Voci da Gaza: non c’è posto come casa

Articolo pubblicato originariamente su We Are Not Numbers. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite

Foto di copertina: Una ragazza sfollata si trova davanti alla sua tenda a Deir al-Balah. Foto: Ashraf Amra. Fonte: UNRWA.

Il genocidio ha costretto la mia amica Alaa a lasciare Gaza. Ma lei è determinata a tornare nella sua terra.

Di Dima Fayad 

Alaa Ahmed e io siamo amiche intime fin dall’infanzia. Viveva a sole due strade di distanza da me, in un campo profughi di Khan Younis. Le nostre madri erano amiche dai tempi della scuola e, con gli anni, anche le nostre famiglie erano diventate molto unite.

Alaa è cresciuta in una famiglia rispettata, in cui ogni figlio imparava il Corano a memoria e si distingueva nello studio. Lei stessa si è classificata al primo posto in Palestina all’esame di maturità, con una media del 99,7%, e ha scelto di studiare medicina, ispirata dal percorso di molte delle sue sorelle.

Io e Alaa siamo più sorelle che amiche. Siamo cresciute insieme, dalla scuola all’università, condividendo ogni dettaglio delle nostre vite, i dolori prima ancora delle gioie.

Nonostante il genocidio a Gaza ci abbia tenute unite, è stato proprio l’allontanamento di Alaa a rendere ancora più forte il nostro legame. Separate da migliaia di chilometri, abbiamo capito entrambe quanto Gaza sia importante per noi: è la nostra terra, la nostra casa.

Sopravvivere al genocidio

Il 10 ottobre 2023, appena tre giorni dopo l’inizio del genocidio, la nostra casa tremò ancora una volta per un bombardamento mentre tutta la mia famiglia era riunita. Non sapevamo che l’attacco avesse colpito la casa di Alaa e che tutti i suoi familiari fossero rimasti sepolti sotto le macerie.

Non riesco a descrivere il peso di quella notizia. Il panico mi travolse. Ero paralizzata, provavo ad alzarmi ma le gambe non mi reggevano. Piangevo senza riuscire a fermarmi. Non potevo immaginare di perdere Alaa.

Mi costrinsi a raggiungere il rubinetto per fare il wudu, l’abluzione rituale islamica prima della preghiera. Con enorme fatica riuscii a completarla, poi iniziai a pregare nella mia stanza, implorando con tutta me stessa che Alaa e la sua famiglia uscissero vivi dalle macerie.

Un’ora dopo arrivò una notizia che mi diede sollievo: i soccorritori avevano raggiunto Alaa e uno dei suoi fratelli, entrambi vivi. Erano rimasti per tutto quel tempo sotto le macerie, coscienti, in attesa di aiuto. Ma sua madre, Itaf Madi, il fratello maggiore Belal Ahmed, il figlio di quattro anni di lui, Mohammed, e sua sorella Reem erano ancora intrappolati.

Scese la notte senza novità. Reem gemeva ancora sotto le macerie mentre le squadre di soccorso cercavano di raggiungerla. Io e la mia famiglia trascorremmo tutta la notte pregando che Reem, Belal, la loro madre e il piccolo Mohammed venissero estratti vivi.

Nel cuore della notte, i soccorritori riuscirono finalmente a raggiungere Belal e suo figlio. Erano entrambi morti. Nel pomeriggio del giorno successivo arrivarono a Reem, sopravvissuta dodici ore sotto le macerie aspettando aiuto. Sua madre, invece, fu trovata morta accanto a lei.

Quando seppi la notizia, salii sul tetto di casa e piansi per il dolore di Alaa. Non credevo di poter sopportare un’angoscia simile.

Il giorno dopo riuscii finalmente a sentirla al telefono.

«Assalamu alaikum», mi salutò Alaa con voce calma.

«Habibti Alaa, come stai?», le chiesi, scoppiando in lacrime.

«Alhamdulillah», rispose con la voce rotta dal pianto, come se le mie lacrime avessero fatto emergere anche le sue.

«Che Allah ricompensi immensamente la tua pazienza per la perdita di tua madre, di tuo fratello e di tuo nipote. Sai che ora sono in Paradiso, vero?», le dissi continuando a piangere.

«Sì, Alhamdulillah. Allah li ha scelti».

Intorno a lei c’era il silenzio, così diverso da quello che normalmente accompagna il lutto a Gaza, dove la sua casa sarebbe stata piena di persone venute a fare le condoglianze. Ma in quei giorni era difficile persino spostarsi per andare a trovare qualcuno. Alaa e i familiari sopravvissuti erano soli.

«Amore mio, stai davvero bene?»

«Alhamdulillah, Alhamdulillah».

Dopo aver chiuso la telefonata, provai un profondo sollievo nel sapere che Alaa riusciva a reggersi in piedi, almeno dentro di sé. Mi resi conto di quanto fosse diversa da me, di quanto la sua fede le desse una forza straordinaria.

Qualche settimana dopo, Alaa e Reem vennero a trovarci. Ci abbracciammo piangendo, bevemmo tè con biscotti e ci sedemmo con tutta la mia famiglia a parlare di cose semplici, cercando con attenzione di evitare tutto ciò che faceva troppo male.

Per un breve momento riuscimmo a recuperare qualcosa delle riunioni familiari di un tempo. Fu la prima volta che ci incontrammo durante il genocidio, senza sapere che sarebbe stata anche l’ultima.

