Tra la gioia del ritorno e lo shock per la devastazione: a Hebron gli abitanti ritrovano le proprie case saccheggiate dopo l’attacco israeliano

Articolo pubblicato originariamente sul The New Arab. Traduzione a cura della redazione di Bocche Scucite

Foto di copertina: Ad al-Jalda, Deir Bahha e Khallat al-Maghariba, le famiglie palestinesi si sono trovate ad affrontare il difficile compito di verificare che cosa fosse stato danneggiato o portato via dalle loro abitazioni. [Getty]

Intervistati da The New Arab, diversi residenti hanno raccontato che dalle loro abitazioni sono spariti denaro, gioielli d’oro e oggetti di uso quotidiano, compresi giocattoli e salvadanai dei bambini.

Di Sally Ibrahim

Dopo che l’esercito israeliano ha annunciato la fine dell’operazione militare, durata 11 giorni, nella città di Hebron, nella Cisgiordania occupata, decine di famiglie palestinesi si sono precipitate lunedì a fare ritorno nelle proprie case, nella speranza di riprendere la vita di tutti i giorni dopo giorni di lontananza.

Ma la gioia del ritorno si è presto trasformata in sgomento: le famiglie hanno trovato porte sfondate, mobili danneggiati e oggetti personali sparsi in ogni stanza.

Nei quartieri di al-Jalda, Deir Bahha e Khallat al-Maghariba, i residenti palestinesi hanno dovuto affrontare il difficile compito di verificare i danni e accertare che cosa fosse stato sottratto dalle loro abitazioni dalle forze israeliane.

Intervistati da The New Arab, diversi abitanti hanno raccontato che dalle loro case erano spariti denaro, gioielli d’oro e oggetti domestici, compresi i giocattoli e i salvadanai dei bambini.

Sari al-Natsheh, residente ad al-Jalda, è tra coloro che hanno ritrovato la propria abitazione danneggiata. Dopo 11 giorni di assenza, l’uomo ha avuto un’amara sorpresa quando ha aperto la porta di casa.

«Quando sono tornato e ho aperto la porta, non riuscivo a credere a quello che vedevo», ha raccontato a The New Arab. «Speravo di trovare tutto come lo avevo lasciato, invece ho trovato distruzione ovunque. Ero felice di essere finalmente a casa, ma il cuore mi si è spezzato davanti a quello che era successo».

Ha spiegato che la sua abitazione era il risultato di anni di sacrifici e lavoro da parte della famiglia.

«Io e la mia famiglia abbiamo impiegato anni per costruire e arredare questa casa. Ogni angolo custodisce un ricordo e abbiamo lavorato duramente per acquistare ogni singolo mobile. Era come vedere davanti ai miei occhi anni della mia vita andare in frantumi», ha aggiunto.

Al-Natsheh ha raccontato che, durante la notte, i soldati israeliani avevano costretto la sua famiglia a lasciare l’abitazione sotto la minaccia delle armi, nonostante le sue difficoltà a camminare e la necessità di utilizzare un bastone.

Ha aggiunto che i giorni trascorsi lontano da casa erano stati molto difficili, ma che la famiglia non aveva mai perso la speranza di poter tornare.

Anche Sulaiman Abu Turk, che aveva lasciato la propria abitazione insieme alla famiglia all’inizio dell’operazione militare israeliana, ha ritrovato la casa gravemente danneggiata. Le porte erano state sfondate, gran parte dei mobili distrutta e le stanze erano ricoperte di terra e detriti.

Ora la famiglia dovrà ripulire l’abitazione e riparare i danni prima di poter riprendere la propria vita quotidiana.

«Avevo paura di perdere per sempre la mia casa, soprattutto dopo aver visto quello che è successo alle famiglie di Gaza, molte delle quali hanno perso le proprie abitazioni senza più riuscire a tornarvi», ha raccontato a The New Arab.

«Quello che è accaduto a Gaza ci ha fatto capire che anche noi potremmo perdere le nostre case per sempre. Per questo siamo semplicemente felici di essere tornati, anche se le nostre abitazioni sono danneggiate», ha aggiunto.

Anche le attività commerciali locali hanno subito pesanti conseguenze: durante l’operazione militare, infatti, numerosi negozi sono stati costretti a chiudere.

Rajeh Banat, proprietario di un supermercato, ha trovato anche il proprio esercizio commerciale saccheggiato. Tra gli oggetti danneggiati figurano elettrodomestici e frigoriferi.

«Il supermercato era l’unica fonte di sostentamento della mia famiglia», ha raccontato a The New Arab.

Dopo aver perso gli incassi durante l’operazione, Banat deve ora affrontare anche le spese per riparare il negozio e sostituire la merce scomparsa.

«Chi ci risarcirà per queste perdite? Chi ci aiuterà a rimetterci in piedi dopo tutta questa distruzione?», ha domandato. «Israele vuole sradicarci dalla nostra terra, ma noi non ce ne andremo mai, qualunque cosa accada».

