«La sopravvivenza della nazione»: l’ossessione di Israele per lo sperma dei soldati morti

Articolo pubblicato originariamente su +972 Magazine. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite

Il prelievo post mortem dello sperma è diventato una politica di Stato: un quarto di tutti i soldati israeliani di sesso maschile uccisi dal 7 ottobre è stato sottoposto alla procedura. Ma, creando una valvola di sfogo per le famiglie in lutto, essa finisce soltanto per perpetuare la guerra.

Di Nathalie Rozanes 

Anat Meir e il suo bambino piangono il marito David Meir, soldato israeliano ucciso il 7 ottobre al kibbutz Be’eri, al cimitero militare di Mount Herzl a Gerusalemme, 8 novembre 2023. (Chaim Goldberg/Flash90)

All’inizio di quest’anno, Nitza Shmueli ha pubblicato su Facebook un’insolita richiesta riguardante il figlio defunto. «Io, la madre di Barel, cerco una donna che voglia concepire un figlio dallo sperma di Barel, una donna che voglia entrare a far parte di una famiglia calorosa e amorevole», ha scritto. «Se pensate di poter essere la donna destinata a questo, siete invitate a contattarmi in privato».

Barel, un cecchino di 21 anni appartenente a un’unità sotto copertura della polizia di frontiera israeliana, fu colpito da un uomo armato palestinese il 21 agosto 2021, durante una protesta presso la barriera di confine a est di Gaza City. La manifestazione, che commemorava il 52° anniversario dell’attacco incendiario contro la moschea di al-Aqsa a Gerusalemme, mirava a fare pressione su Israele affinché revocasse l’assedio imposto a Gaza e aveva attirato centinaia di partecipanti.

Nei video girati sul posto si vede un uomo palestinese correre verso il muro di cemento dove Barel e altri cecchini erano appostati, estrarre una pistola infilata nella cintura e sparare tre colpi attraverso una fessura, a distanza ravvicinata. Barel fu colpito alla testa e morì nove giorni dopo, in seguito a diversi interventi chirurgici nel tentativo di salvargli la vita. Quel giorno le forze israeliane ferirono anche 40 palestinesi, tra cui Osama Khaled Ideij, 32 anni, e Omar Hasan Abu Al-Nil, 12 anni, entrambi poi deceduti a causa delle ferite.

«La salvezza dello sperma»

Dopo la morte di Barel, sua madre ottenne dal tribunale l’autorizzazione a prelevare e congelare il suo sperma presso il Soroka Medical Center di Be’er Sheva. Il prelievo post mortem dello sperma (PMSR, postmortem sperm retrieval) consente di procreare anche quando l’uomo non è più in vita: nelle ore successive alla morte, quando gli spermatozoi sono ancora vitali, viene praticata un’incisione sui testicoli per prelevare il tessuto. In laboratorio, il tessuto viene poi esaminato al microscopio per individuare e congelare gli spermatozoi ancora vivi, che possono essere utilizzati per la fecondazione in vitro (FIV).

Nel 2022, intervenendo davanti a una commissione della Knesset, Shmueli dichiarò che 1.400 donne l’avevano contattata per manifestare il proprio interesse ad avere un figlio da Barel. Tuttavia, ci sono voluti quattro anni perché ottenesse il permesso di utilizzare lo sperma congelato del figlio per concepire un bambino, dopo che lo scorso anno un tribunale della famiglia di Tel Aviv aveva accolto la sua richiesta.

Questo risultato non è stato soltanto l’esito della sua battaglia legale durata anni, ma anche il riflesso di un quadro medico e giuridico trasformato dagli attacchi del 7 ottobre e dalla successiva guerra genocida condotta da Israele a Gaza.

  • Nitsa Shmueli (a destra) e altri familiari di Barel Hadaria Shmueli ricevono la Medaglia per il servizio distinto durante una cerimonia presso l’Accademia nazionale di polizia di Beit Shemesh, 7 novembre 2022. (Flash90)*

Prima dell’ottobre 2023, il PMSR era una pratica rara e oggetto di controversie etiche nella società israeliana, con una manciata di richieste ogni anno. Negli ultimi tre anni, tuttavia, il prelievo dello sperma dai soldati israeliani uccisi è stato istituzionalizzato e normalizzato, diventando un fenomeno nazionale sempre più diffuso.

