«NAZA» costringe gli israeliani a riflettere. Ma noi palestinesi non siamo il vostro specchio

Articolo pubblicato su +972 Magazine. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite

La nostra sofferenza non può essere lo sfondo di una narrazione morale interna israeliana: confrontarsi con i crimini di Israele a Gaza significa agire per fermarli.

Foto di copertina: Le conseguenze di un attacco aereo israeliano durante il quale sono stati lanciati tre missili contro un edificio residenziale nei pressi dell’ospedale Al-Shifa nella città di Gaza, l’8 settembre 2026. (Yousef Zaanoun/Activestills)

Di Ayat Abou Shmeiss 

Comincerò con una confessione: non solo non ho visto [il film «Naza»], ma non ho nemmeno intenzione di vederlo.

La prima ragione è che per me sarebbe troppo difficile. Alcuni membri della mia famiglia sono stati uccisi dallo stesso gesto con cui si preme un pulsante descritto da uno dei soldati nel [filmato promozionale], mentre parla delle quantità quasi incomprensibili di «danni collaterali» che Israele ha autorizzato come politica.

Un singolo attacco aereo a Gaza ha ucciso 35 persone, un quarto delle quali apparteneva alla mia famiglia: da un bambino di appena due anni a un ventitreenne che aveva appena completato gli studi in contabilità. Non voglio sedermi davanti a uno schermo e guardare un soldato che potrebbe essere stato quello che ha premuto quel pulsante mentre racconta come lo ha fatto.

La voce palestinese

Ma c’è un’altra ragione: in larga misura, non credo nemmeno che il film sia rivolto a me, in quanto palestinese.

Non condivido le critiche di alcuni palestinesi secondo cui il film ci priverebbe della nostra voce, né penso che i suoi autori lo abbiano realizzato per ottenere simpatia o premi a spese della storia palestinese. Noi la nostra storia l’abbiamo raccontata e continuiamo a raccontarla.

I palestinesi a Gaza [l’hanno raccontata in tempo reale], talvolta [al prezzo della propria vita]. L’hanno raccontata i giornalisti. L’hanno raccontata [i medici che si sono recati a Gaza]. L’hanno raccontata i sopravvissuti. Le loro storie sono lì: nei film, nella letteratura, nei dipinti, nei video e nelle testimonianze. Al palestinese non è mai mancata una voce fino all’arrivo del soldato israeliano a parlare.

Mi viene in mente ciò che Mahmoud Darwish disse in un’intervista del 1996 con la critica letteraria e poetessa israeliana Helit Yeshurun, parlando del paradosso della condizione palestinese:

«L’interesse per il problema palestinese passa attraverso l’interesse per il problema ebraico […] Siamo quindi sfortunati perché il nostro nemico è Israele, che ha così tanti simpatizzanti nel mondo, e siamo fortunati che Israele sia il nostro nemico, perché gli ebrei sono al centro del mondo. Ci avete dato la sconfitta, la debolezza e la pubblicità.»

In altre parole, a volte il mondo si interessa a noi palestinesi perché si interessa a loro, gli ebrei. Forse anche intorno a questo film opera in parte questo paradosso. Ma più ci riflettevo, più capivo che non era questo ciò che mi turbava di più.

Lo specchio palestinese

Conosco e rispetto da anni il lavoro di Yuval Abraham. A mio avviso, il solo fatto di aver realizzato questo film costituisce un atto coraggioso nella società israeliana. I soldati e gli uomini dell’intelligence israeliana che vi compaiono parlano con le proprie parole del funzionamento del sistema all’interno del quale operavano. Non descrivono un crimine isolato o un reato commesso da un singolo soldato o da una manciata di soldati.

Sono voci alle quali io, in quanto palestinese, probabilmente non avrei mai accesso. Ed è dubbio che altri giornalisti sarebbero riusciti a raggiungerle.

In questo senso, il film è importante. Espone una parte della storia alla quale i palestinesi potrebbero non avere accesso autonomamente: non ciò che è stato fatto a noi — quello lo sappiamo — ma il modo in cui i soldati israeliani prendevano le loro decisioni, con quali tecnologie e sulla base di quali ordini.

È un film sugli israeliani, realizzato da israeliani e rivolto innanzitutto alla società israeliana. Il suo scopo non è dare una voce ai palestinesi, ma spingere gli israeliani a guardarsi allo specchio. E non c’è nulla di sbagliato in questo. Al contrario, è essenziale che la società israeliana affronti i crimini che ha commesso e quelli commessi in suo nome, e si chieda come sia stato possibile tutto questo.

Abraham e Szor [affermano] che «senza un confronto onesto con ciò che è accaduto nell’oscurità, nessuno di noi sarà in grado di vedere la luce». Non ho nulla da obiettare. Il mio problema è che io sono lo specchio. La mia famiglia è lo specchio. Le nostre case, le nostre scuole, i nostri figli sono lo specchio.

In una certa misura, noi siamo lo sfondo — o, più precisamente, la materia prima — attraverso cui gli israeliani guardano se stessi. Dopo tre anni di genocidio in corso, Gaza sta diventando lo strumento attraverso il quale gli israeliani si chiedono che cosa abbiano fatto, come lo abbiano fatto e che cosa questo significhi per la loro stessa posizione morale.

