Poesie da Gaza: le sedie vuote

Poesia pubblicata originariamente su We Are Not Numbers. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite

Di Ismail Abu Aitah

Foto di copertina: Opera d’arte realizzata appositamente per questa poesia, raffigurante i familiari di Ismail Abu Aitah, di Basem Samara

C’era una tavola, una volta.
Non una tavola speciale.
Solo legno.
Solo una superficie.
Ma intorno a lei
c’era tutto ciò che contava.
Mio padre, Ibrahim.
Mia madre, Jamila.
I miei fratelli, Mohammed, Ahmad, Mahmoud, e le loro famiglie.
Le mie sorelle, Iman, Manal e Ala’a.
I miei nipoti, tra cui Adham.
Riempivano quello spazio
senza nemmeno pensarci.

Poi arrivò la notte del 24 luglio 2014.
Una notte.
Un missile.
Cinque persone.
Mio padre.
Mia madre.
Mohammed.
Ahmad.
Adham.
Cinque sedie
vuote.
Non una dopo l’altra.
Tutte insieme.
In un unico istante
che non riuscii a comprendere
fino a quando arrivò il mattino
e loro no.

Quell’anno imparai qualcosa
che nessuno dovrebbe mai imparare:
una tavola non ha bisogno delle persone
per continuare a restare in piedi.
Lei rimane.
Le sedie rimangono.
Il legno rimane.
Solo il calore scompare.
E quando il calore lascia un luogo,
quel luogo non è più lo stesso.
Anche se continui a sederti
sulla stessa sedia
su cui ti sei sempre seduto.
Anche se il cibo è ancora lì.
Anche se la stanza sembra identica.
C’è qualcosa che se n’è andato
e che nessuna presenza
potrà mai sostituire.

Gli anni passarono.
Non facilmente.
Ma abbastanza
da provare a ricominciare.
Abbastanza
da imparare
a sedersi a una tavola
con cinque sedie vuote
e continuare a mangiare.
Continuare a parlare.
Continuare a esistere.

Poi arrivò il 7 ottobre 2023.
E la guerra tornò.
E Mahmoud,
il mio ultimo fratello,
quello che era rimasto,
quello che sedeva accanto a me
attraverso ogni cosa,
mi fu portato via.
Non nel 2014.
Non in quella sola, terribile notte.
Ma il 16 maggio 2025.
Dopo dieci anni trascorsi a sopravvivere insieme.
Dopo Bir Al-Na’aja
e le partite a carte attorno a quella tavola
per dimenticare la paura.
Dopo che mi aveva detto:
«Un giorno ci guarderemo indietro
e ricorderemo i giorni felici.»
Un altro missile.
E ora anche lui era
un’altra sedia vuota.
La sesta sedia.

Sei sedie, ormai.
Io siedo alla tavola.
Il legno è lo stesso.
La superficie è la stessa.
Ma il peso del silenzio
è più forte, adesso.
Più pesante.
Più assoluto.
Come se la tavola stessa
avesse imparato
quello che ho imparato anch’io:
che la perdita
non arriva una volta sola
e poi se ne va.
Arriva.
Rimane.
Si tira una sedia.
E anche quando impari a conviverci,
continua a occupare
sempre più spazio.

Sei sedie.
Sei nomi che porto con me
a ogni tavola
alla quale mi siedo.

Ibrahim.
Jamila.
Mohammed.
Ahmad.
Adham.
Mahmoud.

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