La distruzione dell’infanzia a Gaza

Articolo pubblicato originariamente su Palestine Deep Dive. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite

Il genocidio israeliano ha distrutto le scuole di Gaza, costringendo i bambini al lavoro, al trauma e a una lotta quotidiana per la sopravvivenza. Ripristinare l’istruzione è essenziale per proteggere una generazione da danni permanenti.

Foto di copertina: Bambini fuori dal loro rifugio temporaneo a Gaza. (Foto: UNICEF)

Di Rida Thabet

Per generazioni, le scuole di Gaza sono state molto più che semplici edifici in muratura con lavagne e banchi. Erano il cuore pulsante della comunità. In quelle aule, l’istruzione procedeva di pari passo con la formazione della persona. Le scuole erano spazi sicuri in cui i bambini imparavano non solo a leggere, scrivere e risolvere equazioni, ma anche a condividere, collaborare e sentirsi parte di una comunità. La routine quotidiana nel cortile della scuola rafforzava un ricco tessuto sociale, fondato sui valori collettivi palestinesi. In quegli spazi l’infanzia era protetta e lo spirito comunitario veniva trasmesso da una generazione all’altra.

Oggi, la guerra incessante e i ripetuti sfollamenti forzati hanno distrutto quegli spazi sicuri. Mentre le famiglie vengono sradicate dalle proprie case e costrette a vivere in sovraffollati campi per sfollati, le strutture fisiche e sociali della vita quotidiana sono crollate. Sotto il peso schiacciante della grave penuria di beni essenziali, il profondo spirito di solidarietà che un tempo caratterizzava la società di Gaza è sottoposto a una pressione enorme.

Quando la sopravvivenza diventa l’unica priorità, le norme sociali cambiano inevitabilmente. Nei campi, il vicino non è più percepito come un compagno con cui condividere la vita, ma come un diretto concorrente per le risorse più scarse: una tanica d’acqua pulita, un pezzo di pane o un piccolo lembo d’ombra sotto una tenda. L’ambiente collaborativo che le aule scolastiche avevano contribuito a coltivare per decenni è stato sostituito da un paesaggio spietato, dominato dall’individualismo della sopravvivenza, in cui bambini ancora piccoli sono costretti a farsi carico di responsabilità da adulti per mantenere in vita le proprie famiglie.

La tragica profondità di questo cambiamento è visibile in ogni angolo dei rifugi. Non molto tempo fa, ho visto una bambina seduta nella polvere, mentre arrotolava abilmente sigarette da vendere per pochi spiccioli. Solo due anni prima, avevo visto la stessa bambina brillare sul palco durante una gara di spelling per alunni della quinta classe.

A Nuseirat ho incontrato un ragazzo che mi ha riconosciuta dalla sua vecchia scuola nella parte occidentale di Gaza, dove studiava. Oggi cammina scalzo per il campo, con i capelli schiariti e bruciati fino ad assumere una tonalità ramata dopo mesi trascorsi sotto il sole implacabile della costa, in una tenda vicino al mare. Magro e sfinito, guadagna pochi spiccioli trascinando una sedia a rotelle in parte distrutta per trasportare pesanti borse della spesa per i clienti.

Bambini traumatizzati

Una madre sfollata mi ha raccontato dei traumi diversi vissuti dai suoi figli. «Mio figlio, che ha visto suo padre ucciso da un bombardamento, ride continuamente», mi ha detto. «Mio figlio, invece, che non ha visto nulla, ha cominciato a fare la pipì addosso».

Non si tratta di storie isolate: rappresentano un’erosione fondamentale dell’infanzia. In assenza di scuole funzionanti, i bambini della scuola primaria — in particolare quelli delle classi dalla prima alla quinta — stanno subendo enormi perdite nell’apprendimento. Migliaia di giovani studenti non hanno raggiunto tappe fondamentali nell’acquisizione delle competenze di base di lettura, scrittura e calcolo, mettendo un’intera generazione a rischio di abbandonare definitivamente l’istruzione.

Eppure, i danni vanno ben oltre le lezioni perse. Le scuole offrivano una struttura fondamentale per la stabilità psicologica e la continuità nel tempo. Privati di un ambiente scolastico strutturato, i bambini sono intrappolati in un circolo temporale chiuso, fatto di pericolo immediato e incertezza. Il futuro non appare più come uno spazio per i sogni o le aspirazioni. Durante un’attività di disegno in un rifugio, quando a un bambino è stato chiesto di disegnare se stesso tra cinque anni, ha semplicemente disegnato una tomba con il proprio nome, spiegando sottovoce: «Morirò sicuramente prima di diventare grande».

Per adattarsi alle minacce costanti, il sistema nervoso dei bambini subisce una profonda trasformazione. L’anestesia emotiva diventa un necessario meccanismo di difesa, un modo per reprimere una tristezza e una paura insopportabili e riuscire così a funzionare giorno dopo giorno. Un bambino ha detto: «Non piango perché, se lo facessi, non riuscirei più a smettere». Molte delle persone che conosco continuano a ripetere: «Non c’è tempo per il lutto; lo elaboreremo più avanti».

Con il passare del tempo, questo sovraccarico cronico compromette la capacità del bambino di provare empatia, costruire relazioni di amicizia sicure e gestire emozioni complesse. Quando la sopravvivenza costringe un bambino a spegnere la propria vita emotiva, la capacità di fidarsi degli altri e di collaborare comincia a svanire.

A tutto questo si aggiunge il fatto che le visite mediche per i bambini di sei anni, necessarie per l’iscrizione alle scuole virtuali, comprendono ormai regolarmente controlli per le ernie addominali e inguinali: una conseguenza diretta del fatto che i bambini sono costretti a sollevare pesanti taniche d’acqua giorno dopo giorno.

Guarire questa profonda frattura richiede un approccio che vada ben oltre la semplice distribuzione di libri di testo o la somministrazione di test standardizzati. Richiede di ricostruire, all’interno degli spazi di apprendimento, il cuore protettivo e umanizzante della comunità.


Rida Thabet è una specialista dell’istruzione che lavora per l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA) a Gaza, Palestina.

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