Articolo pubblicato originariamente su +972 Magazine. Traduzione a cura della redazione di Bocche Scucite
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu visita il mercato di Hatikva a Tel Aviv nell’ambito della campagna elettorale del Likud, 22 ottobre 2026. (Avshalom Sassoni/Flash90)
Mentre il blocco di Netanyahu accoglie nelle proprie fila altri estremisti, i suoi avversari si sbarrano la strada verso il potere rifiutandosi di collaborare con i partiti arabi.
Di Ben Reiff
La facciata della democrazia israeliana è stata smascherata innumerevoli volte nel corso degli anni, ma forse mai con tanta spudoratezza come tre settimane fa, all’interno della Corte suprema di Gerusalemme. In quell’occasione, un autorevole collegio di giudici ha archiviato decenni di precedenti giurisprudenziali, rifiutandosi di annullare la decisione della Commissione elettorale centrale di escludere un candidato palestinese — questa volta Sami Abu Shehadeh, leader di Balad — dalle elezioni di martedì prossimo.
L’unico motivo addotto per escluderlo era un articolo pubblicato l’8 ottobre 2023, nel quale Abu Shehadeh descriveva l’attacco contro Israele guidato da Hamas il giorno precedente come un «evento storico significativo». La Corte ha ritenuto che queste parole costituissero un sostegno alla lotta armata contro Israele, costringendolo a ritirarsi dalla competizione elettorale.
Una decisione del genere sarebbe stata già di per sé gravissima. Ma non la si può comprendere senza considerare che la legge israeliana consente anche di escludere i candidati che incitano al razzismo. Eppure, candidati ebrei che hanno invocato il lancio di una bomba nucleare su Gaza, chiesto il «totale annientamento» delle sue città, dichiarato che «per tutti quelli che si trovano lì dovrebbe esserci un’unica sentenza: la morte» e preteso che «tutto il Libano debba bruciare» possono continuare a candidarsi liberamente. Traetene voi le conclusioni.
Queste elezioni, tuttavia, non raccontano soltanto il razzismo dell’estrema destra israeliana. Tutti i partiti ebraici presenti alla Knesset hanno sostenuto l’esclusione di Abu Shehadeh, mettendo a nudo la fedeltà della cosiddetta opposizione israeliana al principio della supremazia ebraica. A opporsi davvero alle politiche di apartheid, pulizia etnica e genocidio, intensificatesi drasticamente sotto il governo uscente, sono soltanto i partiti palestinesi della Lista Comune — che riunisce Hadash, Ta’al e Balad, il partito di Abu Shehadeh.
Paradossalmente, proprio la Lista Comune e il partito islamista Ra’am detengono la chiave delle possibilità dell’opposizione di spodestare il primo ministro Benjamin Netanyahu. I sondaggi non lasciano molto spazio ai dubbi: senza questi partiti arabi, il blocco anti-Netanyahu non raggiungerà i 61 seggi necessari per ottenere la maggioranza alla Knesset. Con il loro sostegno, potrebbe invece rovesciare Netanyahu praticamente da un giorno all’altro. Il blocco che gli è fedele, del resto, sembra destinato a restare ben al di sotto della maggioranza.
Alla vigilia del voto, però, il blocco anti-Netanyahu sembra incapace di fare ciò che serve per mandare il primo ministro più longevo della storia israeliana al suo tramonto politico — e, forse, dietro le sbarre. Il razzismo, a quanto pare, non è soltanto una carenza morale: è anche una pessima strategia politica. E invece di puntare alla vittoria con il sostegno dei partiti arabi, l’opposizione israeliana si prepara a perdere senza di loro.
Due blocchi a confronto
Le precedenti elezioni, alla fine del 2022, avevano posto fine a una situazione di stallo politico che aveva portato gli israeliani alle urne cinque volte in meno di quattro anni. Era stato un referendum prolungato su Netanyahu: il premier aveva perso brevemente la carica al quarto appuntamento elettorale, per poi riconquistarla al quinto. Il voto di martedì si svolge sostanzialmente sullo stesso terreno, contrapponendo una coalizione favorevole a Netanyahu, composta da partiti di estrema destra e ultraortodossi, a un’alleanza più eterogenea di forze centriste e di destra intenzionate a destituirlo.