Nei giorni successivi agli attacchi del 7 ottobre, tra le diverse misure di emergenza approvate dal ministero della Salute e dal ministero della Giustizia vi fu un provvedimento temporaneo — tuttora in vigore — che consente ai genitori degli israeliani uccisi durante la guerra di autorizzare il prelievo dello sperma senza dover ottenere l’approvazione di un tribunale.

Per essere eseguito con successo, il PMSR deve avvenire entro 72 ore dalla morte. Così, quando l’esercito si reca dalle famiglie per comunicare loro la notizia — quello che gli israeliani chiamano il temuto «knock on the door», il «colpo alla porta» — gli ufficiali ora suggeriscono attivamente la procedura. I genitori devono quindi decidere e agire immediatamente.

La sociologa israeliana Yael Hashiloni-Dolev, docente all’Università Ben-Gurion, ha descritto a +972 Magazine la nuova logica operativa con queste parole: «Prima si preleva, poi si fanno le domande legali».

Ora finanziato dallo Stato e supervisionato dal ministero della Salute, il PMSR viene eseguito nei quattro principali ospedali israeliani, dove lo sperma viene anche congelato e conservato. Secondo il dottor Eran Altman, direttore della banca del seme del Rabin Medical Center, all’inizio di quest’anno circa 250 soldati e membri delle forze di sicurezza israeliane erano stati sottoposti a procedure di prelievo post mortem dello sperma: un quarto di tutti i soldati israeliani di sesso maschile uccisi dal 7 ottobre.

Intervistato da NPR a gennaio, Altman ha spiegato quanto rapidamente il sistema si sia adattato. «L’esercito è diventato molto efficiente nel portarci il cadavere», ha detto. «Quando è possibile, lo riceviamo poche ore dopo il momento della morte».

Soldati israeliani feriti durante l’offensiva a Gaza arrivano allo Shaare Zedek Medical Center di Gerusalemme, 15 maggio 2024. (Chaim Goldberg/Flash90)

Parallelamente alla rapida espansione del PMSR, nel dibattito pubblico israeliano è entrata anche una nuova espressione: «hatzalat zera», ovvero «salvare lo sperma». Come ha spiegato Zvi Triger, professore di diritto al College of Management di Rishon LeZion, «l’espressione riflette una riformulazione concettuale nella quale lo sperma di un soldato viene trattato come qualcosa che deve essere “salvato”, collocando questa sostanza in una dimensione morale simile a quella della vita umana o dei beni nazionali».

Non è ancora chiaro quante famiglie finiranno per utilizzare lo sperma che hanno deciso di congelare per concepire dei figli, un passaggio che richiede l’autorizzazione di un tribunale. Da anni un gruppo di genitori in lutto, tra cui Nitza Shmueli, conduce alla Knesset una campagna per approvare una legge che permetta ai genitori dei soldati uccisi che non avevano una relazione ufficiale di utilizzare lo sperma prelevato per la fecondazione in vitro. La proposta non è ancora stata approvata.

Ma nel contesto della violenza ostetrica esercitata da Israele contro donne e neonati palestinesi nella regione, il PMSR come politica di Stato assume un peso ideologico: fa parte di un progetto statale volto a promuovere la continuità biologica ebraica con ogni mezzo, persino oltre la morte, parallelamente agli sforzi genocidi per cancellare la vita palestinese.

Il PMSR mostra inoltre con chiarezza come il governo israeliano strumentalizzi il lutto per mantenere un conflitto permanente. Come ha spiegato Hashiloni-Dolev, «in Israele il PMSR viene collocato da qualche parte lungo un continuum tra compensazione e vendetta».

«Nei media israeliani, la pratica viene normalmente presentata in termini positivi, come un modo per “aiutare le famiglie in lutto” o “dare speranza alle famiglie dei soldati caduti”», ha proseguito. Ma, allo stesso tempo, «nelle discussioni alla Knesset sulle norme relative al PMSR dopo il 7 ottobre, la possibilità di utilizzare lo sperma è stata descritta come “nekama” [“vendetta”] o “tkuma” [“resurrezione”]».

