Archiviare come forma di resistenza: la battaglia per salvare il patrimonio culturale di Gaza

Articolo pubblicato originariamente su +972 Magazine. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite

Foto di copertina: La realizzazione dell’opera “Minarat Gaza” di Shareef Sarhan, visibile nel porto della città di Gaza, 2016. (Per gentile concessione)

Di Samah Salaime, attivista e scrittrice palestinese femminista.

Nel giugno 2016 l’artista palestinese Shareef Sarhan ha presentato “Minarat Gaza” nel porto di Gaza. La scultura, alta 15 metri e a forma di faro, è stata realizzata con pietra, cemento e frammenti di abitazioni distrutte nei successivi attacchi israeliani contro la Striscia sotto assedio.

L’opera è stata un tentativo, ha spiegato Sarhan a +972 Magazine, «di trasformare le macerie della guerra in un simbolo di vita, memoria, resilienza e luce».

Sette anni dopo, poco dopo l’inizio del genocidio, un attacco aereo israeliano ha distrutto la scultura. Dopo mesi di sfollamento, isolamento e dolore, Sarhan si è trasferito con la sua famiglia a Marsiglia, nel sud della Francia.

Lì ha iniziato a ricostruire non solo la propria vita, ma anche il faro.

Più piccola rispetto all’originale, la scultura ricostruita con grande precisione ha rappresentato il rifiuto di Sarhan di permettere che Gaza scomparisse. Ha anche confermato, ha spiegato l’artista, la sua determinazione a tornare un giorno e ricostruirla nuovamente sulla costa di Gaza City.

La storia di Sarhan e le fotografie della scultura compaiono insieme a decine di testimonianze di artisti, curatori e archeologi di Gaza nel libro “Archiving Gaza in the Present: Memory, Culture, and Erasure” (Archiviare Gaza nel presente: memoria, cultura e cancellazione).

Pubblicato alla fine dello scorso anno da Saqi Books, il volume presenta l’archiviazione come un atto di resistenza alla distruzione della cultura e della memoria palestinese: una risposta a quello che le curatrici Dina Matar e Venetia Porter hanno definito un processo continuo di “memoricide”, ovvero di cancellazione della memoria collettiva.

Matar, docente di media e comunicazione alla SOAS University of London, ha spiegato a +972 che la distruzione della cultura fa parte di un processo più ampio di disumanizzazione dei palestinesi: un popolo privato della propria cultura può essere rappresentato come un popolo senza storia; e un popolo a cui viene negata la propria storia può essere privato di una rivendicazione morale sulla propria terra e ridotto a un semplice «problema di sicurezza».

«Abbiamo scelto di pubblicare il libro in inglese per parlare al pubblico occidentale e metterlo di fronte alla cancellazione della cultura, del patrimonio e dell’arte di un popolo — una cancellazione della quale l’Occidente è complice», ha spiegato.

Il libro porta alla luce una dimensione di Gaza spesso oscurata dalla quantità di notizie su morte, ferite, fame e sfollamenti: la musica suonata negli ultimi concerti prima del genocidio, oppure i libri per bambini letti prima di dormire.

Attraverso queste storie, il volume cerca di restituire ciò che il genocidio ha tentato di cancellare: quattromila anni di storia che mettono in discussione l’immagine imposta a Gaza dalla Nakba in poi, quella di un luogo definito esclusivamente dalla privazione, dal sovraffollamento e dal conflitto permanente.

«Quando un’università viene bombardata, non viene distrutto soltanto un edificio, ma un luogo dove nasce il pensiero», ha detto Matar. «Quando una biblioteca viene incendiata, viene bruciata anche la possibilità per una giovane generazione di entrare in relazione con il proprio passato. Quando un’antica moschea, una chiesa o una galleria d’arte vengono cancellate, si tratta di un attacco a un intero continuum di conoscenza e di vita comunitaria».

Matar ha descritto questa distruzione come una forma di “violenza epistemica”.

Porter, curatrice e oggi ricercatrice presso il British Museum, ha sottolineato che, a differenza della maggior parte degli archivi, quello raccontato nel libro non appartiene al passato: viene costruito nel presente, mentre sono ancora in corso i bombardamenti israeliani e l’assedio.

«Archeologi feriti, esausti e affamati a Gaza stanno cercando tra le macerie frammenti di informazioni sulla storia della loro città», ha spiegato Porter.

Mi ha mostrato la fotografia di alcuni lavoratori che sollevano con estrema attenzione un’antica urna dalle macerie del Museo culturale di Al-Qarara, a Khan Younis, distrutto da Israele nelle prime fasi della guerra. Gli archeologi tengono l’oggetto tra le mani come se fosse un bambino ferito.

Nonostante il pericolo e la mancanza di risorse, il gruppo del museo ha partecipato a un progetto nazionale di emergenza promosso dal Museo Palestinese in Cisgiordania.

Attraverso questo lavoro sono stati recuperati 2.433 oggetti appartenenti alla collezione di Al-Qarara, una delle numerose iniziative di conservazione documentate nel libro.

