«Crimine di guerra»: condanna internazionale mentre i ministri israeliani festeggiano la legge sulla pena di morte contro i prigionieri palestinesi

Articolo pubblicato originariamente su Mondoweiss. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite

Foto di copertina: Itamar Ben-Gvir durante il giuramento del 37° governo israeliano, il 29 dicembre 2022. (Foto: Ufficio stampa del governo israeliano)

Di Qassam Muaddi

Le organizzazioni per i diritti umani hanno condannato una nuova legge israeliana che prevede la pena di morte per i prigionieri palestinesi, definendola un possibile crimine di guerra e «profondamente discriminatoria». Nel frattempo, i ministri israeliani hanno festeggiato l’approvazione della legge con dello champagne nell’aula della Knesset.

Con un sorriso sulle labbra e una bottiglia di champagne in mano, lunedì il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir, esponente della linea dura, ha festeggiato nell’aula della Knesset l’approvazione della nuova legge israeliana sulla pena di morte che prende di mira i detenuti palestinesi. Presentata per la prima volta come proposta di legge dal partito Jewish Power dello stesso Ben-Gvir nel novembre dello scorso anno, la legge è stata sottoposta alla seconda e terza lettura in seno al parlamento israeliano all’inizio di questa settimana, venendo approvata con una maggioranza di 62 voti contro 47. L’obiettivo della legge? Chiedere la pena di morte per i palestinesi condannati per atti che hanno portato alla morte di israeliani ebrei.

Il disegno di legge ha suscitato polemiche sin dalla sua presentazione, oltre quattro mesi fa, a causa della sua formulazione esplicitamente discriminatoria, che all’epoca era intesa a colpire individui condannati per aver ucciso israeliani per motivi “nazionalistici o razzisti” e con l’intento di “danneggiare lo Stato di Israele o la rinascita del popolo ebraico”. Da allora, i legislatori israeliani hanno cercato di attenuare le polemiche modificando la formulazione del disegno di legge.

La versione definitiva approvata come legge prendeva di mira i condannati per atti che hanno causato la morte di israeliani, con l’intento di «porre fine all’esistenza di Israele».

Nonostante un linguaggio leggermente meno connotato dal punto di vista razziale, il testo della legge si applica ancora quasi esclusivamente ai palestinesi, spingendo persino i ministri degli Esteri di Australia, Germania, Francia, Italia e Regno Unito a condannare la legge in una dichiarazione congiunta a causa del suo «carattere discriminatorio de facto». Il responsabile dei diritti umani delle Nazioni Unite, Volker Türk, ha affermato che l’applicazione della legge ai palestinesi sarebbe considerata un “crimine di guerra” e sarebbe “profondamente discriminatoria”.

Nel frattempo, la comunità globale dei diritti umani ha criticato aspramente la legge come l’ennesimo aspetto giuridico dell’apartheid israeliano. Amnesty International ha sottolineato che la legge è la prima di «quella che minaccia di essere una serie di leggi» che giustizierebbero i palestinesi «in una dimostrazione pubblica di crudeltà, discriminazione e totale disprezzo per i diritti umani», aggiungendo che la legge «smantella le garanzie fondamentali per impedire la privazione arbitraria della vita» mentre rafforza ulteriormente «il sistema di apartheid di Israele». Da parte sua, Human Rights Watch ha affermato che la legge «rafforza la discriminazione e un sistema giudiziario a due velocità, entrambi tratti distintivi dell’apartheid».

Shawan Jabarin, direttore di Al-Haq, la principale organizzazione palestinese per i diritti umani, ha dichiarato a Mondoweiss che «è la prima volta che un gruppo approva una legge destinata esclusivamente a un altro gruppo, senza che vi sia almeno una parità formale di applicazione».

Jabarin ha chiarito che «esiste un ordine militare israeliano riguardante i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza che prevede la pena di morte, ma richiede che tale pena sia richiesta dal procuratore militare e approvata all’unanimità dai giudici». La legge approvata lunedì dalla Knesset, al contrario, non è un ordine militare, ma una «legge penale», ha spiegato Jabarin, «che consente ai giudici di emettere la pena di morte a maggioranza, non all’unanimità, e senza che sia richiesta dal pubblico ministero».

Jabarin sottolinea che, nonostante la legge sia formalmente diversa dagli ordini militari, la logica alla base è la stessa del sistema giudiziario militare che si applica ai palestinesi. «Nei tribunali militari israeliani, il tasso di condanna dei palestinesi supera il 99%, perché non vi sono garanzie di un processo equo», spiega, dato che vengono accettate confessioni estorte sotto tortura o coercizione, «rendendo del tutto vana la possibilità di ricorso in appello».

Le famiglie dei detenuti «lasciate sole»

Le famiglie palestinesi dei detenuti si preparavano da mesi all’approvazione di questa legge, eppure il fatto che sia stata approvata con tanta facilità è stato per loro «uno shock», secondo quanto riferito da Ayah Shreiteh, portavoce del Club dei prigionieri palestinesi.

«La legge non ha effetto retroattivo, il che significa che non si applica ai detenuti che sono già stati condannati», ha dichiarato Shreiteh a Mondoweiss. «Tuttavia, ci sono circa 40 detenuti palestinesi accusati di atti che hanno portato all’uccisione di israeliani che non hanno ancora ricevuto una sentenza, e che si trovano direttamente nel mirino della legge sulla pena di morte», ha aggiunto.

Dei circa 9.000 palestinesi attualmente detenuti nelle prigioni israeliane, solo poche centinaia sono accusati di attacchi che hanno portato alla morte di israeliani, e più di 4.000 sono detenuti senza accuse, 3.000 dei quali sono sottoposti a “detenzione amministrativa”, una politica che permette a Israele di trattenere i palestinesi sulla base di un “fascicolo segreto” che non viene mostrato alla difesa.

«Molte famiglie provengono da contesti modesti e sono arrivate completamente sconvolte, preoccupate per la sorte dei loro cari e chiedendosi se sarebbero stati giustiziati», ha detto. «La cosa più difficile per le famiglie è la sensazione di essere state abbandonate».

Shreiteh sostiene che negli ultimi due anni i palestinesi hanno subito una tragedia dopo l’altra, dal genocidio di Gaza alla fame, alla violenza dei coloni e ai piani di annessione, mentre la questione dei prigionieri è rimasta sullo sfondo della maggior parte delle notizie. «Questo fa sentire le famiglie dei prigionieri come se fossero sole in questa situazione», ha spiegato Shreiteh.

A ciò si aggiunge il fatto che l’Autorità Palestinese ha recentemente sospeso il pagamento degli stipendi alle famiglie dei prigionieri e dei martiri palestinesi a seguito delle pressioni internazionali, sulla base della propaganda israeliana che dipinge il fondo come un «programma di ricompensa per gli omicidi» che premia il «terrorismo».

«C’è un senso di impotenza di fronte all’impunità con cui vengono trattati i prigionieri», ha aggiunto Shreiteh. «E questa legge è stata un ulteriore colpo al morale delle famiglie dei prigionieri palestinesi».

 

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