Daphna Hacker, docente di diritto e studi di genere all’Università di Tel Aviv, vede un chiaro interesse politico nella promozione del PMSR. «È un altro modo per creare una valvola di sfogo e incanalare il lutto verso una vicenda privata, anziché trasformarlo in una protesta pubblica contro il fatto che si mandino i propri figli in guerra».

Il pronatalismo come politica di Stato

Il fenomeno del PMSR risale alla fine degli anni Settanta, quando un urologo di Los Angeles eseguì la prima procedura con successo su un giovane morto in un incidente stradale. Gli ospedali israeliani iniziarono a effettuare i prelievi caso per caso negli anni Novanta, generalmente su richiesta delle partner. In assenza di una legislazione formale che regolasse la pratica, queste richieste venivano spesso presentate direttamente ai tribunali della famiglia o distrettuali.

Nel 2003 il procuratore generale emanò finalmente le prime linee guida sul PMSR, che tuttavia non furono inserite nella legislazione. Le linee guida riguardavano esclusivamente le partner donne sopravvissute, consentendo loro di utilizzare lo sperma del partner deceduto anche in assenza di una sua disposizione scritta che autorizzasse il PMSR, sulla base della sua «volontà presunta» di avere figli con il proprio sperma.

Uno dei primi casi di grande risonanza che coinvolsero i genitori riguardò Keivan Cohen, un soldato israeliano ucciso a Gaza nel 2002. Dopo la sua morte, la madre intraprese una lunga battaglia legale per utilizzare il suo sperma e concepire un nipote, che nacque 11 anni più tardi. Il caso divenne una delle prime controversie israeliane sulla riproduzione post mortem a ottenere un riconoscimento nazionale e contribuì a porre le basi giuridiche sulle quali altre famiglie in lutto avrebbero fatto affidamento.

Oggi Israele adotta uno degli approcci più permissivi al PMSR al mondo.

Paesi come Francia, Marocco, Svezia, Germania, Svizzera, Slovenia, Danimarca e Ungheria hanno vietato completamente la pratica, mentre altri, come Belgio e Stati Uniti, generalmente richiedono il consenso scritto o implicito della persona deceduta prima che una partner possa chiedere di utilizzare lo sperma, oltre all’approvazione di un tribunale.

Alcuni Paesi che consentono la pratica impongono inoltre un periodo di attesa prima che lo sperma possa essere utilizzato per la fecondazione in vitro. Come ha spiegato Shai Lavi, direttore del Van Leer Jerusalem Institute e codirettore del Minerva Center for the Interdisciplinary Study of the End of Life, la motivazione è che una partner che ha appena subito un lutto potrebbe non trovarsi «nella condizione migliore per prendere una decisione di tale portata, dopo aver subito una perdita così significativa».

Ma ciò che distingue maggiormente Israele è il modo diretto in cui il PMSR è stato intrecciato con la politica di Stato. Il governo non si limita a finanziare la procedura: in alcuni casi l’ha anche promossa attivamente.

Un mese dopo il 7 ottobre, il ministero degli Esteri diffuse un video animato fortemente emotivo sulla vicenda di Shaylee Atary, il cui marito era stato ucciso mentre difendeva il loro kibbutz durante gli attacchi; quando fu possibile prelevare il suo sperma, era ormai troppo tardi. Sul sito del governo è tuttora disponibile un modulo per richiedere la procedura e fornire le relative informazioni.

«Questo è un Paese profondamente pronatalista: nella società israeliana non è considerato accettabile non avere figli», ha detto Hacker a +972. «La sopravvivenza della nazione è la spinta dominante».

La politica di emergenza adottata dopo il 7 ottobre si è spinta ancora oltre, estendendo il diritto di chiedere il prelievo dalle partner sopravvissute ai genitori della persona deceduta. Oggi i genitori rappresentano il 77 per cento di tutte le richieste. Nessun altro Paese attribuisce ai genitori un ruolo simile, e la politica va persino contro un precedente giuridico israeliano: nel 2016 una sentenza stabilì che i genitori non avevano titolo giuridico per intervenire nelle decisioni sul prelievo dello sperma.

