Molti parlano di genocidio e io per primo ho dato vita alla rete dei “preti contro il genocidio”, ma ho scoperto che qui si può parlare anche di “scuolicidio”. Non so se questa parola esista, qualcuno a Gaza parla di ecocidio volendo denunciare non solo il massacro della popolazione ma anche le azioni intenzionali fatte per rendere invivibile quella terra, per distruggere per sempre l’ambiente sotto milioni di tonnellate di detriti che conservano forse ancora migliaia e decine di migliaia di morti.
Oggi però posso dire di essere testimone di cosa significa scuolicidio, dell’uccisione della scuola: non solo per i ragazzi di Gaza che non vanno a scuola da 3 anni e hanno visto bombardare le loro classi, a volte con i loro fratellini e sorelline dentro, ma per i bambini e i giovani in tutta la Cisgiordania per i quali è sempre più difficile se non impossibile l’accesso all’istruzione.
Per questo voglio raccontarti di aver visto con i miei occhi la “scuola di gomme”. Certo per te l’unica associazione che ti viene in mente tra scuola e gomme, forse, è quella “da masticare” attaccata sotto il banco ma qui è in altra cosa. Qui c’è una scuola di gomme, non non è una trovata per qualche bambino particolarmente turbolento ma quella di un ingegnere italiano che ha costruito una scuola con i pneumatici usati.
Dobbiamo ripartire dagli accordi di pace di Oslo del 1995 che nei Territori Palestinesi occupati da Israele distinguevano una zona A (quella delle città, in teoria totalmente sotto il controllo governativo e amministrativo dell’Autorità nazionale Palestinese), una zona B (solo amministrativamente palestinese) e una zona C (totalmente sotto il controllo israeliano).
Questa tripartizione doveva durare 5 anni per poi cedere tutto il territorio all’ANP, ma in realtà questo passaggio non c’è mai stato: coloni e irruzioni della polizia con la stella di Davide sono quotidiani nella zona A e la zona C, quella dei villaggi e delle campagne e che rappresenta il 60% di tutta la Cisgiordania è ancora oggi tutta in mano agli Israeliani. Qui per costruire qualsiasi cosa c’è bisogno del loro permesso e quando lo chiedi, semplicemente non te lo danno. I coloni possono costruire qualsiasi cosa, i palestinesi no, i beduini che abitato il deserto ancora di meno. Che fare?
Le famiglie beduine provano a costruire baracche nel deserto di volta in volta oggetto di ordine di demolizione ma per la scuola è diverso. I bambini beduini delle tribù sotto Betania, la casa di Lazzaro, erano costretti a fare diversi kilometri camminando a piedi al margine anche di una superstrada. Nei primi anni duemila diversi di loro sono morti in incidenti, tanto che i bambini e i loro genitori incominciarono ad aver paura di mettersi in cammino, preferendo rimanere a casa. Eppure nel 2009 una ong italiana, Vento di Terra ebbe l’idea di una scuola i cui muri fossero fatti da pneumatici usati riempito di argilla: niente cemento, niente mattoni, pneumatici l’uno sull’altro riempiti di terreno. Se vengono le ruspe israeliane poco conta, li abbattono ma tutto può essere ricostruito senza troppa fatica.
Sembrerebbe una bella storia a lieto fine, una delle soluzioni creative di questo popolo da cui sto imparando cosa significa Summud “resistenza”. Ma oggi è di nuovo tutto in pericolo perché la scuola e i villaggi beduini si trovano nel cosiddetto “corridoio E1” che indica un nuovo grande insediamento che colleghi Gerusalemme alla colonia di Ma’ale Adumim, tagliando in due la Cisgiordania e di fatto rendendo impossibile la simulazione dei due Stati.
I beduini sono circondati dagli avamposti dei coloni, che piazzano baracche appena fuori i loro campi. Ne abbiamo visitato alcuni e l’ennesima ingiustizia è stata vedere una colonia su una collina in mezzo tra la scuola elementare e l’accampamento. Risultato: i bambini non possono più andare a scuola, i coloni glielo impediscono. Quello che sarebbe stato un cammino di 10 minuti su una collina deserta, senza auto e senza pericoli, si trasforma in una percorso molto più lungo per raggiungere la strada e prendere un pulmino che nè l’autorità palestinese nè le famiglie hanno.
Scuolicidio, qualcuno lo chiama così… Forse la scuola di gomme sopravviverà all’ennesimo decreto di abbattimento ma a cosa serve se ai bambini non è più permesso di andare?
In quel pezzo di terra deserta ma così strategicamente importante, contro questo scuolicidio si battono due donne, due suore comboniane, che vivono il carisma di andare dove nessuno vuole andare e si dedicano ai beduini che sono considerati anche peggio dei palestinesi. Lì queste due religiose messicane mettono insieme le donne per lavorare con il tradizionale ricamo palestinese e avere un piccolo introito. Lì formano altre donne ad essere maestre e guide per non rimanere indietro nella vita anzi diventare un punto di riferimento per tutta la comunità.
Questo popolo è sempre stato un popolo di grande cultura.
Un tempo in medio oriente si diceva: “dove c’è un libro, c’è un palestinese” a dimostrazione della grande cultura di questo popolo, oggi lo scuolicidio non riguarda solo il villaggio dei beduini ma tutta la Palestina: scuole e università bombardati, tre anni senza lezioni a Gaza, mancanza di investimenti, scuole aperte solo 3 giorni a settimana, il non rinnovo dei permessi per gli insegnati di Betlemme che andavano a insegnare le scuole di Gerusalemme e tanto altro ancora.
Questo lo scuolicidio che si compie sotto i nostri occhi, come ci ha ricordato a conclusione del nostro viaggio un membro di Kairos Palestine che denunciando tra le altre anche la situazione della scuola che è il futuro dei palestinesi ci ha detto: “Help u not to leave but to live, aiutateci non a partire ma a vivere su questa terra”, senza cercare di essere eroi ma semplicemente venendo, ascoltando e raccontando la situazione di questo popolo, sfidando la narrativa che fa del palestinese un pericoloso terrorista, “poiché a noi basta vivere qui in pace. Forse qualcosa sta cambiando ma non c’è tempo, non c’è più tempo”.
Don Rito

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