Articolo pubblicato originariamente su Palestine Chronicle. Traduzione dall’inglese a cura di Veronica Bianchini per Bocche Scucite
Di Michael Leonardi
Foto di copertina: Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. (Foto: Gage Skidmore, via Wikimedia Commons)
Il tempo in cui potevamo fare finta che non ci fossero campanelli d’allarme è passato da un pezzo
Mentre i climatologi hanno passato decenni a metterci in guardia dai punti di non ritorno – perdita irreversibile delle calotte glaciali, estinzione delle barriere coralline, improvvise emissioni di metano causate dallo scioglimento del permafrost – un altro tipo di catastrofe si è andata accumulando sotto ai nostri occhi. Quest’ultima è di natura politica, costituzionale e strategica. E come il cambiamento climatico, non sarebbe stata possibile senza il negazionismo, la miopia e la presa del potere da parte di interessi ben consolidati.
L’ultima Legge di autorizzazione per la difesa nazionale1 (NDAA), in corso di approvazione al Congresso, è uno di questi punti di non ritorno. Introducendo misure largamente sfuggite allo scrutinio del pubblico, il disegno di legge dà inizio alla fusione formale di elementi cruciali dell’esercito statunitense e di quello israeliano: catene di comando condivise, sviluppo integrato di tecnologie, architetture di intelligence allineate e catene di approvvigionamento interdipendenti.
Quella che un tempo era un’alleanza stretta viene trasformata senza clamore in qualcosa di ben più pericoloso: la fusione de facto dei due apparati militari.
È in pratica l’equivalente politico del superamento della soglia dei 2°C. I cicli di retroazione stanno diventando più forti. Una volta che queste strutture saranno diventate parte integrante del sistema, svincolarle richiederà un impegno politico pari a quello che sarebbe necessario per smantellare l’intero complesso militare-industriale.
Resa costituzionale
Le misure contenute nell’NDAA non si limitano a incrementare gli aiuti o a potenziare il coordinamento, ma creano meccanismi pensati per “consolidare” e “allineare” pianificazione, tecnologia e operazioni militari tra Stati Uniti e Israele investendo l’operato di diverse agenzie federali. È l’architettura di un intreccio irreversibile.
La Costituzione non ha mai previsto — né permette — la fusione furtiva della sovranità militare americana con quella di qualsiasi altra potenza straniera. Il potere del Congresso di dichiarare guerra e stanziare fondi, nonché il ruolo di Comandante in capo del presidente, vengono invece progressivamente minati da accordi istituzionali che trattano Israele più come un partner militare alla pari che come un alleato.
È così che si erodono le repubbliche: non con colpi di stato spettacolari ma attraverso una progressiva resa dell’autorità decisionale travestita da necessità strategica.
Nel frattempo Israele continua la sua campagna genocidaria a Gaza (ora con oltre 70.000 vittime), estendendo il suo attacco anche al Libano. E la classe politica statunitense, lungi dal cercare di porre limiti, condanna le future generazioni a una complicità ancora più profonda.
Operazione di facciata a New York
E proprio mentre la fusione avanza, ci viene servito lo spettacolo delle vittorie “progressiste”, in occasioni come le elezioni di New York, ad esempio: nient’altro che fumo gettato negli occhi per mostrare che il sistema è ancora capace di rispondere alle istanze della gente. Queste vittorie occasionali creano l’illusione che vi sia una certa vitalità democratica, mentre i meccanismi più profondi del potere lavorano per consolidare una grave perdita di sovranità. L’impero continua la sua marcia, sostanzialmente indisturbato dai titoli progressisti che fanno notizia di tanto in tanto.
Giro di vite in Europa e attacco al diritto internazionale
Tale perdita di sovranità trova eco e viene ulteriormente rafforzata dall’altra parte dell’Atlantico. In Europa, dove un tempo ci si vantava di attenersi a certi standard di difesa dei diritti umani e della libertà di espressione, è in corso una stretta generalizzata sui movimenti pro Palestina. In Gran Bretagna gli attivisti di Palestine Action sono accusati di terrorismo per le azioni dirette non violente compiute contro fabbriche di armi. In Danimarca gli accampamenti degli studenti sono stati sgomberati con la forza e gli organizzatori sono stati perseguiti. In Germania le voci ebraiche antisioniste sono oggetto di diffamazione e messe all’angolo, mentre lo Stato definisce Israele l’incarnazione stessa del “semitismo”, con una grottesca distorsione del termine che trasforma in reato di opinione punibile la critica a uno Stato genocida.
