Articolo pubblicato originariamente su Al-Quds Al-Arabi. Traduzione dall’arabo a cura della redazione di Bocche Scucite
Di Selim al-Bayk
I documentari su Gaza sono numerosi, prima della guerra, durante la guerra e, necessariamente, anche dopo di essa: è quanto emerge con particolare evidenza negli ultimi mesi. Non c’è nulla di inatteso in questo. I documentari, in generale, non richiedono che siano gli stessi protagonisti di una determinata causa a realizzarli.
È un discorso che, su scala globale, vale anche per i palestinesi, che non fanno eccezione. I gazawi, in particolare, sono parte di una realtà estremamente concentrata e complessa, inserita in una questione che, storicamente e non soltanto oggi, ha attirato e continua ad attirare documentaristi da tutto il mondo: per ragioni di solidarietà, umanitarie o semplicemente professionali. La produzione straniera di documentari su Gaza è, per quantità e varietà, paragonabile a quella realizzata dai palestinesi stessi.
La situazione è diversa per il cinema di finzione. Alla forte, e necessaria, presenza di Gaza nel cinema documentario non corrisponde una presenza analoga, né per quantità né per qualità, nel cinema narrativo. In genere, l’interesse degli stranieri per le vicende altrui si manifesta nel cinema documentario, non in quello di finzione; quest’ultimo è invece solitamente realizzato dagli stessi protagonisti delle vicende narrate. Ci sono ragioni generali, che vanno oltre il caso palestinese. I documentari si muovono attorno a questioni ed eventi politici, sociali, storici e di altro genere, e questo può rendere il lavoro documentario simile a un’inchiesta giornalistica o ad altre forme di ricerca. Non c’è necessariamente una barriera tra il cineasta e il proprio soggetto: è possibile studiare e indagare una realtà per poi realizzarne un film. Un giornalista o un documentarista può quindi occuparsi di un tema esterno alla propria appartenenza culturale e nazionale. Il cinema di finzione è un’altra cosa.
In un film narrativo ci devono essere dialoghi che qualcuno deve scrivere; occorre conoscere i personaggi, la storia, le sue svolte, adeguate al luogo e al tempo in cui la vicenda si svolge; occorre tener conto della specificità e della credibilità, delle psicologie e dei dialetti, delle preoccupazioni quotidiane e dei problemi della vita di ogni giorno. Tutto questo viene inventato, costruito, affidato al regista e alla sua équipe. Nel documentario, invece, sono i testimoni, gli ospiti e i protagonisti stessi a farsene carico.
Tutto ciò serve a dire che un nuovo film di finzione proveniente da Gaza è, di per sé, indipendentemente da qualsiasi considerazione artistica, un evento significativo nel percorso del cinema palestinese degli ultimi anni. E il fatto che arrivi nel contesto della guerra genocida aggiunge al film un ulteriore valore. Alla scarsità di opere narrative dedicate a Gaza prima della guerra fa seguito ora un film arrivato tempestivamente nel periodo successivo alla guerra.
Il film di finzione «Gaza 13», di Hossam Abu Dan, presentato all’ultimo Toronto International Film Festival nella sezione «Wavelengths», offre molto più di quanto si possa ricavare dalla sua sola natura di opera cinematografica. La notizia della sua uscita oggi rappresenta qualcosa di più della semplice presentazione di un nuovo film palestinese. È un film narrativo che non parla soltanto di Gaza: la Striscia non è semplicemente il suo tema, è la sua origine. Il film viene da Gaza, e questo è qualcosa di più, e di più importante, che parlare semplicemente di Gaza. È stato girato lì, realizzato lì, da una troupe composta, di fatto, da sopravvissuti a una guerra genocida. Questo, innanzitutto.
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In secondo luogo, il film arriva dopo un’assenza terribile e ingiustificata di Gaza dal cinema narrativo palestinese. E definire questa assenza «terribile» non è affatto un’esagerazione. Negli anni Novanta Gaza era un elemento centrale del cinema di finzione; dopo il 2000 è diventata marginale, fino quasi a scomparire, e nel corso del tempo è stata ulteriormente trascurata dagli stessi cineasti palestinesi, mentre negli ultimi vent’anni aumentavano i titoli dedicati alle diverse questioni palestinesi.
Questo discorso e questa critica riguardano esclusivamente il cinema di finzione. La situazione della produzione documentaria dedicata ai temi legati a Gaza è invece migliorata nel tempo, anche se con un contributo particolare da parte di cineasti stranieri.