Oltre al futuro politico di Netanyahu, tra i temi principali della campagna figurano il costo della vita, la coscrizione degli ebrei ultraortodossi nell’esercito, l’istituzione di una commissione statale d’inchiesta sulle falle nella sicurezza emerse in relazione al 7 ottobre e il progressivo deterioramento della posizione di Israele sulla scena internazionale. Le politiche che hanno contribuito a questo deterioramento sono invece vistosamente assenti dal dibattito, fatta eccezione per la condanna pressoché unanime del nuovo documentario NAZA.
Il blocco pro-Netanyahu comprende i partiti dell’attuale governo — Likud, Otzma Yehudit, Partito sionista religioso, Shas e Giudaismo unito della Torah — oltre a due esponenti dell’estrema destra che aspirano a unirsi alla coalizione.
Il primo è Ofer Winter, ex alto ufficiale dell’esercito, oggi in pensione, alla guida del nuovo partito Amcha Yisrael. Il suo intero programma elettorale ruota attorno all’espulsione dei palestinesi da Gaza. Winter è accreditato dai sondaggi di un consenso appena sufficiente a superare la soglia di sbarramento del 3,25 per cento: se non dovesse raggiungerla, tutti i suoi voti andrebbero perduti, favorendo così l’opposizione.
Il secondo è Moshe Feiglin, uno dei personaggi più eccentrici della politica israeliana, il cui partito libertario Zehut si presenta in lista comune con il Partito sionista religioso di Bezalel Smotrich. Tra le dichiarazioni più note di Feiglin figurano «Ogni neonato a Gaza è un nemico», «Uccidete tutto ciò che si muove» e, in sostanza, l’idea che Hitler avesse ragione, ma che avesse preso di mira le persone sbagliate. Il Likud e la lista congiunta Partito sionista religioso-Zehut hanno firmato un accordo di surplus dei voti: ciò significa che i voti espressi per Netanyahu potrebbero finire per rafforzare Feiglin e Smotrich, e viceversa.
Il blocco opposto, formato dai partiti anti-Netanyahu, è guidato questa volta da Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore dell’esercito israeliano e leader del nuovo partito Yashar. A Eisenkot viene attribuita l’elaborazione della cosiddetta dottrina Dahiya, una strategia militare sviluppata in Libano e basata sulla distruzione su vasta scala delle infrastrutture civili, nella speranza di spingere la popolazione locale a rivoltarsi contro Hezbollah. Una strategia che anticipava la dottrina dell’annientamento applicata a Gaza negli ultimi tre anni.
Anche Eisenkot ha avuto un ruolo in quella campagna militare. Ha fatto parte del gabinetto di guerra di Netanyahu durante i mesi più sanguinosi dell’offensiva israeliana, entrando nell’organismo quasi immediatamente dopo il 7 ottobre e dimettendosi nel giugno 2024, in polemica con il premier per aver ostacolato un accordo sugli ostaggi.
Che cosa propone, dunque? Eisenkot ha ripetutamente promesso che, sotto la sua guida, non nascerà alcuno Stato palestinese. Ha persino attaccato Netanyahu per aver sostenuto in passato la soluzione dei due Stati. È favorevole alla costruzione di nuovi insediamenti ebraici nell’Area C, che rappresenta il 60 per cento della Cisgiordania ed è interamente sotto controllo israeliano, e non esclude nuove costruzioni nella zona E1, particolarmente controversa.
A Gaza, in Libano e in Siria, vorrebbe mantenere almeno una parte dei territori occupati militarmente da Israele sotto il governo uscente. Di recente, inoltre, ha dichiarato che il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir «probabilmente ha fatto cose buone nelle carceri». Dal 7 ottobre, oltre cento palestinesi sono morti nelle prigioni israeliane a causa di torture sistematiche, negligenza medica e privazione del cibo.
Tra gli altri leader della possibile coalizione di Eisenkot figurano l’ex capo del consiglio degli insediamenti Naftali Bennett, alla guida del partito Insieme, favorevole all’annessione dell’Area C della Cisgiordania; Avigdor Liberman, leader di Yisrael Beitenu ed ex ministro della Difesa di Netanyahu, che nel novembre 2023 dichiarò che «a Gaza non ci sono innocenti»; e Yair Golan, leader dei Democratici ed ex vicecapo di stato maggiore, che ha sostenuto la necessità di affamare l’intera popolazione di Gaza finché Hamas non avesse liberato gli ostaggi. Anche il Partito dei riservisti-Nuovo partito economico, una nuova alleanza di centrodestra concentrata sull’applicazione della leva obbligatoria nelle comunità haredi e sulla riduzione del costo della vita, potrebbe unirsi al blocco anti-Netanyahu, se riuscisse a superare la soglia di sbarramento.
