I portuali del mediterraneo lanciano un primo storico sciopero internazionale

Articolo pubblicato originariamente su People Dispatch. Traduzione a cura di Veronica Bianchini per Bocche Scucite

DiAna Vračar

Il 6 febbraio i lavoratori portuali di oltre 20 porti del Mediterraneo hanno incrociato le braccia per dire no alla guerra, alla militarizzazione e alla privatizzazione dei porti.

Oggi i portuali di oltre 20 porti del Mediterraneo hanno dato vita a un’iniziativa storica lanciando una giornata internazionale di sciopero e protesta contro la guerra e il riarmo. Oggetto della protesta sono state anche la privatizzazione e la militarizzazione delle infrastrutture portuali.

I sindacalisti che hanno partecipato alla preparazione della giornata hanno dichiarato che lo sciopero è il risultato di un processo lungo e complesso, scaturito dalle iniziative attuate in solidarietà con la Palestina e dalle lotte per condizioni di lavoro dignitose portate avanti nei rispettivi paesi.

Gli effetti dello sciopero si sono fatti sentire prima ancora che avesse realmente inizio, poiché è stato riferito di navi, imbarcazioni che trasportano regolarmente carichi militari verso Israele, costrette a modificare il loro itinerario per le azioni dei portuali (1).

I porti sono luoghi fatica, non di sangue”

Le manifestazioni sono iniziate la mattina nei porti greci del Pireo ed Elefsina, a Mersin in Turchia, e a Bilbao e a Pasaia nei Paesi Baschi. Il sindacato turco Liman-Is Sendikasi ha chiamato a raccolta centinaia di membri per inviare un messaggio contro il genocidio e in solidarietà con la Palestina, facendo eco a messaggi simili inviati dai loro compagni del LAB nei Paesi Baschi.

In Grecia i portuali hanno denunciato la contraddizione tra i massicci investimenti europei per il riarmo e l’imposizione di misure di austerità sui servizi pubblici e le infrastrutture che stanno conducendo a condizioni di lavoro sempre più insicure. “Non siamo disposti ad accettare un lavoro privo di diritti”, ha dichiarato Damianos Voudigaris del sindacato greco ENEDEP più tardi nel corso della giornata. “Sviluppo deve significare tornare a casa vivi. I porti sono luoghi di lavoro, non di guerra. Luoghi di fatica, non di morte”.

Alcune delle maggiori mobilitazioni della giornata hanno avuto luogo in Italia. Ad Ancona, Bari, Cagliari, Civitavecchia, Crotone, Genova, Livorno, Palermo, Ravenna, Salerno e Trieste sono stati organizzati scioperi che hanno visto la partecipazione non soltanto dei lavoratori e degli impiegati portuali, ma anche di studenti e cittadini. La mappa delle città che hanno partecipato allo sciopero mostra ancora una volta la forza che il movimento sindacale italiano è andato acquisendo nel corso dell’ultimo anno, anche con i tre scioperi generali organizzati a sostegno della Palestina, che hanno tratto ispirazione dalle azioni contro la guerra intraprese da alcuni collettivi di portuali.

L’USB (Unione Sindacale di Base) ha realizzato servizi da tutti i porti che hanno aderito allo sciopero (2); qui i rappresentanti sindacali hanno parlato davanti a gruppi di lavoratori che esibivano apertamente bandiere palestinesi e cubane. I lavoratori hanno sottolineato che il movimento sindacale europeo deve fare proprio un approccio internazionalista per bloccare l’agenda anti-lavoratori dell’Unione europea e dei governi di destra. Governi come quello del presidente del consiglio Giorgia Meloni che, come rilevato dagli attivisti dell’USB durante i collegamenti in diretta, è apparso sconvolto dalla determinazione con cui hanno agito i lavoratori dopo anni di stagnazione. Secondo i sindacalisti, il panico ha portato a nuova ondata di repressione, anche mediante misure contro i membri dei sindacati coinvolti nelle azioni di solidarietà con la Palestina. L’USB, tuttavia, ha ribadito più volte che la resistenza alle politiche della Meloni non potrà che intensificarsi nelle prossime settimane.

“Oggi è la volta dei i porti, domani sarà tutto il sistema della logistica”

I lavoratori che hanno aderito allo sciopero da una parte si sono uniti intorno a istanze comuni, il no alla militarizzazione dei porti e al riarmo e la necessità di fermare un’economia di guerra che minaccia di soffocare ogni altra priorità, dall’altra hanno denunciato problematiche locali. A Trieste i lavoratori hanno denunciato la privatizzazione dei porti. Altrove, ad esempio a Bari e a Ravenna, lavoratori e studenti hanno ricordato che le infrastrutture portuali sono usate, talvolta di nascosto, per trasportare in Israele materiale militare o a duplice uso. “Ne abbiamo tutti abbastanza di questa situazione”, ha affermato a Ravenna un’attivista.

Notevoli anche le manifestazioni che hanno avuto luogo a Civitavecchia, Livorno e Ancona venerdì sera, al punto che i lavoratori di Ancona hanno definito la giornata “epica”. A Genova, come ormai d’abitudine, l’adesione è stata massiccia. A guidare la protesta sono stati i membri del collettivo del CALP, noti per aver promesso in precedenza che dai porti non sarebbe uscito “più un chiodo” se Israele avesse attaccato la Flotilla in rotta verso Gaza. Parlando ai media e con altri attivisti hanno sottolineato che il successo dello sciopero internazionale dimostra ancora una volta che i portuali mantengono le promesse.

“Abbiamo promesso che avremmo bloccato tutto e abbiamo bloccato tutto. Abbiamo promesso uno sciopero generale e lo abbiamo fatto. Abbiamo promesso uno sciopero internazionale e siamo qui per lo sciopero internazionale”, hanno dichiarato.

Lo sciopero internazionale dei lavoratori portuali, tuttavia, non è un punto di arrivo, hanno specificato. “Oggi è la volta dei porti, domani sarà tutto il sistema della logistica a mobilitarsi e domani ancora tutti i lavoratori” hanno concluso i lavoratori che hanno preso la parola a Ravenna.

Azioni sono state realizzate anche nei porti di Fos-sur-Mer vicino a Marsiglia, in quelli tedeschi di Brema e Amburgo e in Corsica. I portuali del sindacato marocchino ODT (Organizzazione democratica dei lavoratori), che hanno seguito la preparazione dello sciopero sin dall’inizio, sono stati costretti a rimandare la loro azione industriale per condizioni meteorologiche estreme che hanno imposto la chiusura dei porti.

1) “Italia: sciopero imminente interrompe la filiera del genocidio

Mentre i lavoratori italiani si preparano a lanciare lo storico sciopero del 6 febbraio, ZIM e MSC, due giganti delle spedizioni via mare regolarmente impegnati nel trasporto di carichi militari per il genocidio che Israele sta commettendo a Gaza, hanno modificato la rotta e ritardato la partenza delle loro navi temendo gli effetti della protesta. Quattro linee di navi hanno modificato rotte e orari di attracco per evitare lo sciopero dei portuali, evento che si verifica regolarmente quando i portuali del Mediterraneo si sollevano a sostegno dell’embargo sulle armi a Israele. Questa misura preventiva dimostra che l’azione collettiva dei lavoratori è in grado di imporre un embargo sulle armi e di mettere in difficoltà le filiere che sostengono l’occupazione israeliana.

https://www.instagram.com/p/DUZ-GPgjsWq/?hl=en&img_index=4

2) https://www.youtube.com/live/b5kHcaVwsXg?t=4242s

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