La fame e l’utero
Le donne incinte e i bambini sono stati colpiti in modo sproporzionato dall’uso documentato della fame come strumento di genocidio da parte di Israele a Gaza (Al Mezan Center for Human Rights 2025). Uno degli esiti più significativi dell’assedio totale imposto da Israele il 2 marzo 2025 è stato un forte aumento della malnutrizione nella popolazione di Gaza. Un’analisi dell’Integrated Food Security Phase Classification (IPC), pubblicata il 22 agosto 2025, prevedeva che entro la fine di settembre 2025 l’intera popolazione della Striscia di Gaza avrebbe affrontato livelli di emergenza di insicurezza alimentare acuta (IPC Fase 4 o superiore), compresa la maggior parte della popolazione in condizioni di Catastrofe (IPC Fase 5), caratterizzate da estrema carenza di cibo, fame, indigenza e morte. Persistono inoltre livelli critici di malnutrizione, con oltre 70.000 casi tra i bambini sotto i cinque anni e 17.000 casi di donne incinte e che allattano (PBW) colpite da malnutrizione acuta nei territori occupati (Integrated Food Security Phase Classification 2025). A Gaza è stata ufficialmente dichiarata per la prima volta una carestia (World Health Organization 2025).
Secondo il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, oltre 46.000 donne incinte a Gaza — come Shema — stanno affrontando una fame acuta (Al Mezan Center for Human Rights 2025, 6), mentre UN Women (2024) riferisce che oltre 557.000 donne vivono in condizioni di estrema insicurezza alimentare.
Un numero crescente di donne sta perdendo peso durante la gravidanza, mettendo a rischio la propria sopravvivenza e quella dei figli non ancora nati. I neonati vengono sempre più spesso alla luce sottopeso — al di sotto dei 2,5 chilogrammi — e non raggiungono gli standard sanitari internazionali fondamentali. Le conseguenze della fame di massa — un’aggressione biologica al corpo e alla mente — sono di lunga durata e potenzialmente irreversibili.
La fame forzata non è un effetto collaterale della guerra, ma una tattica deliberata che colpisce un intero popolo. Come insiste l’analisi femminista palestinese, e come ho sostenuto altrove, il genocidio non opera soltanto attraverso bombe e proiettili, ma anche attraverso la lenta e incessante distruzione delle condizioni della vita (Ihmoud 2025). In questo senso, la Palestina si inserisce in una lunga genealogia di comunità indigene sottoposte alla fame come arma di conquista — dai sistemi di razionamento nelle riserve dei nativi americani alle carestie provocate dagli inglesi nell’India e nell’Irlanda coloniali.
L’annientamento della possibilità intergenerazionale della vita palestinese viene realizzato colpendo donne e bambini — il genocidal “unchilding”, per usare il termine di Nadera Shalhoub-Kevorkian (2019), e ciò che Lama Khouri (2024) ha definito “unmothering”.
Le femministe nere, indigene e le femministe donne di colore hanno da tempo teorizzato il modo in cui la distruzione dell’utero sia centrale nei progetti coloniali di dominio e insediamento. La malnutrizione, l’acqua contaminata, gli ospedali distrutti e il trauma psicologico della fame non sono crisi temporanee; diventano cicatrici ereditate di una guerra contro il nostro stesso essere. Per affrontare tutto questo, dobbiamo comprendere questa violenza come riproduttiva, epistemica, di genere e razzializzata. Il femminismo palestinese decoloniale rifiuta questa assenza di futuro (Ihmoud 2022). Esso insiste sul fatto che, anche di fronte alla fame deliberatamente provocata, portiamo avanti la memoria, la genealogia e la lotta per una vita che non può essere fatta morire di fame.
Siamo chiamati ad affrontare non soltanto la violenza materiale della fame, ma anche le ferite psichiche e spirituali che essa infligge. La violenza lenta della fame deliberatamente provocata cerca di spezzare la nostra capacità di sognare, di immaginare qualcosa oltre la gabbia del genocidio. È precisamente qui, in questo spazio di assedio psichico, che deve intervenire la prassi femminista decoloniale.