In Italia la persecuzione degli attivisti continua, con leggi draconiane che mirano a criminalizzare il dissenso e qualsiasi critica significativa nei confronti di Israele. Gli attivisti palestinesi intanto restano in carcere, imprigionati in dure condizioni.
Al cuore di questa repressione c’è il continuo attacco alla relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese. Il governo degli Stati Uniti le ha imposto sanzioni perché ha osato denunciare, in modo integerrimo e senza scendere a compromessi, i crimini israeliani: un abominevole affronto al diritto internazionale e un palese sfoggio di impunità coloniale. Queste sanzioni, attualmente oggetto di un procedimento giudiziario, rivelano il vero volto della “giustizia” occidentale: tribunali farsa più interessati a proteggere i crimini dell’impero che a far rispettare il diritto internazionale o a garantire una reale responsabilità.
Recenti rapporti delle Nazioni unite hanno documentato l’orrore in modo ancora più sconcertante. Alla fine di giugno 2026 una Commissione internazionale indipendente di inchiesta delle Nazioni unite ha concluso che le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno intenzionalmente preso di mira i bambini palestinesi, commettendo genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra a Gaza, nonché crimini di guerra in Cisgiordania.
Un altro rapporto delle Nazioni unite ha documentato il ricorso sistematico alla violenza sessuale, anche con stupri e stupri di gruppo, ai danni dei detenuti palestinesi. Invece di rispondere di questi fatti, Israele ha risposto con la mostruosa strategia di sempre: attaccando le Nazioni unite, i suoi commissari e inquirenti, bollandoli come “strumenti di Hamas” e cercando di delegittimare qualsiasi istituzione osi denunciare i suoi crimini.
La strategia di fondo è inequivocabile: delegittimare sistematicamente il diritto internazionale e istituzioni come le Nazioni unite per garantire a Israele la più completa e totale impunità. Mentre la Corte internazionale di Giustizia e la Corte penale internazionale emanano sentenze e mandati di arresto, le potenze occidentali fanno in modo che restino inapplicati. Questo non è stato di diritto, ma è la legge del più forte applicata da quelli che traggono profitto dalla carneficina.
E se fosse già troppo tardi?
Come ammonisce l’ex membro del Congresso Dennis Kucinich su Antiwar.com, le disposizioni contenute nell’NDAA sono a tutti gli effetti “una resa della sovranità americana alla vigilia del 250° anniversario degli Stati Uniti”.
Ci stiamo rapidamente avvicinando a un punto di non ritorno. I cicli di retroazione si stanno già rafforzando: la morsa della lobby israeliana sui due maggiori partiti, gli enormi profitti che affluiscono nelle casse dei fornitori della difesa e uno stato di sicurezza nazionale che affronta le critiche mosse alla relazione tra Stati Uniti e Israele come una minaccia più grave del disastro morale e strategico che essa stessa ha determinato.
Così come il negazionismo climatico ha ritardato l’adozione di misure significative fino a quando i punti di non ritorno sono diventati visibili e irreversibili, il negazionismo politico sui costi della totale fedeltà a Israele ci ha portato sull’orlo di questa pericolosa soglia. Man mano che il livello di integrazione militare, tecnologica e di intelligence aumenta, riconquistare una vera indipendenza diventa più difficile.
Il popolo americano deve esigere che il Congresso respinga queste disposizioni. Dobbiamo insistere per riconquistare la sovranità sulla nostra politica estera e sulle nostre decisioni militari. Il sostegno incondizionato alle guerre di Israele non è sintomo di forza, è una resa.
Perché sia per il cambiamento climatico che per la geopolitica la domanda da farsi non è più astratta:
E se fosse già troppo tardi? Potremmo scoprirlo presto.

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