Hebron fa la conta dei danni

Il governatore di Hebron, Khaled Dudin, ha annunciato che le forze israeliane si sono ritirate dai quartieri in cui avevano condotto le incursioni, consentendo agli abitanti sfollati di fare ritorno nelle proprie case.

Ha dichiarato che le autorità locali hanno avviato le operazioni di valutazione dei danni e di individuazione delle necessità della popolazione.

«Non appena le forze di occupazione si sono ritirate, abbiamo iniziato ad assistere i residenti nel ritorno alle loro abitazioni e a valutare le perdite, con l’obiettivo di garantire risarcimenti nei limiti delle risorse a nostra disposizione», ha aggiunto.

Anche il sindaco di Hebron, Yousef al-Jabari, ha affermato che, dopo il ritiro delle forze israeliane, la vita quotidiana sta gradualmente tornando alla normalità.

Secondo al-Jabari, gli studenti hanno ripreso a frequentare scuole e università, mentre le squadre municipali sono impegnate nella rimozione delle macerie, nella riapertura delle strade e nella documentazione dei danni, in vista degli interventi di recupero e ricostruzione.

Secondo i dati della Commissione di sostegno e soccorso del Governatorato di Hebron, durante l’operazione circa 537 famiglie, per un totale di quasi 3.300 persone, sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni.

Il numero complessivo delle persone colpite è stimato in circa 5.000, mentre approssimativamente 750 famiglie risultano ancora sfollate o continuano a subire le conseguenze dell’assedio e delle restrizioni alla circolazione.

Anche l’impatto economico è stato considerevole. Abdo Idris, presidente della Camera di commercio e dell’industria di Hebron, ha dichiarato che le perdite economiche dirette giornaliere hanno superato i 3,8 milioni di dollari, mentre i danni alle infrastrutture sono stati stimati in oltre sei milioni di shekel.

Secondo Idris, 327 negozi e attività commerciali sono stati completamente chiusi, 15 strutture sono state distrutte e circa 1.350 persone hanno perso i propri mezzi di sostentamento a causa dell’assedio e dell’interruzione delle attività commerciali.

L’operazione militare israeliana ha inoltre interrotto le attività didattiche per circa 262.000 studenti in 589 scuole del Governatorato di Hebron nel corso dell’ultima settimana, secondo i dati delle autorità locali.

L’operazione è terminata, ma resta il rischio di nuove incursioni

L’esercito israeliano ha avviato l’operazione a Hebron in seguito a un episodio di sparatoria verificatosi il 23 ottobre, nel quale sono rimasti uccisi due soldati israeliani.

Secondo il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, all’operazione hanno partecipato le unità Duvdevan e Maglan, i paracadutisti, l’unità esplorante della brigata Givati e le forze della polizia di frontiera.

L’operazione sarebbe stata condotta sulla base delle informazioni fornite dallo Shin Bet, il servizio di sicurezza interna israeliano, e sotto il comando della Brigata Giudea e della 98ª Divisione, secondo quanto riferito dal quotidiano.

Il giornale ha inoltre riportato che le forze israeliane hanno perquisito centinaia di luoghi, fermato e interrogato decine di palestinesi, sequestrato armi ed equipaggiamento militare e sigillato una cavità sotterranea che avrebbero dichiarato di aver individuato.

Tuttavia, secondo Ahmed Rafiq Awad, analista politico con sede a Ramallah, l’annuncio della conclusione dell’operazione non significa necessariamente che siano finite le minacce militari nei confronti di Hebron e dei suoi abitanti.

«Il ritiro segna la fine di una fase dell’operazione militare, non un cambiamento nella più ampia politica israeliana nei confronti delle città palestinesi della Cisgiordania occupata», ha dichiarato a The New Arab.

«L’operazione va considerata nel contesto di una serie di interventi militari israeliani che negli ultimi mesi hanno preso di mira città e villaggi della Cisgiordania, piuttosto che come un episodio isolato», ha affermato.

«Operazioni analoghe potrebbero ripetersi a Hebron o altrove, a seconda delle valutazioni israeliane in materia di sicurezza e degli interessi politici», ha aggiunto.

Secondo l’analista, l’attacco durato 11 giorni potrebbe essere servito anche a verificare la portata delle reazioni palestinesi e internazionali di fronte a operazioni militari israeliane prolungate e a valutarne le possibili ripercussioni sulle decisioni del governo israeliano.

Awad ha avvertito che l’assenza di un’efficace azione di deterrenza internazionale potrebbe incoraggiare Israele a proseguire attacchi di questo tipo e persino ad ampliarli ad altre aree della Cisgiordania occupata.

La conclusione dell’operazione, ha aggiunto, non offre alcuna garanzia contro nuove incursioni o l’imposizione di ulteriori misure militari nella città.

Per le famiglie che stanno tornando a Hebron, il ritiro delle forze israeliane ha messo fine a giorni di sfollamento, ma ha aperto un nuovo capitolo difficile: ripulire le abitazioni, riparare ciò che è stato danneggiato e cercare di ricostruire le proprie condizioni di vita e di sostentamento.

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