Articolo pubblicato originariamente su +972 Magazine. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite
Foto di copertina: Migliaia di persone partecipano a una manifestazione contro l’ondata di criminalità nella comunità palestinese all’interno di Israele, a Tel Aviv. 31 gennaio 2026. (Avshalom Sassoni/Flash90)
Di Areej Sabbagh-Khoury
Anche se il voto non può porre fine al regime coloniale d’insediamento, i palestinesi in Israele dovrebbero usare la propria cittadinanza per proteggere il proprio popolo e le condizioni necessarie alla resistenza.
Di Areej Sabbagh-Khoury
Il 27 ottobre, i cittadini israeliani voteranno alle prime elezioni che si terranno dall’inizio del genocidio a Gaza. Il dibattito che si è aperto tra i cittadini palestinesi in Israele sul se e sul come votare resta importante, ma è ancora in gran parte incentrato su questioni ereditate da una fase politica precedente. La partecipazione legittima il regime israeliano? Il boicottaggio è più coerente con una posizione patriottica? Dovrebbe esserci un’unica lista comune oppure due liste?
Sono tutte domande legittime, ma non riescono più a cogliere pienamente il momento politico attuale. La questione centrale è come ripensare la politica palestinese in Israele di fronte a un genocidio in corso e quale ruolo possa avere la partecipazione politica nella difesa della società palestinese in condizioni profondamente trasformate.
Ciò che è accaduto dal 7 ottobre non è stata semplicemente un’altra guerra, né soltanto un’ulteriore svolta verso un governo di destra ancora più radicale. Il genocidio a Gaza ha messo in luce trasformazioni strutturali all’interno del sistema israeliano: un’accelerazione senza precedenti della fusione tra il progetto coloniale d’insediamento e il fascismo politico, accompagnata da una contrazione dello spazio pubblico così grave da mettere sotto minaccia la stessa esistenza palestinese.
Allo stesso tempo, questo periodo ha mostrato la fragilità della sfera politica palestinese all’interno di Israele e la portata delle sfide che la sua società si trova ad affrontare. I palestinesi in Israele non sono una minoranza nazionale classica che partecipa al sistema elettorale dello Stato di cui possiede la cittadinanza. Sono una comunità indigena che vive all’interno di uno Stato coloniale d’insediamento che sta conducendo una guerra genocida contro il loro popolo. È questa realtà, a mio avviso, a rendere queste elezioni fondamentalmente diverse da tutte quelle precedenti.
Tradizionalmente, i palestinesi in Israele si sono chiesti che cosa potesse garantire loro la cittadinanza. Oggi, la domanda più urgente potrebbe essere come utilizzare le limitate possibilità offerte dalla cittadinanza in un regime coloniale d’insediamento per proteggere la società palestinese — e forse il popolo palestinese nel suo insieme — rafforzandone al tempo stesso il sumud, la fermezza e la capacità di resistere, organizzandone il potere politico e affrontando un regime che diventa sempre più coloniale e sempre più fascista.
Trasferimento con altri mezzi
Voglio chiarire fin dall’inizio la mia posizione: non credo che queste elezioni possano trasformare la natura fondamentale del sistema israeliano, e non l’ho mai creduto. Il progetto coloniale d’insediamento non dipende da quale governo sia al potere e, nonostante le loro differenze, tutti i governi israeliani condividono le stesse fondamenta.
Allo stesso tempo, però, non tutti i governi producono gli stessi effetti sulla vita quotidiana dei palestinesi.
Queste differenze potrebbero non cambiare la natura del regime, ma possono incidere sulla possibilità delle persone di vivere, organizzarsi, protestare, studiare, difendere le proprie istituzioni locali, proteggere la propria terra e rimanervi, mantenere uno spazio pubblico e politico ed espandere le possibilità di azione collettiva. Tutti questi elementi sono componenti fondamentali del sumud.
In questo senso, il sumud non può essere separato dalla diffusione della criminalità e della violenza all’interno della società palestinese, né dall’abbandono coloniale organizzato e dalla deliberata negligenza dello Stato, che hanno permesso alla crisi di aggravarsi.
Attraverso pratiche di cancellazione, abbandono, discriminazione e inerzia, la criminalità è diventata una forza che ha minato il senso di sicurezza e di fiducia delle persone, ha lacerato il tessuto sociale e ha reso la vita quotidiana sempre più precaria. Quando le persone non si sentono più al sicuro nelle proprie case o nelle proprie comunità, la loro possibilità di rimanere e costruire un futuro viene messa direttamente in discussione.
Queste politiche contribuiscono inoltre, indirettamente, a un’emigrazione sotto coercizione. Le restrizioni sulla terra, sulle abitazioni e sulla pianificazione si sono accumulate insieme all’aumento della criminalità violenta, al deterioramento della sicurezza personale e alla riduzione delle prospettive economiche e politiche. In queste condizioni, lasciare la propria terra può diventare, per alcune famiglie, meno una scelta libera e più il risultato di pressioni crescenti.