Ciò che distingue questi esponenti dall’attuale governo, tuttavia, è soprattutto il desiderio di attenuare l’ondata di indignazione internazionale contro Israele.
A tal fine, Eisenkot ha promesso di reprimere il «terrorismo ebraico» in Cisgiordania, sebbene la motivazione dichiarata sia il fatto che esso «danneggia il progetto degli insediamenti». Probabilmente cercherebbe inoltre di portare avanti il piano in 20 punti di Trump per Gaza, rimasto bloccato sotto Netanyahu. Le proposte di espellere due milioni di palestinesi dalla Striscia non sarebbero più sul tavolo.
Eisenkot fermerebbe anche l’attacco del governo al sistema giudiziario israeliano e potrebbe destinare maggiori risorse alla lotta contro i gruppi mafiosi che hanno potuto agire indisturbati nelle comunità palestinesi all’interno di Israele.
C’è un solo problema: i numeri non sono dalla loro parte.
Una quadratura impossibile
Gli ultimi sondaggi più favorevoli attribuiscono al blocco anti-Netanyahu tra i primi e la metà dei cinquanta seggi, su un totale di 120 alla Knesset: circa dieci in meno rispetto alla maggioranza necessaria. Per colmare il divario esiste una soluzione semplice. Il problema è che comporta sedersi al tavolo con i partiti arabi, o quantomeno fare affidamento sui loro voti, un’ipotesi che i leader del blocco hanno quasi unanimemente escluso.
Nella prossima Knesset saranno presenti due partiti arabi che rappresentano i cittadini palestinesi di Israele: la Lista Comune, accreditata di circa 7-9 seggi, e Ra’am, che ne otterrebbe circa 5-6.
La Lista Comune è, sotto ogni aspetto, una forza politica palestinese. Il leader di Ra’am, Mansour Abbas, ha invece cercato di ridimensionare l’identità palestinese del proprio partito, concentrandosi sulla lotta alla criminalità organizzata nelle comunità arabe e dedicando meno spazio alla Cisgiordania e a Gaza. Ha inserito un deputato ebreo al secondo posto della lista e preso le distanze dalle radici del partito nel Movimento islamico, nella speranza di conquistare maggiori consensi tra le forze anti-Netanyahu. Senza successo.
Nel 2021 Ra’am è diventato il primo partito arabo indipendente a entrare in un governo israeliano, quello guidato da Naftali Bennett e Yair Lapid. L’esperimento è stato però segnato da forti tensioni e il governo è crollato dopo appena un anno.
Dopo la caduta dell’esecutivo, Netanyahu — che durante la campagna elettorale precedente aveva corteggiato a sua volta Ra’am — dichiarò che «l’esperimento è fallito». Quattro anni dopo, con una parte consistente della società israeliana attraversata da un fervore razzista che ha raggiunto livelli ancora più alti dopo il 7 ottobre, le possibilità che l’esperimento si ripeta appaiono estremamente ridotte.
In vista del voto di martedì, Golan, il leader più a sinistra del blocco anti-Netanyahu, ha dichiarato di essere disposto a sedersi con Ra’am, ma non con la Lista Comune, che del resto non entrerebbe comunque in una coalizione di governo.
Liberman ha votato a favore dell’esclusione di entrambi i partiti dalla competizione elettorale e ha ripetutamente escluso qualsiasi collaborazione con loro. Anche Bennett rifiuta di sedersi al loro fianco. Eisenkot, invece, ha detto in un incontro a porte chiuse con alcuni leader beduini di voler includere Ra’am nel proprio governo, salvo poi smentire. Da allora sostiene che nessuno dei due partiti arabi farà parte della sua coalizione.
Esiste però un’altra possibilità: un governo di minoranza sostenuto dall’esterno dai voti dei partiti arabi, una formula nota nel linguaggio politico come «rete di sicurezza». Sarebbe un assetto estremamente instabile, ma fu proprio grazie a un accordo di questo tipo che negli anni Novanta Yitzhak Rabin riuscì a far approvare gli accordi di Oslo.
