Articolo pubblicato originariamente su +972 Magazine. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite
Foto di copertina: Il 12 gennaio 2026 alcuni palestinesi usano una corda per scavalcare la barriera di separazione dalla città di Al-Ram verso Gerusalemme Est. (Chaim Goldberg/Flash90)
Di Charlotte Ritz-Jack
Dopo il 7 ottobre, Israele ha chiuso i propri confini ai lavoratori provenienti dalla Cisgiordania. Ma la disperazione economica spinge migliaia di persone a trovare comunque il modo di entrare nel Paese, mentre la polizia israeliana continua a sparargli contro.
La mattina del 12 maggio era iniziata come tante altre per Zakaria Qatousa, 44 anni, padre di quattro figli e residente a Deir Qadis, nella Cisgiordania occupata. Ogni pochi mesi si alzava all’alba, raggiungeva Al-Ram — una cittadina confinante con Gerusalemme Est ma separata da essa dal muro costruito da Israele — e scavalcava la barriera di cemento. Una volta oltrepassata, si dirigeva verso il centro di Israele, dove lavorava per uno o due mesi in vari cantieri edili. Dopo aver guadagnato qualche migliaio di shekel, tornava dalla sua famiglia.
Questa volta, però, Zakaria non è mai tornato a casa.
«La polizia israeliana gli ha sparato e lo ha ucciso», ha raccontato a +972 Magazine suo fratello, che ha chiesto di restare anonimo. «Un proiettile lo ha colpito alla testa mentre stava scavalcando il muro.»
La famiglia Qatousa è una delle tante famiglie palestinesi della Cisgiordania che negli ultimi anni hanno seppellito parenti uccisi mentre cercavano di entrare in Israele per lavorare.
«Tantissime persone fanno questa scelta perché hanno perso ogni fonte di reddito», ha spiegato il fratello di Zakaria. «Lui non riusciva più a mantenere la sua famiglia e a provvedere alle necessità quotidiane.»
Fin dalla costruzione del muro di separazione nei primi anni Duemila, molti palestinesi hanno cercato di superarlo per aggirare il rigido sistema di permessi imposto da Israele, sia per trovare lavoro sia per raggiungere la Moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme. In passato venivano spesso arrestati o feriti dall’esercito israeliano, ma le uccisioni erano relativamente rare.
Dopo il 7 ottobre, però, il numero delle vittime è aumentato drasticamente.
Secondo la Federazione Generale dei Sindacati Palestinesi (GFPTU), negli ultimi due anni e mezzo più di 50 palestinesi sono stati uccisi mentre tentavano di attraversare la barriera senza permesso. Centinaia di altri — almeno 290 secondo le Nazioni Unite — sono rimasti feriti cercando di superare il muro alto circa otto metri.
Assaf Adiv, direttore esecutivo dell’Associazione dei Lavoratori Ma’an, ritiene che il numero reale sia probabilmente molto più alto. Molti decessi, infatti, non vengono registrati dalla polizia israeliana e numerosi lavoratori feriti cercano assistenza medica senza attirare l’attenzione delle autorità.
«È difficile fare una stima precisa», ha affermato. «Ma probabilmente tra 100 e 200 lavoratori sono stati uccisi mentre tentavano di attraversare il muro dal 7 ottobre in poi.»
Una crisi economica che spinge alla disperazione
L’aumento delle morti è legato soprattutto all’incremento dei tentativi di attraversamento, causato dalla gravissima crisi economica in Cisgiordania.
Oggi quasi un terzo dei palestinesi della Cisgiordania è disoccupato. Una delle principali ragioni è il divieto imposto da Israele a circa 150.000 lavoratori palestinesi muniti di permesso di entrare nel Paese dopo il 7 ottobre.
Inoltre, centinaia di migliaia di dipendenti pubblici palestinesi hanno trascorso mesi senza ricevere lo stipendio, poiché Israele continua a trattenere miliardi di dollari di entrate fiscali destinate all’Autorità Palestinese.
Negli ultimi mesi la situazione è peggiorata ulteriormente dopo che il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, ha ordinato alla polizia di utilizzare sistematicamente il fuoco vivo contro chi attraversa la barriera senza autorizzazione.
Nel solo mese di maggio almeno quattro palestinesi sono stati uccisi mentre cercavano di entrare in Israele.
«A giorni alterni muore qualcuno tentando di superare il muro», racconta Marwan (nome di fantasia), che prima del 7 ottobre lavorava nel settore ortofrutticolo a Tel Aviv e ogni giorno si spostava dalla sua città natale, Anata, in Cisgiordania.
Da quando il suo permesso è stato revocato, Marwan monitora gli incidenti nella zona di Al-Ram. Ha raccolto centinaia di video che mostrano lavoratori colpiti mentre si arrampicano sul muro, persone che precipitano nel vuoto e paramedici che soccorrono feriti gravissimi.
Arresti, detenzioni e paura costante
Molti palestinesi vengono fermati anche mentre cercano di entrare nascosti nei bagagliai delle automobili o stipati all’interno di camion dei rifiuti.
Secondo la GFPTU, dall’inizio della guerra a Gaza le autorità israeliane hanno arrestato circa 38.000 lavoratori palestinesi. Molti sono stati successivamente rilasciati, ma migliaia restano nelle carceri israeliane.
Di fronte a questi rischi, alcuni preferiscono vivere in condizioni di estrema povertà piuttosto che tentare la traversata.
Anche il fratello di Zakaria era riuscito a entrare in Israele due volte dopo il 7 ottobre. Dopo la morte del fratello, però, ha deciso di smettere.
