Israele: emigrazione di medici, ingegneri e altri israeliani altamente qualificati ai massimi storici

Articolo pubblicato originariamente su The Times of Israel. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite

Foto di copertina: Passeggeri all’aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv, 1° agosto 2024. (Avshalom Sassoni/Flash90)

Lo studio dell’Autorità fiscale israeliana rileva che in cinque anni è quasi raddoppiato il numero di israeliani qualificati e con redditi elevati che lasciano il Paese. Un esperto avverte: il fenomeno rischia di trasformarsi in una spirale difficile da invertire.

Di Sharon Wrobel

Il numero di israeliani con redditi elevati impiegati nei settori tecnologico e sanitario che emigrano dal Paese è in forte aumento, quasi raddoppiando nell’arco di cinque anni, secondo un nuovo studio dell’Autorità fiscale israeliana.

La ricerca, condotta dalla Divisione Pianificazione ed Economia dell’Autorità fiscale israeliana e basata sull’analisi dei redditi degli emigrati nell’ultimo decennio, rileva che il tasso di emigrazione tra gli israeliani più facoltosi è aumentato bruscamente nel 2023 e nel 2024, raggiungendo livelli record e risultando quasi il doppio rispetto a quello registrato fino al 2019.

Secondo l’analisi, la fuga di cervelli riguarda in modo sproporzionato medici, ingegneri e altri lavoratori altamente istruiti e con redditi elevati, spesso nel pieno della loro carriera.

«Da tutti gli indicatori relativi agli israeliani che hanno lasciato recentemente il Paese emerge un quadro coerente: il ritmo dell’emigrazione tra i segmenti più forti e benestanti della società è aumentato, mentre tra i gruppi più deboli il tasso di emigrazione è rimasto pressoché invariato», hanno affermato gli autori dello studio, Ariel Greizaz e Nili Ben-Tovim.

Il confronto tra i redditi degli emigrati e il reddito medio della popolazione mostra inoltre un cambiamento significativo. In passato, il reddito degli israeliani nell’anno precedente alla partenza era simile alla media nazionale; oggi è circa il 50% superiore, un ulteriore segnale del fatto che negli ultimi anni sono soprattutto le fasce più abbienti a lasciare Israele.

Gli autori sottolineano che è difficile stabilire con certezza se il cambiamento nella composizione degli emigrati sia dovuto alle profonde trasformazioni della società e del mercato del lavoro successive alla pandemia di COVID-19 oppure se sia una reazione alle turbolenze politiche legate alla riforma giudiziaria e agli eventi di sicurezza iniziati con l’attacco del 7 ottobre e la guerra a Gaza.

L’Autorità fiscale avverte tuttavia che l’aumento dell’emigrazione tra gli israeliani con redditi elevati potrebbe provocare perdite di gettito fiscale fino a 3,5 miliardi di dollari all’anno.

Secondo Itai Ater, professore di economia alla Coller School of Management dell’Università di Tel Aviv, il fenomeno potrebbe trasformarsi in una spirale difficile da arrestare.

«Negli ultimi anni sempre più israeliani, compresi molti lavoratori con redditi elevati come medici e professionisti del settore tecnologico, stanno lasciando Israele», ha dichiarato Ater. «È fondamentale affrontare questa pericolosa tendenza prima che sia troppo tardi».

Lo studio dell’Autorità fiscale è stato pubblicato il giorno dopo analoghi avvertimenti dell’economista Dan Ben-David, anch’egli dell’Università di Tel Aviv, sul rischio di una spirale di declino per il Paese.

La ricerca arriva inoltre pochi giorni dopo un rapporto dell’Università di Tel Aviv secondo cui il livello record di emigrazione da Israele è proseguito anche nel 2025, con quasi 50.000 israeliani che hanno lasciato il Paese per il terzo anno consecutivo.

Storicamente, l’emigrazione israeliana è stata spesso associata alla ricerca di migliori opportunità economiche all’estero. Secondo il rapporto dell’Università di Tel Aviv, però, il protrarsi del conflitto militare e delle tensioni politiche sta contribuendo all’aumento dell’emigrazione, con possibili conseguenze sugli interessi strategici di lungo periodo di Israele.

Un costo crescente per le casse dello Stato

Lo studio dell’Autorità fiscale, che ha analizzato i livelli di reddito e il gettito fiscale dei lavoratori israeliani tra il 2015 e il 2024, mostra che fino al 2019 le imposte sul reddito versate dagli israeliani nell’anno precedente alla partenza ammontavano in media a circa 500 milioni di shekel (166 milioni di dollari) all’anno.

Nel 2023 e nel 2024, la cifra è salita a circa 1,2 miliardi di shekel all’anno.

Gli autori stimano quindi che la partenza dei cittadini israeliani abbia comportato una potenziale perdita di entrate fiscali di circa 700 milioni di shekel per ogni anno di emigrazione.

L’Autorità fiscale precisa tuttavia che questa cifra non rappresenta una perdita immediata dell’intero gettito fiscale, poiché alcuni emigrati mantengono lo status di residenti e continuano a pagare le tasse in Israele anche dopo la partenza.

Il reddito medio annuo degli emigrati nell’anno precedente alla partenza è inoltre aumentato in termini reali di circa il 60%, passando da circa 125.000 shekel nel periodo 2015-2019 a circa 200.000 shekel nel 2024.

«Se questa tendenza allarmante continuerà a questo ritmo, entro cinque anni Israele potrebbe perdere 3,5 miliardi di shekel di entrate fiscali ogni anno», hanno affermato Greizaz e Ben-Tovim.

In un Paese in cui il 20% più ricco della popolazione genera il 92% dell’intero gettito dell’imposta sul reddito, il cambiamento nella composizione degli israeliani che lasciano il Paese rappresenta un rischio strategico significativo per le entrate pubbliche e per la crescita economica.

La fuga di capitale umano

Israele è un Paese piccolo e con poche risorse naturali. La sua crescita economica e la sua sicurezza dipendono quindi fortemente dal capitale umano, concentrato soprattutto in alcuni settori strategici, a partire dall’alta tecnologia.

Il settore tecnologico rappresenta circa un quinto del PIL israeliano e più della metà delle esportazioni. I lavoratori dipendenti del comparto tecnologico generano inoltre circa un terzo dell’intero gettito dell’imposta sul reddito.

Lo studio evidenzia anche un cambiamento nell’età degli emigrati.

La quota di israeliani tra i 40 e i 50 anni che lasciano il Paese è aumentata di oltre il 50% e oggi rappresenta circa il 20% degli emigrati con più di 20 anni, rispetto al 13% di un decennio fa.

La percentuale della fascia tra i 30 e i 40 anni è rimasta stabile, mentre è diminuita quella dei giovani tra i 20 e i 30 anni, che hanno redditi mediamente più bassi e contribuiscono in misura minore al gettito fiscale.

«L’aumento dell’età media degli emigrati incide sul gettito fiscale in modo non lineare, perché la fascia tra i 30 e i 50 anni comprende i lavoratori con i redditi più elevati e i principali contribuenti», hanno spiegato Greizaz e Ben-Tovim.

Chi viene considerato emigrato

Ai fini dello studio dell’Autorità fiscale israeliana, è considerato emigrato un residente israeliano che abbia vissuto nel Paese per almeno tre anni, lo abbia lasciato per almeno 90 giorni consecutivi nell’anno della partenza e sia rimasto fuori da Israele per almeno 270 giorni nell’anno successivo.

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