La Lista Comune è disposta a svolgere questo ruolo, se ciò permetterà di rovesciare Netanyahu, ed Eisenkot ha lasciato intendere di guardare con favore a questa opzione. Liberman e Bennett, tuttavia, l’hanno entrambi respinta senza esitazioni.
A meno di clamorosi colpi di scena nei risultati di martedì, dunque, nessuno dei due blocchi sembra in grado di formare un governo praticabile nella sua attuale configurazione. L’unica alternativa sarebbe che alcuni di questi leader venissero meno alle proprie promesse, eventualità tutt’altro che inedita nella politica israeliana. Se vogliono evitare di tornare alle urne, entrambe le parti dovranno inventarsi una soluzione.
La soluzione più immediata consisterebbe nel convincere alcuni parlamentari del blocco avversario a cambiare schieramento. Secondo indiscrezioni, Netanyahu starebbe puntando alla fazione di Bennett nel caso in cui si verificasse una situazione di stallo. La campagna di Bennett, tuttavia, ruota attorno all’applicazione della leva obbligatoria nelle comunità ultraortodosse, rendendo poco plausibile una coalizione con i partiti haredi. Eisenkot, dal canto suo, spera di attirare transfughi dal Likud di Netanyahu. Ma conquistare più di una manciata di parlamentari sarebbe un’impresa enorme.
Il presidente Isaac Herzog, a cui spetta l’ingrato compito di supervisionare la formazione della coalizione, sta cercando di costruire un’altra possibilità: un governo di «unità nazionale» che riunisca Netanyahu, Eisenkot e tutti gli altri partiti disposti a parteciparvi. Secondo i sondaggi, la maggioranza dell’opinione pubblica preferisce questa soluzione alla prospettiva di tornare alle urne dopo pochi mesi.
Se Netanyahu dovesse concludere che un governo di unità nazionale rappresenta l’unica possibilità di restare primo ministro, anche accettando un accordo di rotazione con Eisenkot, la proposta potrebbe risultargli allettante. Soprattutto se ottenesse il primo turno alla guida dell’esecutivo e riuscisse poi a farlo cadere prima di dover cedere il posto a Eisenkot.
Alcuni esponenti del partito di Eisenkot sembrano aperti a questa ipotesi, ma lui stesso, almeno per ora, l’ha esclusa categoricamente. Liberman, che potrebbe sembrare un candidato naturale per un governo di unità nazionale, ha dichiarato che non governerà con Netanyahu «neanche a costo di affrontare l’inferno».
In breve, ci attendono alcune settimane, forse mesi, di trattative convulse, durante le quali le diverse ipotesi verranno esplorate e poi accantonate. Se nessuno riuscirà a formare un nuovo governo, resterà soltanto la prospettiva di nuove elezioni all’inizio del prossimo anno, con Netanyahu ancora in carica come primo ministro ad interim.
Una maggioranza parlamentare può agire anche senza un governo
C’è però un elemento decisivo: anche senza formare un governo, una maggioranza alla Knesset può fare molto. Se dopo il voto di martedì il blocco anti-Netanyahu, la Lista Comune e Ra’am dovessero controllare insieme più di 60 seggi, potrebbero votare per sostituire il presidente della Knesset e cominciare immediatamente ad approvare leggi indipendentemente dall’esecutivo.
Potrebbero abrogare le leggi della riforma giudiziaria promossa dal governo uscente; istituire una commissione statale d’inchiesta per indagare sulle falle nella sicurezza emerse il 7 ottobre, un’iniziativa alla quale l’attuale governo si è opposto con forza; e persino approvare una legge che impedisca a una persona incriminata di ricoprire la carica di primo ministro, ponendo di fatto fine alla carriera politica di Netanyahu.
Questi piani sono già in fase di elaborazione, anche se resta il dubbio che il blocco riesca a mantenere la propria unità di fronte all’inevitabile pressione di Netanyahu e dei suoi fedelissimi. E senza la formazione di un nuovo governo, il conto alla rovescia verso le elezioni successive sarebbe già cominciato.
Ben Reiff è vicedirettore di +972 Magazine e vive a Londra. Ha scritto per The Guardian, The Nation, New Statesman, Prospect e Haaretz, ed è intervenuto a Listening Post di Al Jazeera e all’emittente radiofonica britannica LBC. È inoltre uno dei fondatori del collettivo editoriale di Vashti Media. Su X: @bentreyf.

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