La misura d’emergenza è stata da allora rinnovata mese dopo mese, sebbene non sia ancora chiaro se finirà per essere stabilmente incorporata nella normativa, anche a causa dell’opposizione di alcune autorità rabbiniche.

«Essere nonni è molto importante nella cultura israeliana, che è molto familiare e tribale e glorifica la continuità ebraica», ha spiegato Hacker. «Poiché oggi viviamo mediamente più a lungo, si può essere nonni per 30 anni. Quando il figlio muore, questa esperienza viene sottratta ai genitori. Diventa quindi una consolazione per loro sapere che il figlio morto può diventare padre di un bambino, e non si chiedono pubblicamente per cosa sia morto né lottano per porre fine a queste guerre crudeli, ingiuste e perpetue».

Ma, nonostante il diffuso sostegno emotivo e politico alle famiglie in lutto da parte dell’opinione pubblica israeliana, l’autorizzazione a prelevare e congelare lo sperma non equivale all’autorizzazione a utilizzarlo. I tribunali israeliani devono ancora approvarne l’uso per concepire un bambino e spesso richiedono alla partner o ai genitori di dimostrare che il defunto desiderava avere figli. Mentre il prelievo è finanziato dallo Stato, le famiglie devono sostenere privatamente i costi dei procedimenti legali successivi.

«La cultura del lutto in Israele esercita una pressione enorme sui giudici: non possono esprimersi contro di essa», ha osservato Hacker. «Non dovrebbe essere lasciato ai tribunali della famiglia decidere caso per caso. Dovrebbe esserci una normativa chiara, come negli altri Paesi».

Le madri dei soldati deceduti sono spesso in prima linea in queste battaglie legali, cariche di implicazioni emotive, per ottenere il permesso di concepire un nipote — e nelle campagne mediatiche che le accompagnano.

Dopo che suo figlio Maor fu ucciso a Khan Younis nel dicembre 2023, Sharon Eisenkot chiese il permesso di utilizzare il suo sperma per concepire un nipote con una donna che avrebbe scelto lei. Lo scorso luglio è diventata la prima genitrice israeliana di un soldato ucciso dopo il 7 ottobre a ottenere un simile permesso, in seguito a una storica sentenza di un tribunale della famiglia di Eilat.

«A quel punto la madre cerca sui social media la partner perfetta; diventa un evento nazionale», ha spiegato Lavi.

Eisenkot — sorella dell’ex capo di stato maggiore dell’esercito Gadi Eisenkot, attualmente candidato alla carica di prossimo primo ministro di Israele — si è rivolta a The Stork, una piattaforma israeliana per il co-parenting e la ricerca di partner per formare una famiglia, fondata dall’ex parlamentare della Knesset Michal Biran, per trovare una potenziale madre.

Sharon Eisenkot parla al funerale del figlio Maor Cohen Eisenkot, nel cimitero militare di Eilat, 10 dicembre 2023. (Noam Revkin Fenton/Flash90)

I post condivisi sui social media presentavano il futuro bambino come un modo per onorare Maor e il suo sacrificio. «Maor non sarà lì per prenderlo sulle spalle, portarlo al mare, giocare a calcio o ascoltare com’è andata la sua giornata», si leggeva in uno dei messaggi. «Ma questo bambino avrà una madre. Non sarà una famiglia monoparentale, come la conosciamo. Ci sarà un ricordo vivo e vibrante di Maor, raccontato dai suoi amici e dai suoi cari, e una famiglia amorevole che aspetterà il bambino con immensa trepidazione».

Il numero di richieste fu così elevato che The Stork dovette assegnare tre operatori telefonici esclusivamente per rispondere e gestire il flusso di candidate interessate a diventare la madre del figlio di Maor.

«Nati per diventare soldati»

La fertilità è in calo in tutto il mondo, ma gli ebrei israeliani, con una media di 3,1 figli per donna, hanno il tasso di fertilità più alto tra i Paesi dell’OCSE. Le famiglie numerose ultraortodosse e del sionismo religioso spiegano gran parte di questo dato, ma anche gli ebrei israeliani liberali e laici hanno in media circa 2,2 figli, ben al di sopra della media OCSE di 1,4.

