Vendetta e supremazia, un mix letale

Articolo pubblicato originariamente sul Manifesto

Di Chiara Cruciati

Ovunque nel mondo, ogni legge sulla pena di morte è l’estrema forma di controllo di classi ed etnie considerate subalterne. Quella votata ieri dal parlamento israeliano lo mette nero su bianco: davanti alla legge, non esiste uguaglianza

Ovunque nel mondo, ogni legge sulla pena di morte è l’estrema forma di controllo di classi ed etnie considerate subalterne. Poveri, neri, dissidenti sono le prime vittime della forca di Stato. Quella votata ieri dal parlamento israeliano lo mette nero su bianco: davanti alla legge, non esiste uguaglianza.

La massima punizione introdotta per volere dell’ultradestra razzista guidata da Itamar Ben Gvir è una pena capitale razzializzata: non si applica sulla base del reato, ma del presunto responsabile. Ne saranno vittima solo i palestinesi accusati di omicidio di cittadini israeliani per motivi nazionalistici e la cui intenzione è «negare l’esistenza dello Stato di Israele». Non colpirà gli ebrei israeliani che utilizzano lo strumento del terrore per imporre la propria egemonia. Non colpirà i coloni e gli estremisti che bruciano villaggi col favore del buio e ammazzano palestinesi alla luce del giorno, per motivi che potremmo definire – per usare la terminologia della nuova legislazione – «nazionalistici».

La diseguaglianza strutturale a cui è sottoposta la popolazione palestinese sull’intero territorio – Israele, Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme – e che è ormai chiamata con il suo nome anche dalla Corte internazionale di Giustizia (apartheid) si dota così di un nuovo strumento. Che non è «deterrenza», come dicono i fautori della legge e i suoi sostenitori nell’opinione pubblica israeliana – ma un mix di vendetta e supremazia ebraica che segna in modo più sfacciato che mai la lunga leadership di Benjamin Netanyahu. La vendetta la si percepisce scorrendo i dettagli: l’impossibilità di fare appello, l’isolamento di 90 giorni prima dell’esecuzione, il divieto a incontrare i familiari per un ultimo saluto, l’impiccagione perché ogni corpo sia un monito.

Di fronte a una simile deriva, alcuni paesi europei – Italia, Francia, Germania e Regno unito – hanno espresso «preoccupazione» e definito il disegno di legge «crudele». Tale crudeltà, però, non è improvvisata: è parte di un percorso storico che ha trovato nuova linfa dopo il 7 ottobre 2023 e che ha visto le carceri israeliane tramutate in una rete di campi di tortura (così l’ha etichettata l’associazione israeliana B’Tselem). Se da sempre le prigioni israeliane sono luogo di sopraffazione, punizione collettiva e tortura, negli ultimi due anni e mezzo hanno elevato la disumanizzazione del “nemico” a livelli senza precedenti. I racconti di chi sopravvive sono tutti simili e strazianti: torture quotidiane, pestaggi, sovraffollamento, privazione del cibo, dell’igiene personale e del sonno, stupri.

Un buco nero da cui non si esce come si è entrati: la prigione israeliana post-7 ottobre svuota i detenuti, della carne e dell’anima, larve umane che in non pochi casi riportano danni permanenti, fisici e mentali. Dall’ottobre 2023 in quella rete hanno perso la vita quasi cento detenuti, chi per le botte, chi per la fame, chi per le mancate cure. Un numero, probabimente, sottostimato: a oggi non si conosce il numero esatto di palestinesi di Gaza catturati durante l’invasione di terra, 3mila, 5mila, forse di più. Corpi ingoiati nel buco nero, privati anche della dignità di essere un dato nella statistica.

Contro tale brutalità mai messa in discussione dalla magistratura israeliana (quella che milioni di persone difesero nelle piazze di Tel Aviv prima della guerra e, secondo molti osservatori internazionali, il sintomo più alto della presunta democraticità di Israele), non si è sollevata alcuna critica. I paesi europei che oggi parlano di crudeltà non sono mai intervenuti nonostante le testimonianze dei sopravvissuti, i rapporti delle ong, le denunce dell’Onu. Se si fosse intervenuti, chissà, forse la pena di morte per i palestinesi non avrebbe mai visto la luce. Se si fosse intervenuti prima, forse non ci sarebbe stato un genocidio. O una nuova guerra illegale.

È la stessa logica che ha guidato alti esponenti del governo italiano a protestare per l’ennesimo sopruso dell’alleato: impedire al cardinale Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, di pregare al Santo sepolcro nella domenica delle palme. La libertà di culto è un diritto umano fondamentale, hanno detto. Anche universale: vale per i fedeli musulmani a cui è stato impedito per un mese di celebrare il Ramadan sulla Spianata delle Moschee e a quelli picchiati dalla polizia israeliana mentre pregavano per le strade di Gerusalemme. O per i cristiani bombardati nelle chiese di Gaza.

Il sistema legislativo israeliano e la postura della comunità internazionale sono affluenti dello stesso fiume: il discorso condiviso che vuole i palestinesi – e dunque i «subalterni» – una minaccia alla sicurezza della cittadinanza «legittima» si traduce nella riaffermazione del privilegio su base etnica e religiosa. E questo non ha confini: la Palestina, lo sa chi scende in piazza per difenderne le rivendicazioni e lo sa chi le nega, è il laboratorio del suprematismo globale.

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