Articolo pubblicato originariamente su Al-3araby al-jadid. Traduzione dall’arabo a cura della redazione di Bocche Scucite
Sono trascorsi tre anni dal «7 ottobre» 2023 e Gaza continua a vivere sotto il peso della guerra e delle sue conseguenze. Sebbene nell’ottobre 2025 sia stato annunciato un accordo per il cessate il fuoco, le morti non si sono fermate e la distruzione prosegue. Il ritmo e l’intensità dei bombardamenti letali possono essersi ridotti, ma l’uccisione «goccia a goccia» continua a essere una modalità adottata da Israele, per evitare la brutalità delle stragi che in passato gli ha attirato condanne e conseguenze. Israele seleziona i propri obiettivi e conduce operazioni chirurgiche mirate, nella speranza di eliminare tutti i vertici militari, senza curarsi delle vittime civili che accompagnano queste operazioni.
Gli eventi esplosi quella mattina sembrano appartenere a una crisi ormai lontana nel tempo. È difficile credere che quell’evento sia ancora in corso tra noi. Alle prime luci dell’alba a Gaza, il movimento Hamas lanciò l’operazione «Diluvio di al-Aqsa», con il lancio di centinaia di razzi e il rapido sfondamento della barriera di separazione a est di Gaza, penetrando via terra, mare e aria negli insediamenti israeliani meridionali, attraverso una selezione accurata degli obiettivi. Il numero dei morti israeliani non sembra essere stato accertato con precisione, ma diverse fonti parlano di circa 1.200 vittime, tra militari e civili, mentre altre fonti stimano 1.800 morti. Furono inoltre catturate circa 300 persone. Israele dichiarò quindi guerra a Gaza e avviò una vasta e brutale campagna militare, le cui conseguenze continuano ancora oggi.
Sebbene sia difficile fare un confronto tra le due parti, secondo quanto comunicato dal Ministero della Salute palestinese a Gaza, dall’inizio della guerra i morti sono stati circa 75.000 e i feriti circa 175.000. Il dato più doloroso è che una parte significativa di queste cifre è stata registrata dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco: da allora sono stati uccisi altri 1.500 palestinesi e quasi 5.000 sono rimasti feriti. Diverse fonti delle Nazioni Unite confermano che i numeri sono prossimi a quelli effettivi. Si tratta, inoltre, di cifre destinate probabilmente ad aumentare, poiché proseguono le operazioni per recuperare i corpi e i resti delle vittime. Tra i ritrovamenti più recenti vi sono i resti delle vittime del complesso residenziale al-Taj, nella città di Gaza, che sarebbero circa 105.
Nell’ultimo anno Israele ha commesso circa 5.000 violazioni dell’accordo e ha consentito l’ingresso di appena il 35% dei camion di aiuti umanitari previsti.
Circa il 90% della popolazione di Gaza è stata costretta a lasciare la propria abitazione, e la maggior parte degli sfollati ha dovuto spostarsi più volte, secondo le agenzie delle Nazioni Unite che si occupano degli sfollamenti. Se consideriamo che l’82% degli edifici della Striscia è stato gravemente danneggiato o completamente distrutto, possiamo comprendere la portata della catastrofe, che non riguarda soltanto la mancanza di abitazioni, ma anche l’assenza pressoché totale delle condizioni minime per la vita umana, come acqua potabile, cibo e altri beni essenziali.
Tra le conseguenze più drammatiche vi è stata la dichiarazione delle Nazioni Unite secondo cui Gaza è un’area devastata dalla fame deliberatamente imposta, una pratica che costituisce un crimine di guerra. Nel frattempo, si sono accumulati circa 61 milioni di tonnellate di macerie, mentre le infrastrutture sono state in gran parte distrutte, così come le strutture sanitarie e gli altri servizi essenziali.
