Poesie pubblicate originariamente su Arablit. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite
Di seguito, una poesia che ho scritto mentre il genocidio continua. Sono testi nati dopo che ho smesso di urlare, non perché fosse finito, ma perché ero diventata troppo esausta per continuare a farlo. Se il genocidio stesso è stato l’urlo della mia vita di scrittrice, questi sono i testi che sono venuti dopo quella stanchezza; sono ciò che rimane quando le urla smettono di funzionare, mentre tutto ciò che le ha provocate non è ancora finito.
Di Nour Balousha
Un pozzo di lacrime
O dolore immenso,
avrei dovuto aprirti un varco
attraverso il mio corpo,
prepararti una strada,
perché tu potessi scorrere
e correre?
Avrei dovuto gettare la tua testa nel fuoco,
stringere un patto con te,
costruirti un palazzo
con alte colonne,
e luci,
e fuochi d’artificio,
perché lasciassi a noi
la piccola casa nel vicolo?
Prepararti un banchetto
con la nostra carne,
il nostro sale,
la nostra acqua,
e tu ci avresti lasciato le profetesse—
le madri?
Mi hai sconfitto,
e ora cammino
sul mio stesso corpo,
lontano dalla mia memoria,
che hanno sepolto
al cancello della scuola Al-Fakhoura.
Cadono i bambini,
e cade la mia fragile immaginazione,
e cade il mondo,
mentre io sono occupata.
Riscaldo le mie ossa
perché il quartiere
possa cuocervi il pane,
e scorro per le strade
con il mio sangue caldo,
e con la mia storia,
che prende fuoco
ogni volta che il vento
la attraversa.
Vado avanti,
nell’orlo del mio vestito:
ultime notizie,
i gatti dei vicini,
e lettere inviate dai morti
da un luogo che non conosco.
Nel mio orecchio,
abbaiano cani affamati,
e dallo schermo
arrivano le voci levigate
dei conduttori dei telegiornali.
La mia vita è così breve,
ma la trascino dietro di me
come un cavallo ferito.
Il mare mi trascina dentro di sé,
e alla fine della storia confessa
che non è un mare,
ma un pozzo—
un grande pozzo
di lacrime.

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