista israeliano, il ricorso esclusivo ai bombardamenti aerei non è più sufficiente; al suo posto si è affermato un approccio basato sulla presenza diretta sul terreno, giustificato dalla necessità dichiarata di impedire che le minacce si consolidino prima di raggiungere i confini israeliani.

In questo contesto, l’esperto di sicurezza e strategia Mohsen al-Shobaki sottolinea che questo cambiamento non appare come una semplice scelta tattica, ma come parte di una revisione complessiva del modo in cui Israele gestisce il proprio concetto di sicurezza. Una trasformazione che, secondo lui, si è estesa da Gaza e dal Libano fino al sud della Siria, considerato un ulteriore anello all’interno di una strategia fondata sulla creazione di zone cuscinetto, dove la presenza terrestre diventa uno strumento per stabilire un controllo continuo sul campo, invece di affidarsi soltanto agli effetti temporanei dei bombardamenti.

Al-Shobaki collega questo cambiamento anche al vuoto di sicurezza creatosi nel sud della Siria in seguito al collasso della precedente struttura militare e alla concentrazione delle nuove autorità siriane sulla ricostruzione delle proprie istituzioni. Questa situazione avrebbe creato, secondo l’esperto, un ambiente che Israele ha considerato un’opportunità per ridisegnare la realtà sul terreno, approfittando del declino delle capacità convenzionali siriane.

Tornando all’analisi di Salah Niouf, egli ritiene che la vera trasformazione della politica israeliana sia emersa chiaramente dopo la caduta del regime siriano, quando Israele avrebbe scoperto che le forze con cui aveva collaborato o che aveva sostenuto durante gli anni della crisi non si erano trasformate in alleati affidabili né nel medio né nel lungo periodo. Questo, secondo la sua definizione, ha rivelato «un fallimento strategico nella lettura della natura delle trasformazioni in corso nel sud della Siria».

Secondo Niouf, questo fallimento non riguarda un singolo errore tattico, ma la natura stessa dell’approccio israeliano, che avrebbe mostrato una certa improvvisazione nella gestione del dossier del sud della Siria, soprattutto nelle aree sensibili adiacenti al Golan e alla provincia di Daraa. «Con l’accumularsi di questi errori», spiega, «Israele ha iniziato a ridefinire la propria visione della realtà siriana, arrivando alla conclusione che l’ambiente siriano non fosse più destinato a una stabilizzazione nel breve periodo e che il ricorso a strumenti indiretti o ad attori locali non producesse più risultati strategici».

Al-Rahal afferma che «il messaggio più importante consiste nel consolidare il sud della Siria come un’area di influenza e sicurezza israeliana, o una sorta di cortile strategico, che consenta a Israele una maggiore capacità di pressione politica e militare».

Secondo l’esperto, il controllo delle alture strategiche, in particolare del monte Hermon, non riguarda soltanto un vantaggio geografico, ma garantisce a Israele la capacità di monitorare vaste aree del sud della Siria e del sud del Libano, trasformando la regione in una componente di un sistema avanzato di sorveglianza e intelligence.

Questa valutazione coincide con quella di al-Shobaki, secondo il quale le incursioni israeliane non hanno soltanto una dimensione militare immediata, ma riflettono anche una chiara funzione informativa e di intelligence, attraverso operazioni limitate e ripetute in aree specifiche, senza necessariamente tentare di imporre un controllo permanente. Secondo l’esperto, l’obiettivo principale sarebbe quindi aggiornare costantemente il quadro operativo e monitorare i movimenti sul terreno.

Al-Shobaki spiega: «Questo modello consente a Israele di raccogliere informazioni direttamente attraverso ricognizioni sul campo, monitorare strade e alture, installare strumenti di sorveglianza e testare le reazioni locali, nell’ambito della costruzione di un sistema di allerta precoce più preciso. La ripetizione delle operazioni negli stessi luoghi e l’attenzione rivolta alle zone elevate e agli assi di movimento indicano che la priorità è comprendere la geografia della sicurezza più che colpire strutture militari permanenti».

Presenza di sicurezza o influenza permanente?

