POESIE dalla Palestina: Testi dopo il grido نصوص ما بعد الصراخ

Articolo pubblicato originariamente su Arablit . Traduzione dall’arabo a cura della redazione di Bocche Scucite

Di Nour Balousha

Di seguito, una poesia che ho scritto mentre il genocidio continua. Sono state scritte dopo che ho smesso di gridare, non perché sia finito, ma perché ero diventata troppo stanca per continuare a farlo. Se il genocidio è stato, nella mia vita di scrittrice, il grido, questi sono i testi venuti dopo quella stanchezza; ciò che resta quando le urla smettono di funzionare, mentre tutto ciò che le ha provocate continua a esistere.

Quanto era bella la festa

Da molto tempo ormai

ho smesso di gridare.

Ho gridato così tanto che ho capito

che la vita ci aveva voltato le spalle:

completamente.

E le strade hanno cominciato a tirar fuori la lingua

perché su di esse potessero camminare

tutti i bambini affamati,

insieme ai carretti dei feriti

e dei fatti a pezzi.

Questa è la vita:

una battaglia interminabile di condanna,

e tu devi sopravvivere

a una condanna a morte

pesante

e continua.

Devi correre

come un fiume,

ma tu non sei acqua.

Devi infuriarti

come un vulcano,

ma tu non sei fuoco.

Devi piangere,

ma tu non sei un pozzo.

Oh, piccola lacrima.

Oh, essere umano.

Oh, povero.

Morirai — morirai di certo.

Ti dissolverai nei tuoi dolori,

e gli altri morti godranno nel vederti soffrire,

perché i deboli si divorano tra loro.

Siamo tutti intrisi di peccato,

ma

non ci sono asciugamani,

né un rito sacro

che possa guarirci da questa rovina.

Abbandonate i vostri luoghi

e le vostre metafore.

Non compatite.

Non abbiate pietà.

Ci hanno uccisi tutti,

e si sono seduti lì accanto, a scrivere i nostri nomi,

per ricordare

quanto era bella la festa.

Quanto era bella.

Bella.

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