«Ciò che caratterizza Israele è l’idea che la fertilità non riguardi soltanto la relazione tra due partner, ma anche la società e, su una scala ancora più ampia, la nazione», ha osservato Hashiloni-Dolev. «In Israele non è la vita dell’individuo a essere sacra, ma la continuità della collettività».

Questa enfasi sulla continuità collettiva è stata a lungo alimentata dalle ansie demografiche legate alla necessità di preservare una maggioranza ebraica in presenza di tassi di natalità palestinesi altrettanto elevati — quella che Hashiloni-Dolev definisce la «guerra dell’utero». Per decenni, il primo ministro Benjamin Netanyahu e altri leader israeliani hanno rappresentato la fertilità palestinese come una minaccia strategica al carattere ebraico dello Stato, evocando spesso in questo contesto i milioni di ebrei uccisi durante l’Olocausto.

Dall’altro lato, gli alti tassi di natalità ebraici vengono celebrati come una vittoria politica per Israele. Durante la cerimonia ufficiale per il Giorno dell’Indipendenza di Israele, lo scorso aprile, il presidente della Knesset Amir Ohana ha elencato alcuni esempi di «come appare la vittoria in Israele». Tra questi: «177.000 bambini nati nell’ultimo anno».

Lo zio di Fadi Al-Najjar, tre mesi, tiene tra le braccia il corpo del bambino, morto per malnutrizione, presso il Nasser Medical Complex di Khan Younis, nella Striscia di Gaza, 19 luglio 2025. (Doaa Albaz/Activestills)

Nel frattempo, l’investimento di Israele nella riproduzione ebraica contrasta in modo drammatico con le condizioni che lo stesso Stato impone alla salute e alla vita riproduttiva delle donne palestinesi. Questa guerra alla fertilità palestinese è particolarmente evidente a Gaza, dove Israele ha bombardato reparti di maternità e cliniche per la fertilità e dove gli aborti spontanei sono più che triplicati nella prima metà del 2026.

L’assedio in corso al cibo e agli aiuti umanitari, insieme alla mancanza di cure prenatali di base e alle pessime condizioni igieniche, ha inoltre contribuito al calo delle nascite nell’enclave: il tasso è diminuito del 3,2 per cento dall’inizio dell’anno.

Ma anche in Cisgiordania le restrizioni israeliane alla mobilità, gli sfollamenti forzati, la riduzione dell’accesso alle cliniche per la fertilità e centinaia di attacchi contro strutture sanitarie dal 2023 hanno compromesso l’assistenza riproduttiva.

Solo poche settimane fa, una donna palestinese incinta ha partorito un bambino morto ed è quasi morta a sua volta per un’emorragia successiva, dopo che soldati israeliani avevano fermato l’ambulanza che la trasportava verso un ospedale di Nablus. Al checkpoint, i soldati avevano ordinato all’autista di spegnere il motore, interrompendo l’alimentazione delle apparecchiature mediche dell’ambulanza.

Uno dei pilastri che sostengono il tasso di natalità degli ebrei israeliani è un sistema particolarmente generoso di trattamenti per la fertilità sovvenzionati. Israele esegue più procedure di fecondazione in vitro pro capite di qualsiasi altro Paese e promuove anche il turismo della fertilità, a testimonianza dell’infrastruttura economica cresciuta intorno alla riproduzione assistita.

«La maternità surrogata è legale, il congelamento degli ovuli è parzialmente sovvenzionato e il sistema sanitario finanzia due figli attraverso la fecondazione in vitro per ogni donna fino all’età di 45 anni, indipendentemente dal suo stato civile», ha osservato Hacker. «Non esiste un sistema simile in nessun altro Paese al mondo».

Allo stesso tempo, però, il sistema sanitario pubblico è cronicamente sottofinanziato e trascurato dal governo, senza contare le altre restrizioni alle cure ginecologiche. Come ha spiegato Hacker: «C’è molta pressione sulle donne affinché abbiano figli. Non abbiamo un aborto gratuito: le donne devono passare attraverso una commissione religiosa per ottenere l’autorizzazione».