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, ricercato dalla Corte penale internazionale, e il ministro della Difesa Israel Katz hanno ripetutamente affermato che l’obiettivo dichiarato delle operazioni nel sud della Siria consiste nell’impedire minacce, garantire la sicurezza dei confini e creare una realtà priva di forze armate nella regione, non nell’annessione del territorio. Tuttavia, l’espansione delle attività sul terreno potrebbe indicare una direzione diversa, così come suggerirebbe la storia delle politiche espansionistiche israeliane nella regione.

Riguardo al concetto di «zona cuscinetto» o «zona sicura», al-Rahal sostiene che ciò che sta accadendo oggi supera i modelli tradizionali: «La zona si estende ormai per centinaia di chilometri, con profondità variabili e controllo di posizioni strategiche, nell’ambito di un tentativo di imporre un’ampia area sicura intorno a Israele e non semplicemente una stretta fascia di confine».

Secondo l’esperto, questi assetti non possono essere consolidati attraverso una decisione unilaterale israeliana, a causa della complessità degli interessi regionali e internazionali presenti in Siria. Per questo motivo, qualsiasi futuro ritiro o accordo di sicurezza rimarrà legato a negoziati più ampi che comprenderanno il futuro del sud della Siria, la situazione nella provincia di Sweida, le garanzie di sicurezza e gli equilibri di potere regionali.

Risorse naturali e diritto internazionale

Tuttavia, le incursioni israeliane nel sud della Siria non possono essere interpretate esclusivamente attraverso la lente delle considerazioni di sicurezza. Devono essere analizzate anche alla luce degli interessi economici e strategici legati alle risorse naturali della regione, in particolare alla sabbia silicea ad alta purezza, come sottolinea l’esperto di energia Hamam Haidar in un’intervista a Raseef22.

Come avvenuto in Palestina, Israele ha iniziato a mettere in atto un progetto di «insediamento pastorale» attraverso l’allevamento di bovini oltre il reticolato di confine con la Siria. Questa tattica graduale, sperimentata anche in Cisgiordania, si basa sull’integrazione tra attività civili e presenza militare, con l’obiettivo di trasformare il sud della Siria in una sorta di «cortile strategico» controllato.

Haidar afferma che Israele possiede una delle industrie tecnologiche e militari più avanzate della regione, fortemente dipendente dal silicio per la produzione di chip elettronici, semiconduttori, droni, sistemi di comunicazione e tecnologie di intelligenza artificiale. Per questo motivo, garantire l’accesso alle fonti di questa materia prima rappresenterebbe un obiettivo strategico di lungo periodo.

Secondo l’esperto, il fatto che la Siria disponga di riserve promettenti di sabbia silicea attribuisce a queste aree un valore aggiuntivo che potrebbe superare le sole considerazioni militari immediate, inserendole nei calcoli della sicurezza economica e tecnologica israeliana. «La sabbia silicea», spiega, «non è più soltanto una materia prima destinata alle industrie tradizionali, ma è diventata una risorsa strategica per la quale gli Stati competono, soprattutto con l’accelerazione globale delle industrie digitali e militari».

Il professore di diritto internazionale pubblico Amer al-Fakhouri afferma invece a Raseef22 che l’ingresso di forze militari israeliane nel territorio siriano costituisce una violazione della sovranità della Siria e della sua integrità territoriale, poiché avviene all’interno dei confini di uno Stato membro delle Nazioni Unite.

Secondo al-Fakhouri, l’articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato. Egli sottolinea che «nel diritto internazionale non esistono eccezioni generali che permettano a uno Stato di creare una zona di sicurezza all’interno del territorio di un altro Paese semplicemente sulla base di timori generici legati alla sicurezza». Secondo il giurista, anche alcuni funzionari delle Nazioni Unite hanno evidenziato nel 2026 che le incursioni israeliane nel sud della Siria compromettono la sovranità e l’integrità territoriale siriana.