Lasciare Gaza

Nel gennaio 2024, mentre l’assedio israeliano e l’invasione terrestre di Khan Younis si intensificavano, la mia famiglia fu costretta a fuggire sotto bombardamenti incessanti e a rifugiarsi a Deir al-Balah. La famiglia di Alaa si trasferì invece in una tenda nella cosiddetta «zona sicura» di al-Mawasi, a Khan Younis.

Comunicare era diventato estremamente difficile. Provavamo a chiamarci decine di volte, finché finalmente una telefonata riusciva a passare. Avevamo appena il tempo di dirci che eravamo ancora vive.

La notte del 24 aprile 2024, Alaa mi contattò disperata. La mattina seguente sarebbe partita da Gaza con Reem e sua sorella Wisal. Voleva sostituire la lotta quotidiana per sopravvivere con la possibilità di riprendere gli studi di medicina, ormai completamente interrotti.

«Sai, Dima, ogni giorno mi sveglio in questa tenda e l’unica cosa a cui penso è come riuscirò a sopravvivere fino a sera e che cosa mangerò. Niente istruzione, niente ambizioni, nessuna possibilità di fare la differenza. Niente. Questa non è la vita per cui ho lottato. Voglio vivere una vita che abbia un significato».

La sua partenza improvvisa mi riempì di dolore. Ma ero felice che fosse riuscita a salvarsi da quell’inferno e speravo che, lontano da lì, potesse finalmente guarire.

Quando lasciò Gaza, la distanza mi sembrò soltanto fisica. Restammo vicine, continuando a raccontarci le nostre giornate. A volte, quando la connessione Internet me lo permetteva, riuscivamo a fare una breve videochiamata. E lei trovava sempre il modo di darmi un po’ di coraggio, anche in mezzo a tutto quel buio.

Alaa non poté riprendere subito gli studi, ma riuscì comunque a fare cose straordinarie.

Andò in pellegrinaggio alla Mecca per l’Hajj e partecipò a una scuola estiva all’Università di Oxford, dove completò un corso di medicina. Infine, la nostra università a Gaza organizzò la possibilità per lei e per gli altri studenti di medicina che erano partiti di proseguire gli studi in Pakistan.

Ero felice di vedere la mia amica, sopravvissuta alle macerie, tornare a guarire e a brillare. O almeno, così credevo.

Il bisogno di tornare

Dima durante una videochiamata con la sua amica Alaa Ahmed. Foto: Dima Fayad.

Di recente io e Alaa abbiamo fatto una videochiamata. Per una volta, la mia pessima connessione Internet ci ha concesso più di due ore per parlare davvero. Ci siamo raccontate le ultime novità, poi abbiamo iniziato a parlare del genocidio a Gaza, di tutto quello che abbiamo vissuto e di ciò a cui siamo riuscite a sopravvivere finora.

«Non avrei mai voluto andarmene», mi ha detto Alaa. «Gaza è il posto in cui mi sono sempre sentita appartenere, il posto in cui voglio stare. Ma, tragicamente, tutto quello che ho vissuto mi ha costretta a partire».

Si è fermata un momento, poi ha aggiunto:

«Eppure, non vedo l’ora di tornare nella mia amata Gaza, una volta terminati gli studi».

«Tornare? A Gaza? Dici sul serio?», le ho chiesto.

«Sì», ha risposto. «Nella nostra terra».

Sono rimasta in silenzio. Riuscivo a pensare soltanto a una cosa: che cosa ti resta da trovare a Gaza, oltre ai ricordi dolorosi e al trauma?

Ma Alaa, come se avesse sentito la domanda che non avevo avuto il coraggio di pronunciare, mi ha risposto:

«Habibti Dima, lontano dalla tua terra puoi essere soltanto un’ospite. Un’ospite benvenuta, magari, ma pur sempre un’ospite. È per questo che desidero tanto tornare nella mia amata Gaza. Mi manca quella sensazione di essere a casa, di appartenere a un luogo».

Si è fermata ancora, poi ha continuato:

«Quando me ne sono andata, non avevo più nulla che mi permettesse di restare. La mia vita e i miei studi erano completamente fermi. Sono partita per poter andare avanti, finire medicina e poi tornare a Gaza per dedicarmi alla mia terra come medico. Ti ricordi quando ti ho chiamata disperata, prima di partire, e ti ho detto che volevo cercare una vita che avesse un significato?»

«Sì».

«E che senso avrebbero la mia vita e la mia istruzione se non potessi metterle al servizio del mio popolo e del mio Paese?»

Le ho sorriso mentre lei continuava:

«È per questo che sono determinata a tornare. Perché Gaza ha bisogno di noi, dei suoi giovani. Se non la ricostruiamo noi, chi lo farà?»

Non ho mai smesso di sentire Gaza come casa mia, nonostante tutte le sofferenze indicibili che continuo a vivere. Eppure, all’inizio, quelle parole mi sembravano incomprensibili.

Poi ho capito che Alaa non è come tante persone che lasciano il proprio Paese per studiare all’estero. Lei se n’è andata perché è stata costretta a farlo, dopo aver attraversato un genocidio che le ha portato via i sogni e le persone che amava.

E nonostante tutto, vuole tornare.

Ho iniziato a capire che casa non significa vivere in un luogo dove tutto è facile o sicuro. Significa appartenere profondamente a una terra, anche quando tutto il resto è stato distrutto.

Alaa tornerà. E io sarò qui ad aspettarla.

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