Articolo pubblicato su +972 Magazine. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite
Un nuovo rapporto di 7amleh ha analizzato oltre 3.500 casi di censura digitale legati alla Palestina. Nadim Nashif spiega che cosa è emerso dalla ricerca.
Di +972 Magazine (trascrizione del Podcast)
Nel 2011, quando in Tunisia, Egitto, Siria e in altri Paesi della regione migliaia di persone scesero in piazza per chiedere democrazia e cambiamento politico, i social media sembravano uno strumento capace di dare potere ai cittadini, consentendo loro di documentare gli eventi, organizzarsi e fare informazione senza il filtro dei media tradizionali e della stampa controllata dallo Stato. Per un momento, i social media misero il potere nelle mani delle persone, contribuendo a destabilizzare regimi rimasti saldi per decenni. Quindici anni dopo, non si può più dire lo stesso.
Da anni giornalisti, attivisti e organizzazioni mediatiche palestinesi subiscono restrizioni sistematiche sui social network: post rimossi, account sospesi, dirette interrotte e pubblico ridotto senza alcuna spiegazione. L’ipotesi che si trattasse di censura politica, tuttavia, è rimasta a lungo nel campo delle supposizioni, poiché chi ne era colpito non disponeva degli strumenti per dimostrarlo in modo definitivo.
Un nuovo rapporto di 7amleh (si pronuncia Hamleh), il Centro arabo per il progresso dei social media, frutto di anni di ricerca empirica e in continuità con precedenti indagini di Human Rights Watch e della BBC, dimostra invece al di là di ogni dubbio che i palestinesi sono oggetto di una censura sistematica sulle piattaforme social di proprietà della società tecnologica Meta, tra cui Facebook, Instagram e Threads. Il rapporto attribuisce inoltre un nome a questo fenomeno: «platformicide» (piattaformicidio), termine con cui 7amleh descrive la deliberata cancellazione dell’esistenza e della narrazione palestinese nello spazio digitale.
Pur riferendosi alle piattaforme online, il termine richiama chiaramente la cancellazione materiale in corso in tutta la Palestina: dallo spopolamento di centinaia di villaggi durante la Nakba del 1948, al genocidio a Gaza e alla quasi totale distruzione della Striscia, fino all’accelerazione dello sfollamento di decine di comunità palestinesi in Cisgiordania.
In questo episodio del +972 Podcast, Nadim Nashif, direttore esecutivo di 7amleh, spiega come l’organizzazione abbia analizzato oltre 3.500 casi documentati di limitazione dei contenuti palestinesi da parte di Meta nel corso degli ultimi cinque anni. I risultati mostrano un quadro ricorrente: la rimozione sistematica di post, la sospensione degli account e la limitazione silenziosa della visibilità dei contenuti pubblicati da palestinesi o dedicati alla Palestina.
Le conseguenze, soprattutto a Gaza, sono state letteralmente una questione di vita o di morte. Mentre Israele impedisce ai giornalisti internazionali di entrare nella Striscia e ha ucciso circa 250 operatori dell’informazione palestinesi, i social media sono rimasti uno dei pochi strumenti a disposizione dei gazawi per documentare gli attacchi, lanciare allerte e diffondere informazioni capaci di determinare la sopravvivenza di altre persone. Eppure Meta ha ripetutamente limitato i loro account, impedito le dirette e rimosso filmati appellandosi alle proprie politiche sulla violenza o sulle organizzazioni considerate pericolose, anche quando il materiale aveva un’evidente finalità giornalistica.
Riflettendo sul netto contrasto tra le rivolte arabe del 2011 e la realtà attuale, Nashif osserva come quelle piattaforme un tempo celebrate siano diventate sistemi altamente centralizzati, le cui regole riflettono interessi aziendali, economici e geopolitici. Attraverso tali politiche, sostiene, le piattaforme controllano ciò che il pubblico può vedere nel tentativo di orientare l’opinione pubblica.
Pur trattandosi di una battaglia in salita, il lavoro di 7amleh dimostra che queste politiche possono — e devono — essere messe in discussione. Per farlo, conclude Nashif, la società civile deve sviluppare strumenti efficaci per chiamare le grandi aziende tecnologiche a rispondere delle proprie scelte, basandosi non su impressioni o testimonianze isolate, ma su prove documentate.

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