Articolo pubblicato originariamente su Haaretz. Tradotto dall’inglese da Beniamino Rocchetto per la Zona Grigia
Illustrazione: Eran Wolkovski
Di Amira Hass
“Cosa hai fatto oggi nell’esercito, tesoro?”
“Ho arrestato un bambino di dieci anni, mamma”
“Dove?”
“A Hizma, a Nord-Est di Gerusalemme”
Giovedì sera scorso, una coppia e il loro figlio di dieci anni erano andati a trovare il nonno del bambino, che vive in un’altra zona del villaggio. Il bambino era sceso a comprare qualcosa al negozio di alimentari. Erano circa le 23:00: tardi, certo, ma tra giovedì e venerdì la gente trascorre del tempo con la famiglia fino a tardi.
Dopotutto, il giorno dopo è giorno di riposo.
Poi, mentre il bambino era ancora al piano di sotto, i vicini sono venuti a dire al padre che un ufficiale lo stava cercando. Si scoprì che un contingente militare armato a bordo di due blindati aveva appena effettuato un’incursione nel villaggio, come facevano quotidianamente.
“Suo figlio mi ha tirato una pietra”, affermò l’ufficiale.
“Come?”, protestò il padre, 46 anni. “Ha dieci anni.
Era andato solo a comprare qualcosa al minimarket. E guarda, è lì in piedi davanti all’ingresso del negozio, che piange”.
L’ufficiale decise di arrestarli entrambi. I soldati fecero salire il bambino sul mezzo. Ammanettarono il padre dietro la schiena e gli bendavano gli occhi. Un video ripreso da una telecamera vicina mostrava il padre mentre veniva caricato sul mezzo militare, con le auto che passavano di lì.
Dopo ore di assenza, la famiglia terrorizzata cercò di rintracciarli. La polizia israeliana disse di non averli.
Scenari orribili balenarono nella mente di ogni membro della famiglia. Ognuno di loro aveva sentito testimonianze dirette di soldati, sia coscritti regolari che appartenenti al Comando del Fronte Interno (ovvero i coloni), che picchiavano i palestinesi per puro piacere.
Venerdì, poco prima delle 7 del mattino, dopo una notte insonne, un membro della famiglia, che è anche un mio amico, mi ha chiamato. “Vogliamo sapere dove si trovano e stiamo anche cercando un avvocato per ottenere il rilascio del bambino”, mi ha detto. Ho fatto una rapida richiesta e un agente della sicurezza mi ha detto che i due erano sotto custodia dell’esercito e che i militari stavano ancora cercando di individuarne l’esatta ubicazione.
Il giornalista che è in me ha ricordato all’agente della sicurezza che il bambino aveva dieci anni e che questo arresto era illegale. Come descritto in una pubblicazione del 2015 dell’Associazione per i Diritti Civili in Israele, “L’età della responsabilità penale nei territori della Cisgiordania è di 12 anni. Ciò significa che è vietato arrestare o detenere minori di età inferiore ai 12 anni”.
Tuttavia, l’esercito insiste sul fatto di essere autorizzato a trattenere tali bambini fino a tre ore, e fino a sei con l’approvazione di un Tenente Colonnello. Questa è stata la risposta dell’Ufficio del Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane all’associazione per i diritti civili, in risposta a una richiesta di accesso agli atti presentata alla fine del 2014.
Tuttavia, alle 8 del mattino di venerdì, le tre ore consentite dal regolamento dell’esercito per l’arresto di un minore di 12 anni erano trascorse da un pezzo, nonostante una proroga speciale di tre ore. Anche secondo le prassi permissive dichiarate dall’esercito, il tempo massimo per l’arresto era scaduto: l’entità che ancora tratteneva il bambino lo faceva senza alcuna autorità.
“L’esercito li sta cercando”, ho detto al mio amico. Lui ha risposto: “Se sono sotto la custodia dell’esercito, devono essere in una delle due basi militari della zona: la base di Anata e la base di Al-Ram”. Ho segnalato la cosa all’ufficiale della sicurezza, che ha promesso di verificare. Alle 9:57, il mio amico ha chiamato dicendo che il padre aveva appena telefonato per far sapere che erano stati rilasciati dalla base di Anata e che stavano tornando a Hizma. E come se rispondesse a una domanda che avevo paura di porre, il mio amico mi ha fatto sapere: non sono stati picchiati.