Quando i bambini palestinesi vengono fatti morire di fame, non è soltanto la loro sopravvivenza a essere presa di mira — sono colpite anche la loro gioia, la loro immaginazione, la loro possibilità di diventare. Contro questo unchilding coloniale, dobbiamo ancorarci a pratiche di cura collettiva, memoria ancestrale e tenerezza rivoluzionaria. Piangere e infuriarsi è necessario — ma dobbiamo anche nutrire il muscolo spirituale che ci permette di rifiutare la disperazione. Il femminismo palestinese decoloniale, come altre tradizioni femministe indigene, insiste sul fatto che le nostre lotte di liberazione sono anche lotte per il respiro, per la bellezza, per il sostentamento.
Una preghiera contro la cancellazione: raccontare, la fame e l’atto radicale della maternità
Shema ha descritto i giorni che hanno preceduto la nascita di suo figlio. «Sogno cetrioli, pomodori, meloni e angurie», mi ha scritto un giorno. Il mio stesso corpo ricordava l’intenso desiderio di anguria durante le mie gravidanze. La sua famiglia faceva enormi sforzi per trovare del cibo; sua madre rischiava la morte per cercare aiuti presso il “centro di distribuzione” di Netzarim finanziato dagli Stati Uniti (Medecins Sans Frontières 2025), per poi tornare picchiata, ferita e a mani vuote.
Nei giorni successivi, i suoi messaggi sono diventati sempre più scarsi. Durante il nono mese, Shema ha raccontato di essere così stanca — fisicamente e psicologicamente — da riuscire a malapena a muoversi dal giaciglio improvvisato all’interno della tenda.
Ieri guardavo il cielo, era molto bello, e parlavo con Dio. Mi chiedo in questi giorni: non mi ama? È per questo che non mi aiuta? Prego sempre, ogni ora, perché renda più leggero il peso di questi giorni . . .
Quando, dopo quel messaggio, non ho ricevuto sue notizie per diversi giorni, ho avuto paura che lei e il suo bambino se ne fossero andati per sempre. Mi chiedevo come potesse sopravvivere in una tenda soffocante durante il nono mese di gravidanza, avendo soltanto un pezzo di pane al giorno per nutrirsi.
Il 25 giugno 2025, Shema ha condiviso le fotografie di un bellissimo bambino, nato poche ore prima. «L’ho chiamato Youssef», scrisse. Piangevo di gioia per il sollievo di sapere che Shema era viva e per aver visto per la prima volta il volto di Youssef. «Non è stato né facile né difficile», mi ha scritto riferendosi al parto. «Mi si sono rotte le acque nel cuore della notte e sono andata in ospedale . . . Ho partorito alle dieci del mattino, in mezzo al rumore delle bombe».
Quando le ho inviato le mie congratulazioni, Shema mi ha risposto: «Sono molto felice del mio bambino. Spero che Dio lo protegga. Ma . . . non ho niente da mangiare. Sono le 14 e non ho mangiato nulla dalla mattina».
Nei giorni successivi mi ha decsritto i suoi primi momenti di maternità come farebbe qualsiasi madre: gioia mescolata a stanchezza. Ma una cosa era drammaticamente diversa: Youssef piangeva continuamente durante la notte, svegliandosi al suono delle bombe. Shema lottava contro una fame persistente. «La mia anima è esausta».
La storia di Shema incarna ciò che le femministe nere e indigene hanno definito maternità rivoluzionaria — non come destino biologico, ma come lavoro di cura insorgente di fronte all’abbandono genocidario (Gumbs, Martens e Williams 2016). Partorire tra le bombe, avere fame mentre si allatta, sognare cetrioli mentre si mangia soltanto pane — tutto questo non è semplicemente sopravvivenza, ma una prassi radicale del fare-vita contro la macchina della morte. Nel suo corpo sofferente, nelle sue preghiere sussurrate, nel dare il nome Youssef a suo figlio sotto i missili che cadono, Shema mette in atto ciò che Leanne Betasamosake Simpson (2017) chiama «costellazioni di co-resistenza», nelle quali l’amore diventa un rifiuto tattico di permettere al colono di determinare la forma del futuro.
Il corpo ferito di sua madre che cerca di raggiungere gli aiuti, la sua stessa stanchezza rannicchiata in un angolo della tenda, il silenzioso stupore che prova guardando il cielo — non sono semplici dettagli, ma ciò che Saidiya Hartman (2019) potrebbe descrivere come la grammatica della sofferenza e della cura, un archivio che eccede la documentazione e rifiuta di essere ridotto a statistiche.
In questi ultimi mesi ho faticato a terminare la scrittura di questa storia, a tracciare attraverso le parole i contorni di una ferita ancora aperta.
Ora guardo con silenziosa disperazione, come molti di noi, i video di bambini piccoli che muoiono di malnutrizione. Di donne che crollano per la fame mentre il bombardamento delle città di tende continua senza sosta.
Prego che Shema e il piccolo Youssef sopravvivano.
Per Shema, la fame non è soltanto assenza di cibo, ma anche il desiderio incarnato di sicurezza, riposo, tenerezza e della possibilità di nutrire un figlio senza paura. Come donne palestinesi, come madri, abbiamo fame di un mondo in cui i nostri figli non nascano sotto assedio, ma in un luogo sicuro e accogliente.
Nonostante la realtà devastante e il senso incombente di disperazione, scrivo questa storia come un rifiuto della mia stessa disperazione. Mi rifiuto di essere una documentarista dell’annientamento del mio popolo. Scelgo invece di essere testimone del trionfo della sua sopravvivenza.
La testimonianza di Shema è una frattura nella macchina della cancellazione; una traccia che sfida la richiesta di silenzio dell’archivio coloniale. La sua storia ci insegna ciò che le femministe decoloniali, indigene e femministe donne di colore sanno da tempo: raccontare non è un lusso, ma una fonte di vita; non è un aneddoto, ma una forma di conoscenza. E così raccontiamo la sua storia non come eccezione, ma come costellazione, perché nella lotta per la liberazione collettiva il singolare non è mai solitario. Ogni vita — nominata, custodita, ricordata — è un sacro rifiuto. Ogni storia è una mappa verso la libertà. Raccontare la storia di una donna non significa semplicemente narrare una vicenda di sopravvivenza contro ogni probabilità; è una prassi vivente di rifiuto, una preghiera contro la cancellazione sussurrata al cielo notturno.
Nota dell’autrice
Scrivere contro il genocidio nel mezzo di un genocidio ancora in corso è un imperativo femminista. La ricerca etnografica e basata sui dati che costituisce il fondamento di questo saggio ha attraversato molteplici trasformazioni insieme a quelle della Striscia di Gaza, tuttora occupata e assediata. Questo testo è stato pubblicato per la prima volta su Decolonial Hacker nell’ottobre 2025, una rivista online fondata da Eugene Yiu Nam Cheung, che «esamina criticamente le istituzioni culturali, le aziende e gli Stati-nazione per interrogare la loro influenza sulle condizioni dell’esistenza», e viene qui ripubblicato con il permesso dell’autore. L’autrice ha deciso di interrompere l’aggiornamento dei dati dopo la pubblicazione originale. L’autrice esprime innanzitutto il proprio amore e la propria gratitudine a Shema, per essersi fidata di lei e averle affidato la sua storia più intima e delicata. Una prima versione di questo testo è stata presentata alla Decolonizing Gender and Sexualities Conference presso la UC Berkeley nel marzo 2025; l’autrice ringrazia Paola Bechetta e Courtney Desiree Morris per aver creato questo spazio di respiro collettivo e creativo. L’autrice è profondamente grata a Mira Mattar, che ha accompagnato lo sviluppo di questa storia con il massimo amore e cura in qualità di editor. Per la loro generosità e il loro incoraggiamento, l’autrice ringrazia Sharmila Rudrappa e Patricia Richards, che l’hanno invitata a contribuire con questo testo a un simposio di Gender & Society. Devin Atallah e i nostri figli costituiscono il più grande promemoria quotidiano del fatto che il nostro amore spezza ogni assedio; come scrive Assata Shakur, infatti, l’amore è «contrabbando all’inferno».
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