Articolo pubblicato originariamente su Mosaico di Pace
Di Tonio Dell’Olio
Ci vuole coraggio, in Palestina, anche per raccogliere le olive. Il 16 ottobre, ad Abu Falah, in Cisgiordania, coloni israeliani hanno aggredito i contadini e incendiato gli alberi. Tra i feriti anche Heidi Levine, fotoreporter del Washington Post. Ma la notizia non comincia quando viene colpita una giornalista americana.
Comincia ogni volta che a una famiglia palestinese viene impedito di raggiungere il proprio campo. Un ulivo non è soltanto un albero. È il pane di oggi, la fatica dei nonni, l’eredità dei figli. Bruciarlo significa affamare il presente e sfrattare il futuro. Significa dire: qui non devi più vivere. La violenza cerca di ottenere con la paura ciò che nessun diritto potrebbe concederle. Eppure qualcuno torna tra quei rami, stende i teli, raccoglie. In quel gesto antico c’è una resistenza che non ha bisogno di somigliare alla brutalità che subisce. Restare, coltivare, custodire: verbi disarmati che chiedono protezione, non soltanto ammirazione. Noi abbiamo fatto dell’ulivo un simbolo di pace. Lo benediciamo, lo portiamo nelle chiese e nelle case. Ma quel ramo ci impegna anche lontano dai nostri altari. Non basta alzarlo una domenica, se poi abbassiamo gli occhi davanti a chi incendia l’albero. La pace deve arrivare fino alle radici.

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