Oltre «Comfortably Numb»: Roger Waters e Mona Miari contro l’oblio di Gaza

Articolo pubblicato originariamente su The New Arab. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite

Quando Roger Waters canta a Mona Miari «Sento il tuo dolore da New York City», non sta semplicemente rileggendo un classico dei Pink Floyd: sta inviando una lettera tra le rovine di Gaza.

È una conversazione che attraversa i continenti tra un celebre musicista rock, «un vecchio tizio di New York City», e un’artista palestinese cresciuta sotto l’occupazione, la cui famiglia porta con sé la memoria della Nakba e che, come dice lei stessa, si rifiuta di «lasciare che il mondo diventi comodamente insensibile» di fronte al genocidio.

A quarantasette anni dalla sua prima pubblicazione, Comfortably Numb: Reimagined è molto più di una cover nostalgica.

Trasforma uno dei brani più iconici dei Pink Floyd in una riflessione su Gaza, testimoniando ciò che accade a persone bombardate, affamate e sfollate da Israele in tempo reale, mentre si interroga su quale sia la responsabilità degli artisti di fronte a una simile sofferenza.

Quando parlo con loro, Mona chiarisce subito che questo progetto non è nato dall’essere fan della band né da un’astratta ammirazione per un classico della storia del rock.

«Personalmente non sono una fan delle cover. Preferisco scrivere musica nuova», racconta Mona a The New Arab.

Ha deciso di tornare su Comfortably Numb solo quando, con l’immaginazione, si è vista camminare «tra le macerie» di Gaza, ascoltando nella propria mente le domande poste da Roger Waters nel brano originale e sentendo il bisogno di rispondere.

«Ho preso le domande che Roger poneva nell’originale Comfortably Numb in relazione a ciò che sta accadendo a Gaza… Così mi è venuta l’idea di rispondere: abbiamo le domande, perché non esporre con chiarezza una verità devastante e rifiutare di lasciare che il mondo diventi “Comfortably Numb”, incapace di vedere ciò che accade?», prosegue.

Quando i due si sono finalmente seduti insieme per dare forma a Comfortably Numb: Reimagined, condividevano già una comune visione politica e artistica.

«Eravamo sulla stessa lunghezza d’onda, politicamente, artisticamente e anche nel nostro modo di guardare alla vita», spiega Mona. Ed è stato proprio questo, dice, a definire il modo in cui affrontare il progetto: «radicato nell’urgenza, nella responsabilità e nella verità».

Roger Waters e Mona Miari reinterpretano Comfortably Numb per Gaza

Una conversazione attraverso i continenti

Proprio perché esisteva questo terreno comune, la collaborazione non è mai ruotata attorno alla necessità di spiegare la Palestina a un pubblico occidentale, né tantomeno a Roger Waters.

«Condividevamo già un linguaggio comune. Non si trattava più di spiegare l’intenzione, ma di portarla avanti con precisione e cura, come testimonianza e riflesso di questa verità devastante e del rifiuto assoluto di permettere al mondo di ignorarla», racconta Mona.

Roger, che sostiene pubblicamente la liberazione della Palestina da oltre vent’anni, descrive il proprio contributo al brano come qualcosa che «si è trasformato in modo del tutto naturale e spontaneo in una corrispondenza».

Dopo aver letto la traduzione dei versi in arabo scritti da Mona, si è chiesto: «Che cosa scriverò? Che cosa farò?».

La risposta è arrivata sotto forma di un messaggio diretto.

«Le prime parole che ho scritto sono state: “Sento il tuo dolore da New York City”. E da lì è venuto tutto il resto», racconta Roger a The New Arab.

«È stato semplicissimo: io che scrivo a questa donna dall’altra parte del mare e noi che stiamo avendo una conversazione. È proprio questo che rende il brano così potente, perché è esattamente ciò che è: una conversazione.»

È una conversazione multilingue ma volutamente accessibile, capace di superare la barriera linguistica grazie ai sottotitoli.

«Non importa se parli arabo o inglese: il messaggio arriva comunque. Ed è proprio questo a renderlo così toccante e così bello», aggiunge Roger.

Le immagini di Gaza, gli occhi di Gaza

Se la canzone è una corrispondenza, il film ne diventa la risposta visiva: uno schermo diviso in bianco e nero tra Roger e Mona in studio e Gaza vista attraverso gli occhi dei palestinesi sotto i bombardamenti.

Non si tratta di simbolismi d’archivio né di immagini di repertorio. Il materiale è stato girato da fotografi e filmmaker di Gaza mentre le bombe israeliane cadevano intorno a loro, trasformando il progetto non soltanto in una riflessione sulla guerra, ma nella testimonianza di chi la sta vivendo.

Guidati dal fotografo palestinese Suhail Nassar e dalla sua troupe, premiata con un Emmy, gli autori ricordano che il linguaggio visivo di questo progetto appartiene a chi vive e documenta il genocidio, non a osservatori esterni che arrivano soltanto per raccontarne l’estetica.

Mentre si ascoltano la chitarra e la voce intensa di Roger Waters, accompagnate dall’interpretazione potente ed emozionante di Mona Miari, scorrono immagini profondamente personali dello stesso Suhail: dalla chiave della casa della nonna, sottratta durante la Nakba, ai ritratti delle famiglie di Gaza e della loro quotidianità sotto occupazione.

Per Mona è proprio qui che si ribalta la questione dell’«estetizzazione della sofferenza». Respinge l’idea di osservare Gaza da lontano.