Aggiunge: «Israele cerca di giustificare queste operazioni attraverso una logica di sicurezza: impedire il posizionamento di gruppi armati, prevenire minacce vicine al Golan e proteggere i propri confini settentrionali. Tuttavia, questa giustificazione non è sufficiente dal punto di vista giuridico. Affinché l’uso della forza possa essere considerato legittimo ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, deve esistere un attacco armato o un pericolo imminente in senso stretto; inoltre, le misure adottate devono essere necessarie, proporzionate e temporanee, e devono essere comunicate al Consiglio di Sicurezza».

«Il semplice timore per la sicurezza o il desiderio di creare un ambiente strategico favorevole non equivale automaticamente al diritto di usare la forza all’interno del territorio di un altro Stato», aggiunge.

Al-Fakhouri ricorda inoltre che anche l’Accordo di separazione delle forze del 1974 non conferisce a Israele il diritto di muoversi liberamente all’interno del territorio siriano, ma ha istituito un meccanismo per il cessate il fuoco e la separazione delle forze sotto la supervisione delle Nazioni Unite. Secondo il giurista, il Consiglio di Sicurezza ha recentemente ribadito l’importanza del rispetto di questo quadro.

Riguardo alla giustificazione israeliana delle incursioni sulla base di esigenze di sicurezza, al-Fakhouri afferma che «il diritto internazionale non nega a nessuno Stato il diritto all’autodifesa, ma questo diritto non è illimitato né assoluto: rappresenta un’eccezione ristretta rispetto al principio generale del divieto dell’uso della forza».

Alcuni Stati sostengono teorie come quella della difesa preventiva o quella dello Stato «incapace o non disposto» a impedire la presenza di gruppi armati sul proprio territorio, ma secondo al-Fakhouri tali interpretazioni non sono accettate in modo stabile e uniforme dal diritto internazionale.

Il professore ricorda inoltre che la Corte internazionale di giustizia ha adottato un approccio molto prudente nell’estendere il concetto di autodifesa, citando come esempi le cause Nicaragua contro Stati Uniti e Repubblica Democratica del Congo contro Uganda, nelle quali la Corte ha respinto interpretazioni ampie che giustificavano l’uso della forza all’interno del territorio di un altro Stato.

Mentre il governo siriano di transizione non sembra disporre della capacità militare necessaria per affrontare Israele e scoraggiare le incursioni, non appare chiaro quanto gli strumenti diplomatici, il diritto internazionale o l’Accordo del 1974 possano garantirgli risultati concreti.

Il confronto con la presenza turca e israeliana in Siria

Riguardo alle analogie tra la presenza turca e quella israeliana in Siria, Amer al-Fakhouri afferma che «il principale elemento comune tra i due casi riguarda la presenza militare straniera all’interno del territorio di uno Stato sovrano senza un chiaro mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite».

Secondo il professore di diritto internazionale, la Turchia ha avviato le sue principali operazioni militari nel nord della Siria a partire dal 2016, tra cui l’operazione “Scudo dell’Eufrate”, seguita da “Ramoscello d’ulivo” e “Fonte di pace”, sostenendo che gli obiettivi fossero il contrasto allo Stato islamico, alle Unità di protezione popolare curde (YPG) e la prevenzione della creazione di un’entità armata lungo il proprio confine.

«Dall’altra parte», spiega, «Israele giustifica le proprie operazioni nel sud della Siria con la necessità di prevenire minacce e proteggere la propria sicurezza vicino al Golan. In entrambi i casi, il discorso ufficiale è un discorso di sicurezza, ma il principio giuridico rimane lo stesso: l’uso della forza all’interno del territorio di un altro Stato richiede una base legale rigorosa».

Le opzioni di Damasco

Naturalmente, il ministero degli Esteri siriano ha condannato le incursioni israeliane nel sud della Siria, definendole una violazione flagrante della sovranità della Repubblica araba siriana e della sua integrità territoriale, nonché una violazione dei principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Damasco ha ribadito il proprio rifiuto di queste violazioni e ha sottolineato la necessità che la comunità internazionale assuma le proprie responsabilità per fermare le ripetute azioni israeliane e rispettare la sovranità e l’integrità territoriale della Siria.