Avendo raccolto ricami palestinesi per trent’anni, sono rimasta colpita da una fotografia che ritrae un abito ricamato strappato, appartenente a una collezione che rappresenta diverse aree della Striscia.

Porter ha spiegato che l’abito era stato esposto un tempo al Museo di Rafah; fondato nel 2022, il museo è rimasto aperto soltanto per pochi mesi prima di essere distrutto dalle bombe israeliane nell’ottobre 2023.

L’esplosione ha scaraventato l’abito sul tetto di un edificio anch’esso distrutto, dove è rimasto esposto al sole e alla pioggia per nove mesi prima che il personale del museo riuscisse a recuperarlo.

Oggi viaggia nel mondo come parte di “Thread Memory”, una mostra dedicata al ricamo palestinese organizzata dal Museo Palestinese, da Art Jameel dell’Arabia Saudita e dal Victoria and Albert Museum di Londra.

“Chi distruggerebbe una galleria d’arte contemporanea?”

Nel 2003 Sarhan ha fondato insieme ad altri artisti Shababek (“Finestre”), un collettivo che ha gestito uno studio e una galleria dedicati all’arte contemporanea a Gaza. Ricorda una scena artistica che è cresciuta nonostante la quasi totale assenza di infrastrutture, finanziamenti e sostegno istituzionale.

Gli artisti sono stati costretti a diventare contemporaneamente creatori, curatori, produttori, fotografi, grafici e responsabili delle gallerie. Eppure, proprio da questa scarsità è nata una comunità culturale vitale, determinata a non farsi mettere a tacere.

Shababek era ospitato in un edificio vicino all’ospedale Al-Shifa e a un complesso delle Nazioni Unite, una posizione che i fondatori ritenevano potesse offrire una certa protezione durante futuri attacchi israeliani.

«Pensavamo: chi vorrebbe distruggere una galleria d’arte contemporanea?», ha raccontato Sarhan.

La risposta è arrivata nel marzo 2024, quando due bombe israeliane hanno colpito l’edificio, riducendolo in macerie durante l’offensiva israeliana di due settimane contro l’area dell’ospedale Al-Shifa.

Ma Shababek era molto più di uno studio o di uno spazio espositivo: sosteneva gli artisti emergenti ed era diventato una seconda casa per molti di loro.

Nel contesto della frammentazione politica e geografica di Gaza, Sarhan e i suoi collaboratori hanno cercato di costruire una comunità artistica più ampia, creare legami con il mondo arabo e occidentale e stabilire rapporti con scuole d’arte all’estero.

«È difficile affermarsi come artista emergente quasi ovunque», ha spiegato Sarhan. «Immaginate cosa può aspettare una pittrice — per quanto talentuosa possa essere — nata sotto un assedio e cresciuta passando da una guerra all’altra».

Con i materiali artistici tradizionali scarsi o completamente introvabili, gli artisti di Shababek hanno imparato a lavorare in condizioni quasi impossibili.

Alcuni hanno trasformato i resti della guerra — compresi frammenti di una cucina distrutta — in materiali per le proprie opere.

La pittrice affermata Fatima Abu Owda ha realizzato pennelli utilizzando i capelli delle sue nipoti per poter continuare a dipingere, mentre altri artisti hanno prodotto pigmenti utilizzando ingredienti domestici come foglie di alloro, cumino, cannella, caffè e bucce di melograno.

Oggi, operando dall’esilio, il collettivo ha ricreato online la Galleria Shababek.

Utilizzando fotografie dello spazio originale e delle sue esposizioni, il gruppo ha costruito una galleria virtuale dove molte opere degli artisti rimangono accessibili.

Shababek inoltre fornisce sostegni economici per la sopravvivenza a oltre 120 giovani artisti che sono rimasti a Gaza.

Il libro presenta anche un’altra iniziativa che utilizza la tecnologia digitale per preservare l’arte di Gaza minacciata dalla distruzione: Sahab – The Cloud Museum, un progetto del collettivo Hawaf.

Fondato nel 2021 da Mohamed Abusal, Salman Nawati, Sondos Al-Nakhala e Mohamed Bourouissa, Hawaf (“Margini”) riunisce artisti, architetti e ricercatori con sede a Gaza, in Svezia e in Francia, impegnati a contrastare la distruzione del patrimonio culturale palestinese.

Il collettivo utilizza tecnologie come la scansione 3D per preservare la memoria di luoghi che potrebbero non esistere più nella loro forma fisica.

Attraverso strumenti immersivi di realtà aumentata e realtà virtuale, Sahab permette ai palestinesi della diaspora e al pubblico internazionale di incontrare la storia di Gaza nonostante i vent’anni di assedio israeliano sul territorio.

Senza un edificio fisico in cui esporre la propria collezione, il museo virtuale trae la propria architettura dal principio della “sedimentazione”: strati di memoria digitale, compresi cortili virtuali interni, che evocano diversi periodi della storia millenaria di Gaza.

