Articolo pubblicato originariamente su Haaretz. Traduzione dall’inglese a cura di Beniamino Rocchetto per la Zona Grigia
La continua trasformazione della Cisgiordania in una Gaza da parte di Israele è minacciata finché ci saranno testimoni sul campo. Mentre Israele si impegna a sbarazzarsi di loro, bloccando e deportando gli attivisti, potrebbe essere necessario un intervento straniero.
Di Abby Seitz
Nascosta come operazione antiterrorismo denominata “Operazione Muro di Ferro”, l’IDF ha sfollato oltre 40.000 residenti dai campi profughi di Jenin, Tulkarm e Nur Shams, nella Cisgiordania settentrionale, all’inizio del 2025. Giornalisti e inviati delle Nazioni Unite presenti sul posto all’epoca sottolinearono le somiglianze tra la portata e la brutalità delle operazioni israeliane a Gaza.
La scorsa settimana, Haaretz ha rivelato i grandi piani dell’esercito israeliano per le rovine di Jenin: stabilire un avamposto militare permanente e rompere uno status quo durato 33 anni costruendo nell’Area A controllata dall’Autorità Palestinese per la prima volta dagli Accordi di Oslo che hanno spartito la Cisgiordania nel 1993.
Mentre l’esercito era impegnato a radere al suolo Gaza e Jenin, i coloni israeliani hanno condotto la propria campagna di Pulizia Etnica in tutta la Cisgiordania. Secondo i dati di B’Tselem e dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari, 5.910 palestinesi, provenienti da 66 comunità rurali e beduine dell’Area C, sono stati costretti ad abbandonare le proprie case tra gennaio 2023 e aprile 2026 a causa della violenza dei coloni e delle restrizioni di accesso.
L’impossibile decisione di una comunità di andarsene è preceduta e seguita da anni di vessazioni: perdita dell’accesso all’acqua e alla terra, incendi dolosi e Pogrom impuniti, perdita dei mezzi di sussistenza, avamposti agricoli violenti finanziati dallo Stato che si moltiplicano a dismisura e si insediano accanto alle case delle famiglie.
Questi attacchi sono ben documentati, perché a differenza di Gaza, la Cisgiordania rimane in gran parte aperta a coloro che documentano queste atrocità: giornalisti, operatori umanitari, difensori dei diritti umani e giornalisti cittadini. I giornalisti palestinesi sono da tempo nel mirino delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) in Cisgiordania, e, più recentemente, dei coloni, ma sembra che Israele stia intensificando i suoi sforzi per liberare questa porzione di territorio dai testimoni, strumentalizzando gli ordini di zona militare chiusa e prendendo di mira gli attivisti stranieri.
Attivisti, alcuni dei quali inseriti in programmi ebraici e israeliani come Achvat Amim di Hashomer Hatzair, che si recano in Cisgiordania per partecipare a missioni di protezione, sono stati deportati e banditi dal rientro in Israele per un periodo fino a 10 anni, oppure si sono visti revocare il visto. Nel caso più recente ed estremo, il Centro per la Nonviolenza Ebraica ha riferito ad Haaretz che uno dei suoi attivisti ebrei è stato deportato da Umm al-Khair negli Stati Uniti a maggio e gli è stato imposto un divieto a vita di ingresso per la vaga e non violenta accusa di “disturbo di un soldato nell’esercizio delle sue funzioni”.
A Nord di Ramallah, due comunità beduine sotto attacco hanno chiesto al Rabbino Arik Ascherman di organizzare turni di protezione 24 ore su 24 per mesi, fino a quando a entrambe le comunità non è stato imposto un ordine di zona militare chiusa della durata di un anno, che ha impedito ad attivisti israeliani e internazionali, il cui obiettivo principale è documentare la violenza dei coloni e le malefatte delle Forze di Difesa Israeliane, di essere presenti sul territorio.
L’ordine non viene applicato ai giovani della Gioventù delle Colline che risiedono negli avamposti illegali vicini, alcuni dei quali sono stati ripetutamente demoliti dall’Amministrazione Civile. Entrambe le comunità, Shakara vicino a Duma e Khalet as-Sidra, sono state da allora svuotate e rase al suolo.
Come ha dichiarato Ascherman a Matan Golan di Haaretz a gennaio: “I coloni da soli non sono in grado di portare avanti ciò che stanno facendo, e noi siamo testimoni del fatto che lo Stato e le forze di sicurezza non stanno utilizzando tutti gli strumenti a loro disposizione”. La continua “gazificazione” della Cisgiordania da parte di Israele è minacciata finché ci saranno testimoni sul campo delle sue campagne di sfollamento di massa. In loro assenza, potrebbe essere necessario un intervento straniero, poiché le condanne da parte dei politici dell’opposizione alla Knesset (Parlamento), delle istituzioni ebraiche americane e persino degli stessi coloni della Cisgiordania non hanno ancora avuto un impatto significativo sulla crescente violenza delle milizie paramilitari sostenute dallo Stato, sulla cattiva condotta delle Forze di Difesa Israeliane o sulla progressiva annessione.
E sebbene la pressione internazionale abbia ottenuto scarsi risultati a Gaza, ha impedito l’espulsione dei villaggi della Cisgiordania e, la scorsa settimana, ha bloccato il piano di presa del potere E1 del ministro di estrema destra Bezalel Smotrich, rendendola probabilmente l’ultima risorsa rimasta a coloro che cercano di fermare la gazificazione della Cisgiordania.

Sempre ho nel cuore il popolo palestinese. Anch’io dico: Signore fino a quando?”. Perché nessuno dei potenti parla? Perché si deve assistere impotenti a questa grande sofferenza di un popolo innocente?