«Non voglio rischiare la vita e lasciare i miei figli senza padre solo per andare a lavorare in Israele», ha detto.
“Un martire dei lavoratori”
Prima del 7 ottobre, Imad Haroun Ishtayeh gestiva una macelleria di successo nel villaggio di Salem, vicino a Nablus. Con la guerra e la crisi economica, però, l’attività è crollata.
«Faceva fatica persino a mantenere la famiglia», racconta il cugino Nasser. «Non c’era più domanda per i prodotti palestinesi.»
Dopo aver chiuso il negozio, Imad ha cercato altre opportunità senza successo. Stava costruendo una casa, sperava di sposarsi presto e doveva aiutare il padre malato di cancro.
Alla fine di maggio, ormai senza alternative, ha deciso di tentare l’ingresso in Israele.
La mattina del 31 maggio lui e altri uomini hanno messo una scala contro il muro ad Al-Ram. Imad è salito per primo. Quasi subito un agente della polizia di frontiera israeliana gli ha sparatro alla coscia, recidendo un’arteria importante.
Gli altri lavoratori lo hanno riportato terra e lo hanno trasportato in ospedale a Ramallah, ma i medici non hanno potuto fare nulla.
«Non era armato, lo si vede chiaramente nel video», ha dichiarato Nasser. «Era evidente che fosse un civile insieme ad altri lavoratori civili.»
Al funerale parteciparono oltre 10.000 persone.
«Molti lo chiamano il “martire dei lavoratori”», ha aggiunto.
Un’economia che continua a richiedere manodopera palestinese
Mentre l’economia della Cisgiordania è in profonda crisi, l’economia israeliana continua a crescere. La domanda di manodopera a basso costo — soprattutto nei settori dell’edilizia, della carpenteria e dell’agricoltura — resta elevata.
I lavoratori palestinesi impiegati illegalmente in Israele guadagnano generalmente tra 6.000 e 7.000 shekel al mese (circa 2.100-2.500 dollari), spesso in contanti e senza contratto.
Si tratta di cifre molto superiori agli stipendi disponibili oggi in Cisgiordania.
Secondo Adiv, proprio questa domanda di lavoro spiega perché i palestinesi continuino a rischiare la vita.
«Se dall’altra parte non ci fossero datori di lavoro pronti ad assumerli, nessuno metterebbe a repentaglio la propria esistenza.»
Le stime dell’esercito israeliano indicano che attualmente tra 60.000 e 70.000 palestinesi lavorano in Israele senza permesso.
Tuttavia, una volta entrati, molti vivono nascosti per settimane.
«Non sei al sicuro nemmeno dopo aver attraversato il muro», spiega Adiv. «È una preoccupazione continua, ventiquattr’ore su ventiquattro.»
“Ognuno di noi vive con una condanna a morte”
Non ci sono segnali che Israele intenda reintegrare a breve i lavoratori palestinesi nel proprio mercato del lavoro. Al contrario, il governo ha importato decine di migliaia di lavoratori stranieri per sostituirli.
Nel frattempo, la struttura economica fortemente indebitata della Cisgiordania rende la situazione ancora più grave.
«Praticamente tutti hanno dei prestiti da pagare», osserva Adiv. «Le banche stanno avviando procedimenti legali e molte persone rischiano pignoramenti, arresti e sfratti.»
La pressione economica sta inoltre mettendo in crisi migliaia di famiglie. Marwan racconta che lui e sua moglie sono tra le tante coppie che hanno chiesto il divorzio a causa delle difficoltà economiche e dell’instabilità quotidiana.
Alcuni palestinesi, aggiunge, sono arrivati perfino a tentare il suicidio.
«La situazione è tragica», dice. «Nessuno si preoccupa di noi lavoratori. Moriamo ogni giorno.»
Nonostante il crescente numero di vittime, pochi credono che i tentativi di attraversamento si fermeranno.
Secondo Elza Bugnet, avvocata dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI), le norme che regolano l’uso delle armi da parte della polizia non autorizzano il ricorso al fuoco vivo contro persone disarmate che non rappresentano una minaccia.
«Israele sa perfettamente che chi attraversa la barriera sta cercando lavoro», ha spiegato. «L’uso della forza in questi casi comporta un rischio estremo e sproporzionato.»
Il fratello di Zakaria, però, guarda alla situazione con amarezza:
«Ognuno di noi vive con una condanna a morte. Forse cambia soltanto il modo in cui verremo uccisi: a un posto di blocco, sulla nostra terra per mano dei coloni, o semplicemente mentre camminiamo. Ma qui ogni forma di uccisione è possibile.»
E conclude:
«Per Israele la terra costa, il muro costa, il filo spinato costa. Ma la cosa meno preziosa di tutte sembra essere la vita umana, che dovrebbe invece essere la più importante. Hanno considerato il muro più prezioso della vita di mio fratello.»

Sempre ho nel cuore il popolo palestinese. Anch'io dico: Signore fino a quando?". Perché nessuno dei potenti parla? Perché si…
Sono vicina al popolo palestinese. Unità a voi nella preghiera. Soffro con voi. Quando finirà? Il mondo che conta e…
il soldato in questione è stato ricevuto in ambito isareliano in Italia credo anche una scuola ebraica a Milano ma…
[…] dalla “devastazione che si è dispiegata davanti agli occhi del mondo”. ( https://bocchescucite.org/difendere-la-dignita-e-la-presenza-del-popolo-di-gaza/ ) Mai così espliciti e rinunciando…
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