Sahab funziona così come una sorta di istituzione immaginaria, attribuendo più valore ai ricordi legati a un oggetto che alla sua stessa permanenza fisica.

Qui l’immaginazione diventa uno strumento di conservazione e, allo stesso tempo, un atto di resistenza.

Quando l’esilio diventa salvezza

Una delle storie di salvataggio raccontate nel libro precede di molto l’attuale aggressione israeliana contro Gaza, e la catena di eventi che l’ha resa possibile è così improbabile da sembrare quasi incredibile.

Nel 2005 una collezione di 530 reperti archeologici è stata portata fuori da Gaza per un progetto che ha coinvolto la Città di Ginevra, la Confederazione Svizzera e l’Autorità Palestinese, sotto il patrocinio dell’UNESCO. Alcuni oggetti appartenevano al collezionista gazawi Jawdat Al-Khudari; altri provenivano da scavi condotti congiuntamente dal Dipartimento palestinese delle Antichità e del Patrimonio culturale e dall’École Biblique di Gerusalemme.

Due anni dopo, la mostra “Gaza at the Crossroads of Civilizations” è stata inaugurata al Museo d’Arte e Storia di Ginevra, alla presenza dell’allora presidente svizzera Micheline Calmy-Rey e del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas. Gli artefatti, tuttavia, non sono più tornati a Gaza.

Dopo che Hamas ha assunto il controllo della Striscia nel 2007, Israele ha intensificato il blocco. Le guerre che sono seguite hanno reso impossibile il rientro della collezione. Gli oggetti sono stati trasferiti nei depositi del Geneva Freeport. Nessuno avrebbe potuto prevedere che il loro esilio sarebbe diventato la loro salvezza.

Dopo l’inizio del genocidio nell’ottobre 2023, il museo privato di Al-Khudari, ospitato all’interno del suo hotel Al-Mathaf nel nord di Gaza, è stato distrutto insieme ai suoi giardini e a migliaia di altri reperti archeologici. In seguito, i bulldozer israeliani hanno raso al suolo il sito, cancellando un ulteriore strato della storia materiale di Gaza.

I 530 reperti, sopravvissuti soltanto perché non si trovavano più nella Striscia, sono stati successivamente esposti nella mostra “Heritage in Danger” a Ginevra; poi hanno viaggiato a Parigi per l’esposizione “Treasures Saved from Gaza” e successivamente sono arrivati a Torino, in Italia.

A ogni tappa, gli oggetti sono diventati di fatto ambasciatori in esilio della città: una testimonianza fisica di una storia e di una cultura che Israele ha cercato di cancellare.

Nel settembre 2024 l’Autorità Palestinese e la Città di Ginevra hanno firmato un memorandum d’intesa nel quale hanno concordato che la collezione sarebbe rimasta in Svizzera «per tutto il tempo necessario». La speranza è che possa un giorno tornare a Gaza e costituire il nucleo fondante di un museo nazionale.

Uno dei passaggi più significativi del libro compare nel saggio di Omar Al-Qattan, presidente del consiglio di amministrazione del Museo Palestinese. Al-Qattan descrive la distruzione dei musei, delle biblioteche, delle moschee, delle chiese, dei centri culturali e degli archivi di Gaza non come un danno collaterale, ma come una componente integrante dell’attacco stesso: un’aggressione alla capacità di una società di preservare e raccontare la propria storia.

Il suo saggio è accompagnato da una fotografia che, nel mezzo del flusso incessante di immagini terribili provenienti da Gaza negli ultimi anni, può apparire quasi discreta, ma che rende con straordinaria chiarezza la logica di questa distruzione.

L’immagine mostra una scritta lasciata dai soldati israeliani sul muro del Centro culturale Al-Qattan, nel quartiere Tel Al-Hawa di Gaza City. Una sola parola in ebraico è stata tracciata sulla parete: “rabbia”. È stata scritta sul muro della biblioteca per bambini del centro, un luogo costruito per la lettura, l’immaginazione e la curiosità.

È proprio in questo dettaglio che emerge il significato del libro. La guerra israeliana contro Gaza non è combattuta soltanto contro i due milioni di palestinesi che vivono nella Striscia, ma anche contro la storia, la memoria e il futuro di Gaza.

Gli sforzi di archiviazione documentati nel volume sono quindi molto più che raccolte del passato: sono fondamenta da cui rivendicare un futuro, rifiutando l’idea che la distruzione debba essere l’ultimo capitolo.

“Archiving Gaza in the Present” non è un libro costruito su una speranza ingenua. Alcune opere d’arte sono andate perdute per sempre. Alcuni artisti sono stati uccisi. Alcune biblioteche, musei e istituzioni culturali non saranno mai ricostruiti come erano prima.

Ciò che il libro offre, invece, è un rifiuto di scomparire: un’affermazione del diritto a esistere, vivere, ricordare e ricostruire. E il rifiuto di lasciare che sia l’esercito israeliano l’unico autore della storia di Gaza.

 

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