Nel valutare la situazione sul terreno, Ahmad al-Rahal ritiene che il governo siriano oggi non disponga della capacità militare necessaria per affrontare Israele, anche qualora gli fosse consentito di dispiegare le proprie forze nel sud del Paese, poiché l’esercito siriano ha perso gran parte delle sue capacità militari e non possiede più gli strumenti per condurre uno scontro convenzionale.

Secondo l’esperto, il sud della Siria rimarrà esposto a nuove ondate di tensione intermittente, in un contesto caratterizzato dall’assenza della capacità di sostenere una guerra su vasta scala, ma con la possibilità che operazioni di resistenza limitate possano proseguire e ampliarsi nel tempo.

Al-Rahal afferma:

«Qualsiasi vera soluzione nel sud della Siria non potrà essere separata dai grandi dossier regionali, in primo luogo il futuro di Hezbollah e dell’Iran. È probabile che qualsiasi futuro accordo sarà collegato a intese regionali e internazionali più ampie che coinvolgano diversi attori, tra cui Damasco, Ankara, Riyadh e Tel Aviv. Qualsiasi accordo sulla sicurezza che non includa un ritiro o una soluzione complessiva resterà fragile e non garantirà una stabilità duratura nella regione».

Nello stesso contesto, Amer al-Fakhouri ritiene che la Siria disponga di diversi strumenti giuridici.

«Innanzitutto», spiega, «Damasco può ricorrere al Consiglio di Sicurezza e presentare denunce ufficiali documentate contro qualsiasi incursione, bombardamento, detenzione o creazione di postazioni militari all’interno del proprio territorio. In secondo luogo, può chiedere sessioni periodiche di informazione, dichiarazioni presidenziali o risoluzioni che riaffermino il rispetto della sovranità siriana e respingano qualsiasi modifica dello status quo attraverso la forza. In terzo luogo, può documentare le violazioni attraverso le Nazioni Unite, in particolare per quanto riguarda l’Accordo di separazione del 1974».

Sul piano diplomatico, aggiunge che «la Siria può agire attraverso la Lega araba, l’Organizzazione della cooperazione islamica, le Nazioni Unite e gli Stati garanti o influenti, come Stati Uniti, Russia, Turchia e Paesi del Golfo».

Secondo al-Fakhouri, nel caso israeliano il percorso più realistico potrebbe essere rappresentato da un accordo di sicurezza limitato che riattivi gli accordi del 1974, garantisca il ritiro delle forze israeliane dalle nuove posizioni occupate e stabilisca meccanismi di monitoraggio internazionale più chiari.

Dalle incursioni militari alla costruzione di nuove realtà sul terreno

Tra gli indicatori più recenti sulla natura dei movimenti israeliani nel sud della Siria, il sito israeliano Ynet ha rivelato che l’esercito israeliano ha iniziato a realizzare un progetto di insediamento pastorale basato sull’allevamento di bovini, con l’obiettivo di rafforzare una presenza civile permanente nelle aree controllate oltre il reticolato di confine nelle alture del Golan siriano occupato.

Secondo la ricostruzione del sito, questa iniziativa rientra in una visione della sicurezza fondata sull’integrazione tra attività civili e presenza militare. Ciò potrebbe indicare che le azioni israeliane non si limitano più alle incursioni e alle misure militari temporanee, ma si stanno estendendo verso passi capaci di consolidare nuove realtà sul terreno.

In questo senso, la questione del sud della Siria sembra collocarsi al centro di una trasformazione più ampia: da una politica basata sul controllo a distanza e sugli interventi occasionali verso una presenza più strutturata, nella quale elementi militari, economici e territoriali si intrecciano.

La domanda iniziale — se il sud della Siria possa trasformarsi in un nuovo Golan — rimane quindi aperta. Le dinamiche attuali mostrano una regione in cui sicurezza, risorse naturali, equilibri geopolitici e trasformazioni sul terreno stanno convergendo, mentre gli abitanti delle aree di confine continuano a vivere tra l’incertezza quotidiana e il timore che cambiamenti temporanei possano trasformarsi in una nuova realtà permanente.

 

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