Non sorprende quindi che negli ultimi anni sia aumentato il numero di cittadini palestinesi che hanno scelto di emigrare da Israele. Queste decisioni non possono essere comprese esclusivamente come scelte personali o economiche. Nel loro insieme, costituiscono un «trasferimento con altri mezzi»: l’erosione deliberata e sistematica delle condizioni materiali dell’esistenza e della convinzione che sia ancora possibile costruire un futuro nella propria terra.
Proteggere le condizioni della vita quotidiana — lottare per la sicurezza personale, contro la criminalità, per il diritto alla casa e alla pianificazione urbanistica e per la tutela dell’istruzione e delle amministrazioni locali — è essenziale per il progetto nazionale indigeno e per la continuità della società palestinese sulla propria terra.
Quando rimanere diventa già un atto di resistenza, difendere le condizioni che rendono possibile rimanere diventa parte della più ampia lotta per la liberazione politica e sociale.
La partecipazione politica, quindi, non dovrebbe essere intesa come un’aspettativa di trasformare Israele. Dovrebbe piuttosto essere considerata una parte di uno sforzo più ampio per difendere la società palestinese all’interno di Israele e preservarne la capacità di sopravvivere, organizzarsi e proteggersi.
Ma c’è un’altra ragione per cui ritengo che oggi la partecipazione sia una necessità politica.
Affrontare il sociopoliticidio
Il colonialismo d’insediamento mira a governare non solo il territorio, le istituzioni e la vita materiale, ma anche il mondo emotivo e morale dei colonizzati: come si sentono, per chi soffrono, con chi solidarizzano e, in definitiva, ciò che ritengono politicamente possibile immaginare. È ciò che definisco «colonizzazione delle emozioni», un concetto che ho sviluppato nel mio lavoro recente.
Il sociopoliticidio rappresenta l’espressione più estrema di questo processo. Il suo obiettivo è distruggere il tessuto sociale e politico della vita palestinese: smantellare le istituzioni collettive, le relazioni e le capacità attraverso cui una società si organizza, resiste e immagina un futuro comune.
In questo modo si produce una società segnata dalla paura, dall’esaurimento politico e dall’autocensura: una società nella quale le persone calcolano continuamente il prezzo di ogni parola, si ritirano dalla vita pubblica e arrivano a vivere il silenzio come condizione stessa della sopravvivenza.
Negli ultimi anni, e in particolare dal 7 ottobre, il regime coloniale d’insediamento israeliano è riuscito in larga misura a riportare la paura all’interno della società palestinese in Israele a un livello di intensità che ricorda quello del periodo del governo militare, dal 1948 al 1966.
Arresti, persecuzioni politiche, licenziamenti, criminalizzazione delle espressioni di dissenso e una continua campagna di incitamento hanno colpito lo spirito collettivo della società palestinese.
Una delle domande centrali che abbiamo davanti, quindi, è come impedire che questa colonizzazione delle emozioni si radichi. Come possiamo restituire alle persone fiducia in se stesse e negli altri? Come possiamo recuperare la loro capacità di agire collettivamente? E come possiamo trasformare la paura da forza paralizzante in un motore per la riorganizzazione della società?
È qui, credo, che comincia davvero la politica. La politica non è soltanto una competizione per conquistare seggi alla Knesset israeliana; è il lavoro di ricostruzione della fiducia pubblica.
Per questo oggi la società palestinese ha bisogno di una leadership che comprenda la propria responsabilità come storica, non semplicemente elettorale: una leadership dotata di una visione nazionale e liberatoria, capace di unire la società palestinese e di gestire le divergenze quando non possono essere risolte.
Allo stesso tempo, questa posizione non riduce la validità degli appelli al boicottaggio delle elezioni. Il boicottaggio, invece di rappresentare un ritiro dalla politica, come spesso viene interpretato, riflette la convinzione, fondata su principi, che la partecipazione alle istituzioni di un regime coloniale d’insediamento conferisca a quel regime una certa legittimità o rafforzi l’illusione che possa essere riformato dall’interno.
Si tratta di una posizione politica e intellettuale seria, con radici profonde, che io stessa ho sostenuto in una fase precedente della mia vita e di cui continuo a riconoscere la legittimità e l’importanza.
A mio avviso, però, così come la partecipazione deve essere valutata in base alla sua capacità di portare avanti una visione politica coerente, anche il boicottaggio deve essere accompagnato da un progetto coerente e da una strategia concreta per affrontare la realtà.
Come dovrebbero i palestinesi in Israele affrontare le sfide della vita quotidiana? Come si può proteggere, organizzare e rafforzare la nostra società? Come si può rafforzarne il sumud e come si possono costruire leadership e istituzioni al di fuori dell’arena parlamentare?
Il vero disaccordo, quindi, riguarda le strategie politiche: ciascuna cerca, a modo proprio, di difendere la società palestinese e i suoi diritti. I sostenitori dell’una non sono meno patriottici di quelli dell’altra e non dovrebbero essere messi a tacere o esclusi per questo.