Dopo il 2000, Gaza è comparsa nel cinema narrativo palestinese, ma spesso in una forma turistica, attraverso titoli stranieri e contenuti orientati verso il pubblico straniero secondo una logica dello scandalo e dell’esotizzazione. A ciò si aggiunge un esempio disastroso, politicamente offensivo e artisticamente mediocre, con un approccio che sarebbe stato più adatto a un film «comico israeliano o europeo»: «A Gaza Weekend» (2022), che aspirava ad avvicinarsi a un mediocre film francese intitolato «The Gaza Strip» (2011). Tutto questo è avvenuto dopo diverse rappresentazioni di Gaza nel cinema palestinese, che non è questa la sede per elencare, e dopo gli eccellenti film di Michel Khleifi e Rashid Masharawi negli anni Novanta, che hanno segnato quel decennio e preservato per Gaza una collocazione cinematografica coerente con il suo ruolo nella storia della lotta palestinese.
Dopo tutto questo, sostengo che la realizzazione di un film di finzione dall’interno di Gaza, come accadeva con i film degli anni Novanta, sia una questione che va oltre il film stesso. È una porta appena aperta. È un invito — se non direttamente ai cineasti a recarsi lì per realizzare film narrativi non soltanto sulla Striscia, ma dalla Striscia, dall’interno della Striscia — almeno a riconoscere che a Gaza esistono cineasti, che è possibile realizzare film di finzione oltre ai documentari direttamente dall’interno della Striscia, e che ciò di cui hanno bisogno gli artisti e i professionisti che vi lavorano è il sostegno che istituzioni e singoli individui esterni alla Striscia possono offrire.
«Gaza 13» dimostra che non esiste una carenza tecnica o professionale nella realizzazione di cinema narrativo dall’interno della Striscia. I film di finzione palestinesi prodotti al di fuori di Gaza — in condizioni migliori in Cisgiordania e a Gerusalemme, e in condizioni agevoli all’interno di Israele e nella diaspora — non sono necessariamente, nel loro insieme, superiori a ciò che viene realizzato a Gaza.
Questo pone chi lavora nell’industria cinematografica, così come coloro che ne prendono le decisioni a livello palestinese e arabo, di fronte alla responsabilità di garantire alla Striscia le risorse, la logistica e le attrezzature necessarie. Il risultato è qui, in un film che racconta con una sincerità rivelatrice i problemi della popolazione della Striscia nel presente; una sincerità che non ritroviamo nei film «su» Gaza, bensì in un film «da Gaza».
Il film racconta la storia di una ragazza di tredici anni e, attraverso di lei, ritrae una società devastata dalla guerra, una società i cui membri devono affrontare le conseguenze lasciate dall’esercito genocida dopo il suo ritiro, lasciando le persone a divorarsi l’una con l’altra.
Un padre rimane solo a proteggere la figlia dopo l’uccisione della moglie e degli altri figli. La povertà è una condizione generale, le tende sono diventate abitazioni permanenti, gli aiuti sono strumenti di ricatto e molte altre circostanze rendono la vita lì una sfida radicale, esistenziale, senza che siano necessarie ulteriori azioni dirette da parte dell’esercito occupante. Quest’ultimo ha lasciato dietro di sé condizioni che sembrano mine disseminate lungo ogni giornata, anche lungo quelle in cui non bombarda.
Su tutto questo, all’orizzonte, incombono i suoni insistenti ed eterni dei droni israeliani.
Non siamo di fronte a una narrazione politica che cerca di compiacere gli stranieri, né a una rozza ironia o a un’insulsa forma di turismo nel rappresentare Gaza e i suoi abitanti. È invece una credibilità rivolta innanzitutto allo spettatore gazawi e palestinese, prima ancora che agli altri.
«Gaza 13» recupera un aspetto rimosso del cinema palestinese, degno di arrivare a un festival delle dimensioni del Toronto International Film Festival.
È, innanzitutto, un film con un soggetto gazawi.
È, in secondo luogo, un film di finzione.
È, in terzo luogo, una produzione cinematografica realizzata dall’interno di Gaza, con una troupe gazawa, luoghi di ripresa gazawi e competenze gazawi.
È, in quarto luogo, un film dotato di un’autenticità che non cerca di compiacere il finanziatore, il programmatore o il distributore occidentale.
Infine, è l’inizio di una nuova possibilità: quella di dire che Gaza si sta risvegliando dall’incubo del genocidio attraverso un’opera cinematografica realizzata dalla sua stessa popolazione.
Se c’è una sola conclusione che si può trarre, ed è sufficiente, è questa: gli altri palestinesi devono afferrare la maniglia della porta che questo film ha appena aperto e rivolgere maggiore sostegno e solidarietà al cinema di finzione gazawi — non semplicemente a film ambientati o incentrati su Gaza, ma a film prodotti a Gaza.
Un film da Gaza e dentro Gaza.
Scrittore palestinese/siriano

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