Poesia pubblicata originariamente su We Are Not Numbers. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite
Di Ahmed Dremly
Quella mattina la terra era silenziosa.
Non vuota —
silenziosa.
Portava dentro di sé
il peso di una famiglia,
i sogni dei bambini,
le mani delle madri,
i passi di coloro
che un tempo l’avevano percorsa.
Il cielo incombeva su Gaza,
ampio e incerto,
come se persino il cielo
non sapesse dove deporre il proprio dolore.
Dopo mille e novantanove giorni,
la terra aprì le sue mani.
Non per prenderli,
ma per restituirli.
Centododici anime
della famiglia Abu Sharia
riemersero dalle macerie —
medici,
ingegneri,
madri,
padri,
bambini,
neonati.
Un’intera famiglia
restituita alla memoria della terra.
Quel giorno Gaza non accolse dei corpi.
Ricevette dei nomi.
Una madre di cinque figli
stava su un tetto,
con fiori,
caramelle
e le lacrime che non riusciva a nascondere.
Gridò verso il cielo:
Viva i martiri.
Un bambino che aveva perso entrambi i genitori
guardò attraverso una finestra infranta.
Il mondo era andato in frantumi davanti ai suoi occhi,
eppure la sua voce rimase:
Per voi, Palestina.
Un uomo sopravvissuto
alla morte di tutti coloro che amava
portava con sé ciò che restava della sua famiglia —
ossa, fotografie, ricordi.
Portava un universo
dentro le sue mani ferite.
E disse:
I martiri non muoiono.
Uno zio che aveva sepolto quindici cuori
alzò la voce:
Allah Akbar.
Non come un addio,
ma come una promessa.
Questa terra conosce i nostri passi.
Questa terra conosce i nostri nomi.
Qui viviamo.
Qui moriamo.
Le strade di Gaza si riempirono ancora.
Non solo di dolore,
ma di migliaia di mani
che si tendevano verso i corpi avvolti nelle bandiere,
contendendosi l’onore
di portare coloro
che avevano portato Gaza prima di loro.
Il caffè veniva versato accanto alle tombe.
Le storie venivano raccontate accanto alle rovine.
E ogni ferita
riapriva un altro ricordo.
Oggi,
le macerie hanno finalmente parlato.
Hanno restituito le ultime parole
di coloro che riposavano sotto di esse.
Di coloro che proteggevano la terra
e che dalla terra erano protetti.
Oggi Gaza indossa il suo dolore
come un abito antico.
E la terra sussurra:
Non sono mai stati sepolti sotto di me.
Sono stati piantati.
E io ricorderò i loro nomi.
Nota dell’autore: La poesia è stata ispirata dal funerale celebrato il 4 agosto 2026 a Gaza per 112 membri della famiglia Abu Sharia, i cui resti sono stati recuperati dalle macerie a più di due anni dalla loro uccisione. Della famiglia sono stati uccisi 308 membri, ma finora sono stati recuperati i resti di soli 112 di loro. Erano miei vicini e conoscevo personalmente molti di loro.

Bellissimo articolo di Nabil Bey Salameh. L'Unione europea ha fatto propria la narrazione degli Ebrei sionisti israeliani, parla di pace…
I coloni israeliani mi ricordano il KU-KLUX-KAN del razzismo statunitense. I governi europei ed anche quello italiano che si presentano…
Sempre ho nel cuore il popolo palestinese. Anch'io dico: Signore fino a quando?". Perché nessuno dei potenti parla? Perché si…
Sono vicina al popolo palestinese. Unità a voi nella preghiera. Soffro con voi. Quando finirà? Il mondo che conta e…
il soldato in questione è stato ricevuto in ambito isareliano in Italia credo anche una scuola ebraica a Milano ma…