Cisgiordania, l’ultimo baluardo contro il piano E1

Articolo pubblicato originariamente su Il Manifesto

Di Michele Giorgio

L’anno scolastico è terminato già da qualche giorno e le aule della Scuola di Gomme sono vuote. Però una ventina di bambini e bambine di ogni età giocano lì intorno.

È l’unica parte del villaggio di Khan al-Ahmar dove gli alberi piantati tanti anni fa, ora alti e pieni di foglie, portano un po’ di ombra e di fresco in questa zona desertica che da Gerusalemme scende verso Gerico e la Valle del Giordano.

Forse saranno i Mondiali di calcio in corso a catturare l’interesse anche di questa piccola e isolata comunità beduina, ma davanti a noi diversi bambini corrono senza sosta dietro a un pallone che sperano di scagliare in una porta segnata da due grandi sassi.

«I più piccoli molto presto potrebbero non avere più una scuola e un villaggio», ci dice sconfortato Eid Abu Dahuk.

Qui, anche gli stranieri, lo conoscono come Abu Khamis, capo del consiglio di Khan al-Ahmar e suo portavoce.

«Nel 2018 ricevemmo un ordine di evacuazione immediata, le pressioni dei Paesi europei su Israele ci salvarono. Ora però è più dura, siamo molto preoccupati. Questo governo israeliano è capace di sgomberarci senza badare alle critiche internazionali. Tra qualche mese ci sono anche le elezioni in Israele», aggiunge Abu Khamis, bagnandosi il volto bruciato dal sole con dell’acqua.

Khan al-Ahmar da alcune settimane vive in uno stato di massima allerta dopo la decisione, presa dal ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, con delega per le colonie in Cisgiordania, di procedere all’evacuazione immediata del villaggio.

È la ritorsione per il mandato d’arresto per crimini di guerra e contro l’umanità che, secondo le informazioni in possesso di Smotrich, la Corte penale internazionale si preparerebbe a spiccare contro il ministro e altri quattro dirigenti israeliani di primo piano.

È anche un’ulteriore spinta all’espansione dell’insediamento coloniale di Maale Adumim e alla realizzazione del piano per la zona E1, volto a tagliare la Cisgiordania in due, a est di Gerusalemme, in modo da impedire la nascita di uno Stato palestinese indipendente.

A Khan al-Ahmar vivono circa 45 famiglie, per un totale di 350 persone, e la scuola locale accoglie circa 170 alunni provenienti anche da altre cinque comunità beduine palestinesi.

È presente, inoltre, un ambulatorio medico che rappresenta uno dei pochi presìdi sanitari dell’area. «Sono profondamente legato alla Scuola di Gomme, è stata un’iniziativa fondamentale per l’istruzione di tanti bambini e ragazzi. Non vogliamo vederla distrutta», aggiunge Abu Khamis.

La storia della Scuola di Gomme è strettamente legata all’Italia.

Tenendo conto delle condizioni ambientali e della mancanza di risorse, i progettisti dello studio milanese ARCò, con la collaborazione dell’ong Vento di Terra, nel 2009 pensarono a una scuola costruita velocemente con pneumatici esausti riempiti di terra.

Ottennero ottime prestazioni termiche e statiche, poiché i copertoni garantiscono un’elevata elasticità e resistenza grazie agli elementi di gomma e ferro che li compongono.

Da allora, con il lavoro della comunità, piccoli finanziamenti internazionali e la protezione, in particolare, dei Paesi europei, la scuola è diventata più grande, più adatta all’insegnamento e più bella. Il numero dei bambini iscritti, che seguono il programma del ministero dell’Istruzione dell’Autorità nazionale palestinese, è salito costantemente.

Per Israele, invece, Khan al Ahmar è solo un sito abusivo e la sua popolazione deve andar via, con le buone o con la forza, per lasciar campo libero ai piani infrastrutturali e di colonizzazione previsti per la zona E1.

«Vogliono trasferirci in blocco in una zona a qualche chilometro da qui, vicino a una discarica. Alle autorità israeliane non importa il legame che abbiamo stretto con questa terra nei decenni passati», ci spiega Ahmad, seduto in una tenda all’ingresso del villaggio.

Gli abitanti di Khan al-Ahmar e di altre comunità beduine sparse nei pressi di Gerusalemme furono sfollati dal Negev nel 1951 e riconosciuti come rifugiati dall’Unrwa nel 1952.

Oggi il villaggio è essenziale per la continuità sociale e territoriale delle comunità beduine. La sua evacuazione aprirebbe la strada allo sfollamento di altre 26 comunità della zona, per un totale di circa 4.000 palestinesi.

I bambini sono solo sfiorati dal caldo e dai raggi del sole. Corrono ancora dietro al pallone senza apparente fatica.

Dal sottopassaggio sotto la sempre trafficata superstrada tra Gerusalemme e Gerico emergono una trentina di persone.

Sono attivisti stranieri e israeliani che vengono a portare la loro solidarietà agli abitanti del villaggio minacciato di distruzione.

Abu Khamis li accoglie ringraziandoli, poi fa il punto della situazione. Spiega che l’Amministrazione civile, il dipartimento delle Forze armate israeliane che si occupa dei palestinesi nella zona C della Cisgiordania, sta raccogliendo dati sulla popolazione di Khan al- Ahmar: forse è la fase preliminare dell’espulsione.

 «Ben più grave è la nascita di nuovi avamposti di insediamento qui intorno al villaggio, oltre alla colonia di Kfar Adumim», avverte Abu Khamis.

«I coloni israeliani arrivano di notte e piazzano i loro caravan a breve distanza dalla scuola e dalle abitazioni.

Un nuovo avamposto è stato costruito a 60 metri dalla nostra scuola, un altro a 150 metri e un terzo a 600 metri dalla comunità; infine, la rete idrica delle colonie passerà su parte del villaggio. Khan al-Ahmar è un’isola in mezzo al mare».

La comunità beduina invoca l’intervento dell’Europa per fermare lo sgombero. Il quadro è incerto.

Israele non ha dato risposte definitive, mentre i paesi dell’Ue restano divisi tra chi vorrebbe posizioni più dure contro le politiche di Israele nei confronti dei palestinesi e altri che, con la Germania in testa, si oppongono a misure realmente punitive.

La tensione diplomatica si è ulteriormente alzata dopo le dichiarazioni attribuite all’Alta rappresentante dell’Ue per la politica estera, Kaja Kallas, che durante una visita internazionale avrebbe paragonato la situazione nei territori palestinesi al sistema dell’apartheid sudafricano, provocando reazioni critiche da parte di diversi Stati membri.

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