Non sono stati picchiati, ma secondo la testimonianza del padre, ecco come sono stati trattati:
Quando sono arrivati al campo e sono stati fatti scendere dall’autoblindo, a quanto ha capito il padre, una soldatessa ha chiesto a qualcuno in ebraico se fosse permesso ammanettare un bambino di dieci anni e coprirgli gli occhi. Ha ricevuto una risposta affermativa, e così hanno fatto i soldati: hanno ammanettato anche il bambino di dieci anni e gli hanno avvolto un sacchetto di plastica intorno agli occhi.
Entrambi furono costretti a sedersi fuori, sull’asfalto.
Avevano freddo. Il bambino piangeva, chiedendo al padre: “Quando ci lasceranno andare?”. Il tempo sembrava non passare mai. Non riuscivano ad addormentarsi, ovviamente. Il padre implorò di poter andare in bagno. Il bambino non ce la fece più e si bagnò i pantaloni. Il padre continuava a gridare che doveva andare in bagno. Una soldatessa di guardia urlò “Zitto! Zitto!” in arabo.
Finalmente arrivò un soldato che portò il padre dietro un rimorchio nella base, gli tolse le manette e lo avvertì di non muoversi da lì, altrimenti gli avrebbe sparato. Dopodiché, il padre fu ammanettato di nuovo e le manette furono strette. Disse che gli faceva male, e il soldato rispose “Zitto” in arabo.
Il tempo continuava a non passare mai. Qualcuno arrivò, puntò una torcia su di loro e poi scattò una foto. Gli diedero dell’acqua. Il tempo scorreva ancora più lento, mentre loro restavano svegli. Il sole sorse, e le manette facevano sempre più male. Verso le 7:30 arrivò un mezzo militare e i due soldati che ne scesero dissero al padre che sarebbero stati rilasciati.
Ma, a quanto capì il padre, la soldatessa disse loro che l’ordine di rilascio non era ancora arrivato. Il tempo continuava a scorrere lentamente. Il caldo del sole cominciava a farsi insopportabile. Finalmente, alle 9:30, furono rilasciati, senza alcun interrogatorio, senza chiedere spiegazioni e senza emettere alcuna citazione.
L’Ufficio Stampa delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) mi ha risposto come segue: “Giovedì, durante un’operazione nel villaggio di Hizma, le forze dell’IDF hanno identificato un sospetto e un minore palestinese che sembravano intenzionati a lanciare pietre contro una strada. Il sospetto e il minore sono stati trattenuti per diverse ore per essere interrogati e sono stati rilasciati immediatamente dopo l’interrogatorio”.
Tante bugie in una sola breve risposta.
– Amira Hass è corrispondente di Haaretz per i Territori Occupati. Nata a Gerusalemme nel 1956, Amira Hass è entrata a far parte di Haaretz nel 1989, e ricopre la sua posizione attuale dal 1993. In qualità corrispondente dai territori, ha vissuto tre anni a Gaza, esperienza che ha ispirato il suo acclamato libro “Bere il Mare di Gaza”. Dal 1997 vive nella città di Ramallah in Cisgiordania. Amira Hass è anche autrice di altri due libri, entrambi i quali sono raccolti dei suoi articoli.

Sono vicina al popolo palestinese. Unità a voi nella preghiera. Soffro con voi. Quando finirà? Il mondo che conta e…
il soldato in questione è stato ricevuto in ambito isareliano in Italia credo anche una scuola ebraica a Milano ma…
[…] dalla “devastazione che si è dispiegata davanti agli occhi del mondo”. ( https://bocchescucite.org/difendere-la-dignita-e-la-presenza-del-popolo-di-gaza/ ) Mai così espliciti e rinunciando…
Grazie per il vostro coraggio Perché ci aiutate a capire. Fate sentire la voce di chi non ha voce e…
Vorrei sapere dove sarà l'incontro a Bologna ore 17, grazie