Dopotutto, il cammino fuori dall’oscurità è certamente anche un cammino morale. Ma il palestinese — io, la mia famiglia e tutti gli abitanti di Gaza — deve diventare la vittima attraverso la quale il responsabile costruisce il proprio percorso di redenzione?

Parlando della rappresentazione delle persone nere ridotte in schiavitù, Saidiya Hartman pone una domanda alla quale torno continuamente:

«Il dolore dell’altro ci offre semplicemente l’opportunità di riflettere su noi stessi?»

Una volta che gli israeliani hanno visto ciò che ci è stato fatto, una volta che hanno iniziato a chiedersi: «Che cosa abbiamo fatto?», «Che cosa siamo diventati?», «Come abbiamo potuto fare una cosa simile?» — che cosa succede dopo?

Se il processo si conclude lì, allora è stato trascurato qualcosa di essenziale. Noi palestinesi paghiamo una volta il prezzo del crimine. Poi, una seconda volta, la nostra sofferenza viene trasformata in un’occasione per il responsabile di confrontarsi con la propria coscienza.

Non mi oppongo al fatto che gli israeliani guardino se stessi attraverso ciò che ci hanno fatto. Quello che trovo difficile da accettare è l’idea che la loro strada verso la moralità debba essere lastricata della nostra sofferenza.

Eppure mi trovo di fronte a una contraddizione. In quasi ogni processo di confronto con un crimine, chi lo ha commesso deve guardare direttamente a ciò che ha fatto, e la vittima inevitabilmente farà parte del quadro. Come possiamo parlare di ciò che è accaduto a Gaza senza che i palestinesi siano presenti? Come possiamo chiedere riparazione senza che la società che ci ha danneggiati riconosca innanzitutto ciò che ha fatto?

Forse, allora, la domanda non è se il palestinese compaia nell’immagine, ma che cosa succeda dopo che l’israeliano la guarda. Il percorso verso la riparazione si limita all’autoriflessione? Oppure richiede che gli israeliani si assumano la responsabilità e riparino l’ingiustizia che hanno inflitto ai palestinesi?

Prevenire il prossimo danno

Parallelamente al dibattito intorno a «Naza», il comico e conduttore televisivo israeliano Lior Schleien ha pubblicato un video particolarmente [inquietante] di una conversazione con uno studente delle scuole superiori, che nel frattempo ha rimosso su richiesta dei genitori del ragazzo. Il giovane afferma che «ogni arabo al mondo dovrebbe morire» e che «non avrei problemi a uccidere 50 arabi e a morire».

Il ragazzo sta per arruolarsi nell’esercito e gli verrà consegnato un fucile. Se oggi, prima di indossare un’uniforme e prima di ricevere un’arma, dice che massacrerà degli arabi qualora ne avesse l’opportunità, la domanda non è soltanto che cosa penseremo tra qualche anno, quando lo vedremo seduto al buio davanti a una telecamera mentre racconta ciò che ha fatto. La domanda è che cosa stiamo facendo oggi per impedirlo.

Forse è questa la differenza tra autoriflessione e riparazione. Possiamo lasciare il palestinese come oggetto di contemplazione e chiederci che cosa gli sia stato fatto e come. Ma il palestinese deve essere anche un soggetto: qualcuno la cui sofferenza spinge la società israeliana ad agire, la cui voce formula richieste e invoca responsabilità.

Il ragazzo del video di Schleien è qui, oggi. Che cosa sta facendo il sistema educativo al riguardo? Che cosa sta facendo la sua scuola? Che cosa sta facendo la società israeliana? Che cosa stanno facendo le sue istituzioni? Come affrontiamo un clima sociale nel quale un adolescente può contemplare l’idea di massacrare delle persone semplicemente perché sono arabe? E che cosa facciamo per impedire a lui e ad altri di trasformare quel desiderio in azione?

È qui, a mio avviso, che risiede la riparazione: nell’educazione, nella legge, nelle istituzioni, nelle politiche pubbliche; nella prevenzione della violenza e nella limitazione del potere; nell’assunzione di responsabilità per il danno già arrecato e nella prevenzione del prossimo danno. È un processo che deve venire dagli israeliani e svolgersi all’interno della società israeliana.

E forse è anche qui che risiede la distinzione che sto cercando tra le intenzioni dei registi e la funzione che il film può assumere nella società che lo guarda. Non chiedo ai suoi autori di risolvere tutto questo. Hanno fatto ciò che potevano. Il film può tenere sollevato lo specchio. Può rendere più difficile negare ciò che è stato fatto, come dicono i registi. Ma lo specchio non è, di per sé, la riparazione.

Se il film porta più persone a vedere, comprendere, opporsi, chiedere responsabilità ed esercitare una pressione concreta per fermare le atrocità, questo è un bene. Ma se si conclude con gli israeliani che si guardano allo specchio, inorriditi dalla figura che vi vedono riflessa e si chiedono come abbiano potuto fare ciò che hanno fatto, il palestinese resterà la materia prima della narrazione morale interna di Israele.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call. Puoi leggerla [qui].

— Ayat Abou Shmeiss è una poetessa e blogger palestinese di Giaffa.

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