Ciò che serve oggi è un confronto critico e responsabile su quale strategia sia maggiormente in grado di affrontare le profonde trasformazioni prodotte dal genocidio e dal sociopoliticidio, di contrastare la frammentazione della società e di ripristinare l’azione politica collettiva.
Ricostruire la leadership palestinese dopo il genocidio
In questo momento politico, la lotta dei palestinesi in Israele per la dignità, la sicurezza personale, l’istruzione e la casa non può essere separata dalla più ampia lotta nazionale.
Qualsiasi leadership a cui venga affidato un mandato pubblico deve portare avanti un progetto politico chiaro: utilizzare ogni strumento politico, legale e diplomatico disponibile per contribuire a porre fine al genocidio a Gaza, fermare le politiche sempre più aggressive di sfollamento, espulsione e pulizia etnica in Cisgiordania e a Gerusalemme Est e difendere i diritti collettivi dei palestinesi in Israele.
I palestinesi presenti nella Knesset israeliana potrebbero non essere in grado di cambiare le politiche dello Stato. Questo, però, non li esonera dalla responsabilità di assumere posizioni pubbliche chiare, costruire alleanze, mobilitare l’opinione pubblica israeliana e internazionale, difendere i diritti palestinesi e utilizzare ogni spazio politico disponibile per contrastare queste politiche.
La leadership richiede di ampliare i confini di ciò che è considerato possibile e di offrire un orizzonte politico e morale che rifiuti di normalizzare i crimini di genocidio e di pulizia etnica commessi contro il popolo palestinese.
In questo senso, la partecipazione alle elezioni non riguarda soltanto la difesa della società palestinese all’interno di Israele. Fa parte anche di una responsabilità nazionale più ampia nei confronti dell’intero popolo palestinese.
Grazie alla loro cittadinanza, i palestinesi in Israele dispongono di strumenti politici e legali che non sono disponibili agli altri palestinesi. Hanno la responsabilità di utilizzarli fino in fondo: per difendere il proprio popolo, mantenere il genocidio, lo sfollamento e la pulizia etnica al centro del dibattito israeliano e internazionale e contrastare ogni tentativo di separare la lotta dei palestinesi in Israele da quella dei palestinesi di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme per la liberazione dall’occupazione.
Soprattutto, i palestinesi hanno bisogno di una leadership che comprenda che la fiducia pubblica dipende dall’integrità morale, dalla trasparenza, dalla responsabilità, dalla condotta etica e dal modo in cui vengono trattati i gruppi marginalizzati, comprese le donne.
Una società che affronta un progetto coloniale d’insediamento di questa portata non può essere chiamata a fidarsi di una leadership che, nella propria condotta quotidiana, non riesce a incarnare i valori che sostiene di difendere. La leadership deve inoltre riflettere la società che afferma di rappresentare.
La rappresentanza delle donne non è un elemento cosmetico né una questione di rispetto di un requisito formale. È una condizione necessaria per ricostruire una politica palestinese democratica.
Un movimento di liberazione nazionale non può dichiarare di perseguire la liberazione mentre perpetua le stesse forme di esclusione che cerca di smantellare. Né una leadership che esclude le donne può rappresentare pienamente la società, valorizzarne le capacità collettive o sviluppare l’ampia immaginazione politica necessaria per affrontare le sfide del presente e immaginare un futuro condiviso.
Per questo, il dibattito sulla necessità di presentare una sola lista elettorale o due liste, per quanto importante, non dovrebbe oscurare le domande più profonde: che tipo di leadership vogliamo? Quale progetto politico siamo disposti a sostenere con il nostro mandato? E come possono le elezioni diventare un’occasione per ricostruire la fiducia tra società e leadership, invece di un altro passaggio in un ciclo di frammentazione e delusione?
Votare in questo momento, quindi, è ben lontano dall’esprimere fiducia in una democrazia israeliana che non è mai realmente esistita. È soprattutto una decisione di conferire un mandato alla leadership palestinese — un mandato vincolato alla responsabilità, alla capacità di rappresentare la società con dignità, all’impegno per la giustizia e l’uguaglianza tra donne e uomini, palestinesi ed ebrei israeliani, e alla determinazione a difendere la società palestinese in Israele durante uno dei periodi più difficili della sua storia.
Le elezioni non cambieranno la natura del regime israeliano. Ma potrebbero aiutare la società palestinese a riorganizzarsi, a recuperare fiducia nella propria forza collettiva e a riconquistare uno spazio politico alla paura che cerca di soffocarlo.
L’obiettivo del sociopoliticidio è distruggere la società palestinese come collettività. La nostra responsabilità, quindi, è resistere a questo attacco non soltanto contro le nostre vite, le nostre istituzioni e la nostra esistenza materiale sulla terra, ma anche contro la nostra coscienza, la nostra fiducia e la nostra capacità di agire.
Questo è ciò che significa la decolonizzazione come pratica e ciò che richiede la politica palestinese di fronte al genocidio: possiamo essere in disaccordo sui mezzi senza perdere di vista una direzione comune — proteggere la società, rafforzarne il sumud, rinnovare una leadership fondata sui principi e continuare a riconquistare la capacità collettiva di agire.

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