Il diritto di scomparire

An Israeli soldier uses his cellphone to take a photo of a Palestinian during a raid on the residential complex in Wadi Qatunya, Al-Mughayer, in the West Bank, declaring it a closed military zone, 17 January 2025. They forcibly removed activists, detained a youth—breaking his hand and his brother's—and threatened residents at gunpoint. This follows the December 29, 2024, displacement of 14 members of the Abu Na'eem family, part of a broader colonial agenda of forced displacement for settlement expansion as part of ethnically cleansing the area for Jewish settlement. Around one year later, on 21 February 2026, the community in Wadi Qatunya was forced to leave on 21 February 2026. Dozens of communities in the West Bank were forcibly displaced since 7 October 2023 and many more are under immediate threat of displacement.

Articolo pubblicato originariamente su The Electronic Intifada. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite

Foto di copertina: Un soldato israeliano scatta una foto a un uomo palestinese durante un’incursione nel villaggio di al-Mughayyir, nella Cisgiordania centrale, nel gennaio 2025. Avishay MoharActiveStills

Ashraf Hazeyen – The Electronic Intifada, 21 luglio 2026

A Gaza la sorveglianza arriva spesso dal cielo. I droni israeliani restano sospesi sulla vita quotidiana per ore, fondendo ricognizione e presenza permanente. Molti abitanti della Striscia ormai parlano dei droni come altri parlerebbero del tempo atmosferico: una condizione costante che incombe sull’esistenza di ogni giorno. Sistemi di puntamento assistiti dall’intelligenza artificiale, tecnologie di mappatura digitale e la produzione ininterrotta di dati visivi trasformano gli spostamenti di persone e veicoli in esposizione permanente.

In Cisgiordania, invece, l’architettura della sorveglianza è più visibile a livello del suolo: checkpoint biometrici, telecamere per il riconoscimento facciale e sistemi di permessi regolano la mobilità attraverso procedure di identificazione e verifica. I pendolari trascorrono ore in fila ai posti di blocco, dove i telefoni vengono controllati e i volti sottoposti a scansione biometrica.

Tra le geografie frammentate di Gaza e della Cisgiordania operano tecnologie diverse, ma producono sempre più la stessa condizione politica: la vita dei palestinesi resta sottoposta a sistemi di monitoraggio permanente.

Il dominio coloniale dipende dalla conoscenza di dove si trovano le persone, di come si spostano e di come possono essere classificate. Questo controllo sulla mobilità palestinese è uno degli elementi centrali della struttura dell’occupazione. Mentre i checkpoint riorganizzano il ritmo ordinario degli spostamenti attraverso ispezioni e autorizzazioni, e i droni sorvolano Gaza, la passeggiata non registrata, l’assembramento anonimo e il silenzio che non lascia tracce digitali si restringono sotto una sorveglianza continua.

La visibilità non esiste più soltanto nei momenti di confronto diretto. Si insinua nei comportamenti quotidiani e modifica il modo in cui le persone parlano, si muovono, si riuniscono e scompaiono dalla vista. La studiosa Helga Tawil-Souri ha definito questa estensione della sorveglianza ai ritmi ordinari della vita palestinese una forma di «occupazione digitale». Molti abitanti raccontano di evitare certe conversazioni al telefono, di limitare la propria attività online e di cambiare percorso perché danno per scontato di essere osservati.

Gli esseri umani hanno bisogno di spazi pubblici sottratti allo sguardo costante. La vita ordinaria dipende anche da momenti che sfuggono alla documentazione: una passeggiata improvvisata, una conversazione privata, una temporanea scomparsa dalla vista. Nel suo Poetica della relazione, Édouard Glissant descrive l’opacità come la forza che «protegge il Diverso» dalle pretese di una «trasparenza riduttiva».

La vita palestinese mostra tutta la portata politica di questa intuizione. L’occupazione estende la sorveglianza ai ritmi dell’esistenza quotidiana e trasforma la normale sfera privata in uno spazio sottoposto a regolazione.

L’opacità diventa così una condizione della dignità psicologica e della libertà politica.

La prova dell’esistenza

Un popolo costantemente osservato finisce per vivere l’esposizione come una normale condizione dell’esistenza.

Il controllo continuo modifica i comportamenti, il linguaggio, i movimenti e perfino la vita emotiva. Le persone iniziano a calcolare come appaiono, dove appaiono e se perfino il tentativo di sottrarsi allo sguardo possa destare sospetti.