«Portare dentro questo lavoro la sensibilità e la realtà di ciò che accade ormai da quasi cento anni significa semplicemente raccontare chi sono. È casa mia. Non posso essere “solidale” con il mio popolo. Io sono il mio popolo. Sto raccontando la mia storia.»

Per lei, trasformare le immagini di Gaza in musica non è una scelta stilistica, ma la sua lingua madre.

«Cantare della Palestina è ciò che conosco. È la mia vita, è il linguaggio che ho imparato e sviluppato negli ultimi trent’anni.»

Hind Rajab e il rifiuto dell’indifferenza

Uno dei passaggi più intensi della canzone è il dialogo immaginario di Mona con la madre di Hind Rajab, la bambina di sei anni uccisa dalle forze israeliane mentre, dall’auto di famiglia, chiedeva disperatamente aiuto dopo che i suoi parenti erano già stati colpiti a morte.

In Comfortably Numb: Reimagined, Hind non è un simbolo astratto. Viene chiamata per nome, accolta in una ninna nanna che rifiuta di lasciare che la sua memoria venga sommersa dalle statistiche delle uccisioni di massa.

È anche per questo che Mona insiste sul fatto che il brano non possa essere ridotto a una «bella» canzone di protesta. Quando le chiedo come misuri il successo di un progetto come questo, rifiuta i criteri abituali.

«Questo è un appello all’azione.»

«Alla fine non cerchiamo complimenti o persone che ci dicano: “Che bello”. Non vogliamo questo. Io, personalmente, non lo voglio.»

«Sappiamo che è un lavoro bello… ma non è questo il nostro obiettivo. È un appello all’azione, un invito… anzi, nemmeno un invito: è quasi un obbligo a confrontarsi con questa verità, a comprenderla e persino a restare nel disagio che provoca.»

Quel disagio è insieme storico ed etico: riguarda non solo la storia palestinese, ma anche l’ignoranza che per decenni l’ha circondata in Occidente.

«Non si tratta di ottenere una risposta positiva. Si tratta di coinvolgere chi ascolta, di suscitare qualcosa che lo spinga ad agire. Per questo il progetto è collegato anche a una raccolta fondi.»

Mona fa riferimento al link presente nel video su YouTube a favore del Palestine Children’s Relief Fund, organizzazione impegnata nel sostegno e nella ricostruzione a lungo termine a Gaza.

«Chiunque ascolti la canzone ha la possibilità di agire e fare una donazione per Gaza.»

Anche il finale, sottolinea, non è un lamento.

«Per questo la canzone non si conclude nel dolore. No. Arriva a un climax, musicale ed etico. La Palestina deve essere libera. Noi restiamo liberi.»

Roger Waters inserisce il brano all’interno di un percorso politico più ampio.

Per lui, Comfortably Numb: Reimagined non è un progetto parallelo.

«Non è semplicemente una canzone. Fa parte del Sumud

Usa il termine arabo che indica la fermezza e la perseveranza.

«È la determinazione a resistere all’occupazione della Palestina, di tutta la Palestina. Non stiamo parlando solo di Gaza e della Cisgiordania, ma dell’intera terra, dal fiume al mare.»

Quell’espressione — «dal fiume al mare» — compare nel brano e ha già suscitato le reazioni che gli autori si aspettavano.

Mona racconta di aver ricevuto «molte critiche da parte di ambienti sionisti» per alcune espressioni specifiche, come «dal fiume al mare» o «tornate al ’48, prima che i coloni rubassero la terra». Alcuni, aggiunge, sono fan storici dei Pink Floyd che non accettano che Roger Waters abbia dedicato Comfortably Numb, una canzone così iconica, alla Palestina.

Secondo lei, queste reazioni dimostrano soprattutto che «non avevano mai davvero capito cosa rappresentassero i Pink Floyd».

Roger è ancora più diretto.

«Mona e io facciamo parte di una battaglia esistenziale per l’intero genere umano, per l’anima dell’umanità.»

«Quello che abbiamo realizzato insieme fa parte della resistenza contro la sottomissione e l’espropriazione della patria del popolo palestinese. Per questo invitiamo le persone a unirsi alla resistenza contro l’occupazione.»

«Dal fiume al mare»: immaginare il futuro

Verso la fine della conversazione chiedo loro che cosa significhi, sul piano politico, il verso conclusivo della canzone: «Uguali diritti umani per tutti, dal fiume al mare».

Roger non esita. «Un unico Stato democratico con uguali diritti umani per tutti, indipendentemente dalla religione, dall’etnia o dalla nazionalità.»

Mona condivide il principio, ma insiste sulle priorità. «Non soltanto uno Stato democratico. Prima di tutto servono libertà e giustizia per il mio popolo e per tutti i popoli oppressi del mondo. Solo dopo potremo parlare di uno Stato democratico.» Quando Roger interviene osservando che «serve comunque un sistema», Mona annuisce senza arretrare.

«Assolutamente. Ma la nostra lotta è per la libertà e la giustizia.»

È proprio qui che vive Comfortably Numb: Reimagined: non nei modelli costituzionali, ma in quella lotta.

Nei nomi di bambine come Hind Rajab. Negli occhi dei filmmaker di Gaza che continuano a filmare sotto le bombe. Nel rifiuto di Mona Miari di separare la propria arte da un secolo di espropriazioni e massacri. E nella convinzione di Roger Waters che la silenziosa «voce della ragione» continui a esistere, affermando che la Palestina deve essere, e sarà, libera.

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