Libano, è strage di bambini: undici uccisi ogni 24 ore

Articolo pubblicato sulla pagina Fb di Pasquale Porciello

Di Pasquale Porciello

Israele intensificherà i bombardamenti in Libano dopo gli attacchi di ieri di Hezbollah sul nord della Galilea. È il quotidiano israeliano Haaretz a confermare la possibilità di un’ulteriore allargamento delle operazioni militari in Libano. Sono in realtà già pesanti e numerosi gli attacchi nel sud e nell’est del paese.
Martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato tutta l’area sotto al fiume Zahrani, a una quarantina di chilometri dal confine, «zona di combattimenti». Giovedì l’esercito israeliano ha colpito un appartamento a Chueifet, municipalità a limite della periferia sud di Beirut. Venerdì, durante una visita alle truppe al confine, Netanyahu ha affermato che «le nostre forze hanno attraversato il fiume Litani e sono avanzate sugli altipiani. Stiamo inoltre conducendo operazioni a Beirut, nella valle della Beqa’a e stiamo infliggendo duri colpi a Hezbollah». Le truppe israeliane hanno abbondantemente superato la Linea Gialla, la fascia di una decina di chilometri lungo il confine sud e sud-est che occupano da oltre un mese.
I bombardamenti dell’aviazione si sono concentrati negli ultimi giorni su Tiro e Nabatieh, ma tutto il sud e la valle della Beqaa ad est sono sotto assedio. Ieri bombardamenti anche nei distretti di Sidone, di Marjayun, nell’area di Jezzine e di Hasbaya. Riportati ancora bombardamenti al fosforo bianco, questa volta sul distretto di Nabatieh.
IL MINISTERO DELLA SALUTE libanese ha pubblicato ieri, come ogni giorno, il bilancio delle vittime. 16 morti e 34 feriti registrati solo nelle 24 ore precedenti la pubblicazione. Dal 2 marzo, data di inizio di questa nuova fase della guerra, il ministero ha contato 3371 morti e 10129 feriti. Israele, secondo i report di Save the Children e di Unicef, ha ucciso almeno 200 bambini in Libano dal 2 marzo, con una media che nelle ultime settimane di 11 bambini ogni 24 ore.
Le truppe di terra avanzano a sud di Nabatieh – di cui l’esercito israeliano ha imposto l’evacuazione forzata – nei pressi di Zawtar el-Sharquieh e del castello di Beaufort a sud della città, a Debbine a est. Qui, come a Ghandurieh (a metà fra Bint Jbeil e Nabatieh) e ad Haddatha (a nord di Bint Jbeil), i combattimenti sul terreno con Hezbollah sono intensi. L’utilizzo di droni kamikaze alla fibra ottica, che non vengono intercettati dai sistemi di difesa, stanno causando non pochi problemi alla fanteria israeliana. Ieri in mattinata il Partito di Dio ha affermato di essere riuscito a frenarne l’avanzata. Sempre nello stesso comunicato ha indicato di aver lanciato due salve di missili su Kiryat Shmona durante la notte e dei «missili sofisticati» contro la base israeliana di Meron, che controlla e gestisce le operazioni aeree dell’esercito israeliano, a sei chilometri dalla frontiera. Missili anche su Safed, nei pressi del lago di Tiberiade, e a nord di Israele, sulla caserma di Yaraa e su alcune «strutture militari» a Nahariya, sul litorale.
IL PRIMO MINISTRO libanese Nawaf Salam, in un discorso televisivo alla nazione, ha denunciato la «pericolosa e senza precedenti escalation» di Israele nel sud del Libano e ha chiesto un «cessate il fuoco immediato». Fare «terra bruciata» non porterà sicurezza al Paese vicino, ha affermato il premier, che ha poi difeso la decisione di sedersi al tavolo con Israele per dei negoziati diretti, definendoli la «via meno costosa». Un cessate il fuoco che sulla carta è in vigore dal 17 aprile, ma che Israele non ha mai rispettato; Hezbollah, che in un primo momento aveva deposto le armi, le ha conseguentemente riprese.
Il 2 e il 3 giugno si terrà alla Casa Bianca il quarto ciclo di incontri tra le diplomazie dei due paesi, d’accordo sulla necessità di raggiungere un disarmo completo di Hezbollah, ma che non hanno accennato – o almeno non sono trapelate notizie a riguardo – al ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati militarmente in Libano.
Nel frattempo la situazione umanitaria in Libano è al collasso. Già la prima ondata di evacuazioni, quella cominciata il 2 marzo, aveva messo a dura prova la risposta del governo e delle ong locali e internazionali. Il terzo settore risente in questo momento dei tagli dell’80 per cento che il presidente statunitense Donald Trump ha decretato appena insediatosi alla Casa Bianca il 20 gennaio 2025.
Gli oltre 600 centri di accoglienza allestiti in scuole o altre strutture sono in media tre volte oltre la loro capacità e non possono garantire i criteri minimi di igiene e vivibilità. Con l’ultima escalation di questa settimana, continuano ad aggiungersi migliaia di persone in fuga dal sud. In moltissimi non hanno trovato rifugio e sono costretti a dormire in macchina o in tende improvvisate. Oltre un milione di sfollati, su una popolazione di cir ca5 milioni in un paese di appena 10mila chilometri quadri, un’emergenza insostenibile sul lungo periodo.
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