In queste condizioni, l’opacità smette di sembrare qualcosa di naturale. Comincia a sembrare un rischio.

Nel corso delle successive offensive contro Gaza, famiglie, giornalisti e operatori umanitari hanno spesso documentato le vittime attraverso fotografie, video, numeri identificativi e dati di geolocalizzazione, prevedendo che in futuro qualcuno avrebbe contestato ciò che era realmente accaduto.

Quando la sofferenza palestinese deve essere filmata, archiviata, verificata e diffusa per diventare politicamente incontestabile, la documentazione diventa al tempo stesso testimonianza e difesa contro la cancellazione.

A Gaza i genitori scrivono il nome dei propri figli sulle loro braccia e sulle loro gambe. I dati identificativi vengono salvati nei telefoni e condivisi attraverso reti di contatti prima che le persone scompaiano dentro cifre contestate e narrazioni contrapposte. Le immagini delle case distrutte, dei corpi feriti, della fame, dello sfollamento e del dolore circolano sui social media e nei mezzi di informazione internazionali come prove destinate a contrastare l’incredulità e le smentite ufficiali.

La testimonianza resta indispensabile in un contesto in cui la violenza viene spesso minimizzata, distorta o cancellata. Ma questa pressione genera anche una condizione inquietante: la vita palestinese diventa sempre più inseparabile dall’obbligo di fornire prove continue.

Una popolazione ferita si ritrova costretta a dimostrare la propria sofferenza ancora e ancora per restare comprensibile agli occhi del mondo. La morte richiede documentazione. La fame richiede immagini. Lo sfollamento richiede fotografie, registrazioni o testimonianze dirette.

Perfino la sopravvivenza diventa una prova da esibire davanti a un pubblico globale che pretende una continua dimostrazione dei fatti.

Bersaglio o testimonianza

I palestinesi si trovano spesso di fronte alle richieste di giornalisti, organizzazioni umanitarie e utenti dei social media che chiedono più filmati, più nomi, più registrazioni, più testimonianze, più conferme visive, prima che la loro umanità venga riconosciuta.

Sono costretti a dimostrare ripetutamente esperienze che, in molti altri contesti, vengono semplicemente date per vere.

Il problema più profondo è la condizione che si crea quando un popolo deve restare permanentemente visibile per essere considerato credibile. In questo contesto, la leggibilità imposta non coincide più soltanto con l’esposizione ai sistemi di sorveglianza dall’alto. Diventa anche un requisito imposto dalla politica internazionale del riconoscimento.

Una società organizzata intorno alla sorveglianza permanente erode progressivamente le forme ordinarie della possibilità di scomparire. Nel suo Seeing Like a State, James C. Scott mostra come gli Stati moderni accrescano la propria capacità di governare rendendo le popolazioni sempre più leggibili attraverso sistemi di classificazione, registrazione e semplificazione amministrativa.

La sorveglianza permanente estende questa logica alla vita quotidiana. Lo spazio pubblico si restringe sotto l’effetto di telecamere, banche dati, droni e archivi digitali che trasformano ogni movimento in informazione. Persino la vita privata finisce per anticipare l’osservazione prima ancora che essa si manifesti. Le persone imparano ad autoregolarsi in funzione della possibilità di essere viste.

Per i palestinesi questa condizione assume una forma di violenza ancora più acuta, perché essere visti si presenta sempre più soltanto in due modi: come bersagli oppure come testimonianze.

Da una parte vi sono i sistemi di sorveglianza gestiti dall’esercito israeliano e dalle autorità dell’occupazione, che monitorano, classificano ed espongono i corpi per esercitare il controllo. Dall’altra vi è l’incessante obbligo di documentare la sofferenza per dimostrare che quella sofferenza esiste davvero.

La questione, dunque, va ben oltre il diritto alla privacy. Riguarda le condizioni politiche che permettono a un popolo di esistere senza essere costantemente esposto a sistemi di sorveglianza o a continue richieste di fornire prove della propria esistenza.

Una società costretta a restare visibile per essere creduta occupa una posizione estremamente fragile nella politica contemporanea del riconoscimento. Alcune vite vengono sorvegliate. Ad altre viene chiesto di dimostrare che sono esistite.

Ashraf Hazeyen è un filosofo e scrittore palestinese residente negli Stati Uniti. I suoi lavori si concentrano sul colonialismo, il pensiero politico, l’istruzione superiore e la Palestina.

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