L’ironia dell’estremo pronatalismo israeliano, naturalmente, è che c’è scarso interesse da parte dello Stato per il benessere futuro dei bambini ebrei, che vengono arruolati e mandati a rischiare la vita non appena raggiungono l’età adulta.

«Il modo israeliano di concepire i figli è considerarli parte di una collettività, nati per diventare soldati», ha spiegato Hashiloni-Dolev.

In questa prospettiva, il PMSR è una forma di compensazione, una risposta al rischio insito nella cittadinanza militarizzata. Come ha sintetizzato Hashiloni-Dolev: «Non possiamo promettervi che resterete vivi, ma possiamo promettervi la continuità».

I morti hanno dato il loro consenso?

In quasi tutti i casi di PMSR in Israele, lo sperma viene prelevato sulla base dell’assunto che il defunto desideri continuare la propria discendenza genetica oltre la morte, ma senza che abbia effettivamente espresso il proprio consenso.

Come ha spiegato Lavi: «La presunzione giuridica ora si è capovolta: se il defunto non ha detto esplicitamente di no, i tribunali presumono sempre più spesso che abbia dato il consenso».

Tuttavia, una ricerca condotta da Hashiloni-Dolev e Triger ha messo in discussione la base empirica della dottrina della «volontà presunta». Nei loro studi sui soldati israeliani di sesso maschile, i ricercatori hanno riscontrato che la maggior parte desiderava diventare padre, ma non in propria assenza. Una larga maggioranza dei giovani uomini era inoltre inorridita dall’idea che i propri genitori potessero intervenire nella loro riproduzione dopo la morte; alcuni l’hanno descritta come qualcosa di simile all’incesto.

Altre ricerche hanno analogamente rilevato che il 63 per cento dei soldati israeliani di sesso maschile è contrario all’utilizzo del proprio sperma da parte dei genitori dopo la morte, mentre la metà è contraria al suo utilizzo persino da parte della partner.

Alcuni sostenitori del PMSR hanno cercato di risolvere la questione del consenso proponendo la creazione di una banca del seme militare o chiedendo ai soldati di firmare moduli attraverso i quali poter escludere la possibilità di PMSR in caso di morte. L’esercito ha però resistito a queste proposte; secondo Triger, i funzionari militari ritenevano che chiedere a soldati di 18 anni di «pensare alla morte» avrebbe danneggiato il morale.

Hashiloni-Dolev si chiede, inoltre, se un modulo possa costituire davvero un consenso significativo. «È la stessa logica con cui si mandano in guerra ragazzi di 18 anni», ha sostenuto. «Cosa possono sapere del fatto di desiderare il PMSR? Le domande che vengono loro poste sono prive di significato; qui il consenso è un’idea astratta. Quelli che dicono sì semplicemente non vogliono che i loro genitori siano tristi».

Dall’approvazione della misura d’emergenza dopo il 7 ottobre, alla Knesset si sono svolti accesi dibattiti sulla legislazione che dovrebbe regolamentare formalmente il PMSR. Tra le proposte discusse c’è un sistema che permetterebbe ai soldati di registrare anticipatamente le proprie volontà e che potrebbe anche consentire l’utilizzo dello sperma per la fecondazione in vitro senza l’approvazione di un tribunale.

Nitza Shmueli durante una riunione della Commissione Lavoro e Welfare della Knesset, a Gerusalemme, 15 settembre 2022. (Yonatan Sindel/Flash90)

Nelle testimonianze dei genitori in lutto, l’intensità del dibattito è emersa in modo particolarmente evidente. Parlando del figlio durante una serie di audizioni, Nitza Shmueli ha detto ai parlamentari: «Se potessi rubare lo sperma e andare in prigione per questo, scontando senza esitazione l’ergastolo, lo farei».

Un’altra madre ha dichiarato: «Sapete tutti che è grazie alla nostra perdita e al sangue dei nostri figli che voi potete vivere in questo Paese». Un padre si è scagliato contro i parlamentari contrari alla legge, urlando: «Andate a Gaza con un megafono e dite ai soldati che, se moriranno, non avranno continuità».