Secondo le Nazioni Unite e la Banca Mondiale, le perdite economiche e i danni materiali ammontano a circa 60 miliardi di dollari, mentre il fabbisogno per la ripresa e la ricostruzione è stato stimato in circa 70 miliardi di dollari. Si tratta di somme che, allo stato attuale, sembrano difficili da reperire, soprattutto alla luce dell’incertezza sulle competenze del «Consiglio per la pace», annunciato in un contesto caratterizzato, in generale, dalla delusione nei confronti dei Paesi arabi e dalla loro adesione alla posizione statunitense, generalmente favorevole alla narrazione israeliana.
L’annuncio dell’accordo sul cessate il fuoco, promosso da Stati Uniti, Egitto, Qatar e Turchia nell’ottobre 2025, ha avuto un profondo impatto psicologico e suscitato una reazione positiva, sia tra gli stessi palestinesi, che lo hanno accolto con favore, sia tra quanti hanno espresso solidarietà nei loro confronti, indipendentemente dai suoi contenuti e dalle modalità con cui è stato raggiunto. Nessuno desidera che continui il massacro perpetrato dall’occupazione israeliana senza alcun freno.
Il testo dell’accordo, la cui nascita è stata tutt’altro che semplice, non è stato privo di esitazioni da parte dell’uno o dell’altro schieramento riguardo al rilascio degli ostaggi e dei prigionieri, all’apertura dei valichi e alla cessazione delle operazioni militari. Tuttavia, non ha fornito una visione precisa su una serie di questioni fondamentali: chi governerà Gaza il giorno dopo; come sarà costituita e legittimata l’autorità di governo; chi disarmerà Hamas; chi si ritirerà per primo; e quali garanzie accompagneranno tutti questi passaggi.
Le incertezze sono particolarmente profonde in un contesto segnato da una grave crisi di fiducia, alimentata dall’atteggiamento intransigente di Israele e dal ripetuto mancato rispetto delle proprie promesse, ogni volta giustificato con il richiamo a minacce alla sicurezza che, secondo questa impostazione, ne legittimerebbero le azioni militari più devastanti. Secondo l’ufficio governativo per i media di Gaza, nell’ultimo anno Israele ha commesso circa 5.000 violazioni dell’accordo e ha consentito l’ingresso di appena il 35% dei camion di aiuti umanitari previsti, mentre ha esteso il proprio controllo militare a oltre il 70% della superficie della Striscia.
Nonostante Israele rivendichi la propria vittoria, a tre anni dall’inizio della guerra non ha ancora completato l’inchiesta ufficiale su quello che ha definito il «fallimento del 7 ottobre». Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ripetutamente respinto con fermezza la costituzione di una commissione d’inchiesta ufficiale dotata di poteri giuridici. A sostegno di questa posizione ha avanzato diverse argomentazioni, tra cui le esigenze della sicurezza nazionale israeliana e la legittimità dei poteri giuridici della commissione, che mette in discussione.
Netanyahu ha quindi anticipato queste iniziative pubblicando un documento di circa 60 pagine nel quale attribuisce la responsabilità principale all’esercito e ai diversi apparati di sicurezza, oltre che ai governi precedenti. I suoi oppositori e avversari, così come alcuni analisti ed esperti, lo accusano tuttavia di «selezionare i fatti» e di operare una discutibile selezione dei documenti per evitare di assumersi responsabilità personali. Alcuni arrivano persino a definirlo un fallimento clamoroso e senza precedenti.
Dopo questi tre anni, si può affermare che «Diluvio di al-Aqsa» non sia stato un semplice episodio militare, ma un momento storico che ha ridisegnato il Medio Oriente. Gaza oggi non è più quella di prima dell’alba del 7 ottobre 2023, e lo stesso vale per Israele; anche l’intera regione è stata ridisegnata, nei suoi equilibri, nelle sue alleanze e nei suoi conflitti.
Basti pensare alla frattura tra sunniti e sciiti, tornata a manifestarsi con una forza che non si vedeva da tempo, oltre alla guerra israelo-statunitense contro l’Iran, all’indebolimento dei suoi alleati nella regione e a quanto sta accadendo attualmente nello Yemen. Sono conseguenze geopolitiche di enorme portata, e non sappiamo ancora quale configurazione potrà assumere la regione nei prossimi anni.

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