POESIE da Gaza: una geografia della perdita

Poesia pubblicata originariamente su We Are Not Numbers. Traduzione a cura della redazione di Bocche Scucite

Foto di copertina: Una veduta della città di Gaza e del Mar Mediterraneo, ottobre 2025. Foto: Ahmed Dremly

Di Fatena Abu Mustafa

Non chiedermi delle stelle.
Non farlo, perché il cielo e io
non ci parliamo più,
non da quando le mappe hanno iniziato a mutare pelle,
lasciando cadere brandelli di casa
come un animale ferito che si libera della propria pelle.
Che cosa me ne faccio delle costellazioni
quando interi quartieri
sopravvivono soltanto nella memoria?
Non chiedermelo: che cosa me ne faccio della bellezza
quando ogni strada che immagino
trasporta i morti.

Siedo davanti a una pagina bianca.
Un uccello la attraversa,
con il suono di una sirena.
Una tenda vi proietta la sua ombra.
Una madre fruga nella polvere
in cerca di una voce
che risponda ancora
al richiamo del suo nome.
E all’improvviso la poesia non è più una poesia.
Il mare vi entra,
non il mare delle cartoline,
ma il mare dell’amore,
quello che osserva,
quello che ricorda,
quello che ha inghiottito più addii
che distese di luce lunare.

I morti continuano a chiedermi di scrivere della vita.
Gaza mi costringe a scrivere della vita,
come se la vita non fosse proprio ciò
che mi scivola tra le dita.
Ogni volta che mi volto verso le notizie,
la rovina si spalanca davanti a me,
rendendo il linguaggio incapace di permettersi
il lusso dei fiori.

Se le mie metafore arrivano a piedi nudi,
perdonale.
Conoscono le schegge della distruzione
come le conoscono i miei piedi:
intimamente.
Perdonami se ogni frase
si piega verso il basso, nel lutto —
si piega
come se il dolore fosse la gravità.
Perché perfino la mia immaginazione,
un tempo rigogliosa di fiori di gelsomino,
ora arriva coperta di polvere,
zoppicando,
alla ricerca di superstiti.

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