La legge «non è stata approvata alla Knesset perché i partiti religiosi l’hanno bloccata», ha osservato Hashiloni-Dolev. «Nell’ebraismo esistono leggi contro la necrofilia; con il PMSR si trae una qualche forma di soddisfazione da un corpo morto e la questione riguarda gli organi sessuali. Naturalmente, loro non hanno nemmeno figli che muoiono da soldati».

Lavi considera questo stallo il riflesso di una divergenza più profonda tra gli ebrei israeliani sul carattere definitivo della morte. «Nel sionismo liberale e religioso, superare la morte e il lutto diventa una missione, mentre nella tradizione haredi vi è una tragica accettazione della volontà di Dio», sostiene.

Per Lavi, l’intero dibattito racchiude un’ironia ancora più profonda. «La normalizzazione del PMSR smonta la narrazione ufficiale qui, secondo cui gli ebrei glorificherebbero la vita e i palestinesi la morte e il martirio. È un’ultra-sacralizzazione dei morti: è un’unione con i morti».

Anche Hacker condivide questa preoccupazione. «Stiamo diventando una società morbosa, con diverse celebrazioni della morte, invece di celebrare la vita», ha lamentato. «Mi preoccupano le giovani vedove e le partner dei soldati uccisi, che potrebbero essere sottoposte dalle famiglie dei defunti a pressioni affinché ricorrano alla fecondazione in vitro con il loro sperma prelevato, invece di cominciare una nuova vita finché ne hanno ancora la possibilità».

Quando i bambini diventano simboli nazionali

Lo scorso giugno, la dottoressa Hadas Levy è diventata la prima donna israeliana, dopo il 7 ottobre, a dare alla luce un bambino concepito attraverso il PMSR.

«Fino alla nascita del bambino ero ancora in lutto per Netanel», ha raccontato al Times of Israel, riferendosi al suo fidanzato, ucciso a Gaza nel dicembre 2023. «E ora posso svegliarmi al mattino e provare gioia».

Man mano che un numero crescente di famiglie chiede il permesso di utilizzare lo sperma dei soldati uccisi dal 7 ottobre, è probabile che altri bambini israeliani vengano concepiti in questo modo. Ma cosa accadrà a questi bambini, orfani per metà, concepiti come parte di un progetto riproduttivo nazionale e nati come simboli della «continuità ebraica»?

«Durante i dibattiti alla Knesset, alcuni gruppi hanno espresso preoccupazione per il fatto che i bambini potessero essere oggettificati e diventare dei memoriali», ha spiegato Triger. Ha richiamato la letteratura psicoanalitica che risale agli anni Sessanta sulla controversa idea del «replacement child», il «figlio sostitutivo»: un bambino concepito dopo la perdita di un altro figlio, che può avere difficoltà a costruire un’identità distinta da quella del fratello che si ritiene sia venuto a sostituire.

«Quindi l’idea di un bambino come memoriale non è nuova», ha detto Triger. «Ma in questi casi era una questione privata; nel caso del PMSR sono necessarie tecnologia e approvazione giudiziaria, ed è il sistema stesso a sostenerla».

Se in Israele si discute poco pubblicamente del benessere dei bambini concepiti attraverso il PMSR, altrettanto spesso viene ignorato il ruolo della madre in questo progetto di lutto nazionale, considerato secondario rispetto alla continuità del soldato maschio ucciso.

Il prelievo dello sperma pone al centro la discendenza maschile, mentre le donne — vedove, partner, madri surrogate o donne che non avevano mai conosciuto il soldato — si assumono il peso pratico, fisico ed emotivo necessario a garantirne la continuità.

Come sostiene Hacker, la concezione della paternità promossa dal PMSR è fortemente patriarcale.

«La paternità è un ruolo volontario con l’obiettivo di continuare la propria discendenza genetica. La maternità è un obbligo. Questo cancella tutto ciò per cui le femministe si sono battute per decenni e danneggia le madri, i figli e anche i padri.

«Non credo che le persone debbano avere il diritto di creare una vita senza esserci e senza poter prendersi cura dei propri futuri figli», ha aggiunto.

Nathalie Rozanes è un’attrice, scrittrice e autrice di performance originaria di Bruxelles, attualmente residente a Jaffa-Tel Aviv.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *