Articolo pubblicato originariamente su +972 Magazine. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite
Mohammed Mhawish
A tre anni dall’inizio del genocidio, il giornalista Mohammed Mhawish riflette sul prezzo fisico e mentale della sopravvivenza e ricorda Gaza come un luogo pieno di vita.
«Quando mi tirarono fuori dalle macerie, ricordo che, all’inizio, la luce mi faceva male agli occhi. La prima cosa che vidi fu il volto di Rafiq. Era coperto di polvere e non piangeva. Aveva già pianto tutto quello che poteva piangere. Credo che me lo avessero messo tra le braccia e sentivo il suo cuore battere come quello di un uccellino. È una cosa che ricordo davvero bene.
Poi, in ospedale, ci diagnosticarono fratture in varie parti del corpo: alle dita delle mani e dei piedi, alla schiena, alle costole. Continuavano a dirci quanto fossero gravi le nostre condizioni. Ma eravamo profondamente grati di essere ancora vivi, ed era davvero questo l’importante. Alla fine, credo, era questo ciò che contava».
Ghousoon Bisharat
Benvenuti al podcast di +972, il vostro filo diretto con giornalisti, pensatori e attivisti che si battono per la giustizia in Israele e Palestina.
Il nostro podcast parte dalle esperienze vissute per avvicinarvi alle questioni che più contano tra il fiume e il mare.
Sono Ghousoon Bisharat, direttrice di +972 Magazine e conduttrice della puntata di oggi.
Mohammed Mhawish è un amico e un collega. Per sei mesi, durante il genocidio, ha raccontato da Gaza ciò che accadeva per +972 Magazine e altre testate. Nell’aprile del 2024 è stato costretto a fuggire da Gaza, ma ha continuato a raccontare da lontano ciò che succedeva nella sua terra.
Oggi è con me al podcast di +972, esattamente tre anni dopo l’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre contro il sud di Israele e l’inizio del genocidio israeliano a Gaza, per riflettere sull’esperienza di vivere un genocidio, sul peso psicologico e fisico della sopravvivenza, sul ruolo del giornalismo e sul passato, il presente e il futuro di Gaza.
Mohammed, grazie mille per essere qui con me oggi al podcast di +972.
Mohammed Mhawish
Grazie mille a te, Ghousoon, per avermi invitato.
Ghousoon Bisharat
Ora sei in esilio a New York, dopo aver vissuto per mesi sotto bombardamenti incessanti, sfollamenti e fame a Gaza. Come stanno tu e la tua famiglia?
Mohammed Mhawish
Grazie per avermelo chiesto. Voglio dire, in senso stretto, stiamo abbastanza bene. Ci stiamo adattando a questa transizione. Cerchiamo di ambientarci in questo nuovo posto, in questa nuova realtà dopo aver lasciato Gaza.
Ho trascorso tutta la mia vita a Gaza, ci sono nato e cresciuto. Lasciarla dopo venticinque anni, soprattutto in quelle circostanze, e ritrovarmi all’improvviso al sicuro, completamente al sicuro, direi, mi ha sconvolto. È stato davvero sorprendente sotto molti aspetti, per me e per la mia famiglia.
Mi chiedono spesso come stiamo affrontando la situazione, come ce la caviamo, come ci stiamo orientando in questo nuovo posto insieme ai bambini. E non credo che esista una risposta perfetta. Dipende dall’ora del giorno, sai? A volte mi capita di raccontare ciò che succede a Gaza e, anche se mi trovo a migliaia di chilometri di distanza, continuo a essere in qualche modo legato a quello che accade là.
Ho ancora familiari a Gaza. Ci sono persone, amici e colleghi che sono rimasti lì. La mia famiglia è al sicuro. Qui, ovviamente, non cadono bombe. Ma, in fondo alla mente, restiamo comunque legati a Gaza, alla nostra casa, al luogo dal quale abbiamo cercato di sopravvivere e dal quale abbiamo soltanto tentato di andarcene.
Eppure, non credo che alla fine siamo riusciti davvero a lasciare Gaza. Voglio dire, ci siamo proiettati fuori dai suoi confini, ma è straziante averla lasciata in modo così forzato, così doloroso e traumatico.
Ce ne siamo andati nell’aprile del 2024, in condizioni estremamente difficili e complesse, sia per me personalmente, come giornalista, sia per la mia famiglia. E non credo che da allora le condizioni materiali a Gaza siano migliorate molto. La situazione è ancora durissima. Le persone mi raccontano esperienze dolorosissime, parlano delle difficoltà che incontrano per procurarsi ciò di cui hanno bisogno ogni giorno. Continuano a faticare per trovare un luogo in cui sentirsi stabilmente al sicuro, a differenza di me. È una contraddizione con cui, in questo momento, faccio molta fatica a convivere.
Come cronista e come scrittore, a volte parlo al telefono con persone sfollate che non hanno un posto dove andare, né un luogo in cui dormire, e che si danno da fare disperatamente per riuscire a procurare un pasto ai propri figli. Mi ritrovo ad avere queste conversazioni e non posso fare a meno di pensare a quanto sia doloroso vivere in questa realtà divisa.
Io qui ho da mangiare, ho un letto, ho il riscaldamento e la sicurezza, insieme ai miei due figli. Le persone che ci siamo lasciati alle spalle, invece, continuano ad affrontare esattamente le stesse difficoltà da cui siamo fuggiti.
Credo che, come famiglia originaria di Gaza, non riusciamo mai a ritrovarci tutti nella stessa stanza. Sono partito io, poi sono partiti i miei genitori, che adesso sono ancora in Egitto. Alcuni familiari di mia moglie sono tuttora a Gaza, mentre altri parenti sono sparsi altrove. Non so se «esilio» sia davvero il termine giusto, ma, in senso molto concreto, siamo una famiglia frammentata.
Oltre a essere qui da soli, a cercare di orientarci in un ambiente completamente nuovo con due bambini e a imparare a vivere di nuovo come genitori sopravvissuti, abbiamo ancora familiari sparsi ovunque. È difficile, in queste condizioni, riuscire a provare un senso duraturo di sicurezza, adattamento e stabilità.
E c’è una cosa che non riesco a sopportare: il senso di colpa. A volte ci sediamo a tavola davanti a un pasto completo e io penso ai bambini nelle tende, ai familiari che sono ancora a Khan Yunis, ad Al-Mawasi, a Deir al-Balah.
Mio figlio Rafiq ha quasi cinque anni. Adesso dorme tutta la notte. Sta ricominciando a essere un bambino, sta ritrovando la possibilità di vivere la propria infanzia dopo tutto quello che ha passato.
So che questo senso di colpa esiste, ma non sfama nessuno, giusto? Non aiuta nessuno. So che il fatto che io sia un genitore e un padre straziato dal dolore non aiuta neanche una sola persona a Gaza. Eppure, questo sentimento non se ne va.
A volte si pensa che lasciare Gaza significhi mettere fine alla storia. Se ricordi, quando ci siamo sentiti per la prima volta, subito dopo la mia partenza, cercavi di sapere come stavamo io e la mia famiglia. Ti avevamo detto: «Ehi, siamo così felici di essere riusciti ad andarcene. Siamo al sicuro. In questo momento non ci sono bombe».
Ma, con il passare del tempo, ci siamo resi conto che la calma e il silenzio avevano cominciato a produrre esattamente l’effetto opposto: riportavano a galla tutti gli eventi traumatici e le situazioni che avevamo vissuto, costringendoci a riviverli ancora e ancora.
Credo che stiamo cercando di fare qualcosa di più che restare vivi. Non so se io e mia moglie ci stiamo riuscendo.
A volte penso che certi giorni ce la facciamo. Altri giorni, invece, riusciamo semplicemente ad arrivare a sera con i bambini. E ho cominciato a considerare anche questo una vittoria, sai?
Ghousoon Bisharat
Ma senti di essere riuscito a cominciare a elaborare questo trauma, oppure sei ancora immerso in esso?
Mohammed Mhawish
Sarò sincero. Ho un problema con la parola «elaborare». Come persona che ha vissuto cinque guerre nell’arco di venticinque anni, so che cosa si intende. Non lo dico per irresponsabilità, ma credo che parlare di elaborazione presupponga che le cose siano finite. Come se la catastrofe immediata fosse ormai alle nostre spalle e noi stessimo cercando di darle un senso.
Penso invece che adesso stiamo affrontando ciò che tutto questo ha lasciato dietro di sé, ciò che ci ha fatto. È questo, credo, il significato del trauma post-traumatico: vivere con le conseguenze di ciò che ti è accaduto.
Ma non credo che sia finita. Non soltanto per quanto riguarda il luogo in cui ci troviamo adesso, ma anche per ciò che ci siamo lasciati alle spalle, per quello che continua ad accadere e per il modo in cui le cose, sul terreno, a Gaza, stanno cambiando giorno dopo giorno.
Da giornalista, dopo aver trascorso gran parte del mio tempo a raccontare Gaza, non credo che le persone abbiano ancora sperimentato una vera sensazione di «dopo». L’ho detto in diversi articoli pubblicati nelle ultime settimane e negli ultimi mesi: il trauma continua a riattivarsi, se è questo il termine giusto.
Quasi ogni settimana, e praticamente ogni giorno, c’è un nuovo attacco e qualcuno che perdiamo. Ci sono nomi che riconosciamo semplicemente leggendo le notizie, scorrendo l’elenco dei morti e dei corpi recuperati alla fine della giornata.
L’altro giorno mi è capitato per caso di ritrovare un foglio con i nomi di alcune persone che erano state fonti dei miei articoli da quando ho lasciato Gaza, quasi due anni fa. A un certo punto erano state testimoni, sopravvissuti, soccorritori, vicini di casa e colleghi che avevano contribuito ai miei reportage.
Ora, la maggior parte delle persone i cui nomi erano scritti su quel foglio non c’è più. Alcune sono state uccise persino dopo l’annuncio del cessate il fuoco a Gaza, nell’ottobre del 2025. Durante un cessate il fuoco.
Non so come si possa prendere le distanze da qualcosa che continua ad accadere alle persone che amiamo.
Non credo che sia davvero possibile. Si cerca, piuttosto, di trovare un po’ di spazio per riuscire a conviverci.
E, alla fine, se posso parlarne dal punto di vista della salute mentale, anche sulla base di ciò che ho affrontato di recente, credo che il corpo conservi una memoria tutta sua.
Un anno dopo l’attacco alla nostra casa a Gaza, scrissi che continuavo a sentire l’esplosione nel sonno, che mi svegliavo sudato freddo e allungavo una mano per controllare che Rafiq respirasse ancora.
Ci sono giorni in cui questo non accade più. Ma il trauma, credo, continua a rigenerarsi ogni volta che guardiamo le notizie.
E non possiamo smettere di seguirle. O perché dobbiamo conoscere i fatti prima di scriverne, oppure perché guardiamo le notizie per sapere come stanno i vicini, i familiari e le persone che vivono nei quartieri che conosciamo e che vogliamo controllare.
Credo però che ci sia qualcosa che mi aiuta ad andare avanti, anche attraverso questo lavoro doloroso: conservare le testimonianze, custodire le storie, mantenerle vive, anche quando le persone a cui appartengono non ci sono più.
Le loro storie, però, sono ancora vive. E quelle persone si erano fidate di me, affidandomi i loro racconti.
Ricordo che, nei primissimi giorni, la mattina del 7 ottobre e poi l’8 ottobre, eravamo in contatto per organizzare il lavoro giornalistico sul terreno. Ti ricorderai quanto sudore e quante lacrime mi costasse mettere insieme ogni dispaccio.
Non si trattava soltanto dello sforzo fisico di attraversare Gaza, incontrare le persone, raccogliere testimonianze, parlare con i sopravvissuti, con i soccorritori e con il personale medico. Si trattava anche di essere testimone di ciò che stava accadendo a me stesso, nello stesso momento.
Ricordo, per esempio, i miei reportage sul collasso e sulla distruzione del sistema sanitario. Anche noi eravamo sfollati e non riuscivamo a trovare cure sufficienti per me, per i miei genitori e per mio figlio, a cui, tra l’altro, nel marzo del 2024 era stata diagnosticata una malnutrizione acuta, la condizione che precede la fame estrema, a causa della carenza di cibo, nutrienti e integratori necessari al suo organismo.
Raccontavo quello che stava accadendo agli altri, ma allo stesso tempo lo stavamo vivendo sulla nostra pelle. Lo stavamo attraversando anche noi.
Scrivevamo di persone che perdevano le case in cui le loro famiglie avevano vissuto per generazioni, abitazioni che avevano impiegato anni, a volte un’intera vita, a costruire. E intanto noi cercavamo rifugi di fortuna in cui trascorrere la notte con mia moglie, i miei genitori e il resto della famiglia.
Raccontavo gli attacchi contro i giornalisti, se ricordi. Ho perso amici e colleghi, ma allo stesso tempo dovevo mantenere la professionalità e scrivere le storie nel modo in cui dovevano essere raccontate. Anche quando il giornalista ucciso era un mio amico, ci si aspettava che raccontassi i fatti con la massima accuratezza, professionalità e onestà.
Ma non credo che per me, per Mohammed, ci fosse alcun modo di essere quello che i media ci hanno sempre detto di dover essere: sufficientemente obiettivi, sufficientemente neutrali.
Non era possibile, perché io stesso facevo parte della storia.
Non ero distaccato da ciò che stava accadendo. Ero un giornalista, e quindi anch’io ero un bersaglio. Non potevo separarmi dalla persecuzione dei giornalisti. Non avevo una casa in cui dormire. Non potevo sottrarmi completamente a quella storia.
Stavamo vivendo in prima persona alcune delle stesse difficoltà che colpivano la popolazione. Io e la mia famiglia affrontavamo le medesime prove.
Credo che proprio questo abbia contribuito, in qualche modo, al lavoro che sono riuscito a pubblicare.
Ripensandoci oggi, provo sempre la sensazione che avrei potuto fare di più. Anche se il mio lavoro giornalistico ha rischiato quasi di costarmi la vita, continuo a sentirmi in colpa. Penso che avrei dovuto raccontare più storie, intervistare più persone, parlare con più genitori, sedermi accanto a più famiglie sfollate.
La portata e la vastità della distruzione erano tali che era impossibile starle dietro. Era difficilissimo continuare a documentare tutto in tempo reale, giorno dopo giorno, mentre cercavi di sopravvivere.
Dopo aver lasciato Gaza, sentivo che la mia responsabilità era pubblicare il maggior numero possibile di articoli, nel minor tempo possibile, per tenere il mondo informato sui fatti e su ciò che stava accadendo in tempo reale.
Dopo la partenza, però, ho avuto la fortuna di disporre di un po’ più di tempo e di spazio per tornare sulle storie, soffermarmi su di esse, riflettere più a lungo, scrivere meglio e pianificare con maggiore cura. Così ho potuto realizzare reportage più ampi, capaci di rendere giustizia alle persone, o almeno di provarci, andando oltre le notizie dell’ultima ora, i bollettini e le assegnazioni quotidiane.
Ghousoon Bisharat
Vorrei proseguire proprio da questo punto, parlando di un tuo importante lavoro pubblicato sul New Yorker: un reportage approfondito sul trauma collettivo a Gaza.
Quando parliamo del genocidio a Gaza, molti di noi tendono a concentrarsi sul numero delle vittime, sulla distruzione dello spazio fisico, sulla mancanza o scarsità di aiuti, cibo e medicinali. Spesso trascuriamo l’impatto psicologico sulle singole persone e sulla collettività.
Nel tuo articolo, pubblicato sul New Yorker nell’agosto del 2025, hai affrontato la condizione psicologica della popolazione di Gaza. È stato un articolo davvero difficile da leggere.
Che cosa hai imparato lavorando a quel reportage? E il fatto di aver vissuto un trauma personale ti ha spinto a occupartene?
Mohammed Mhawish
La prima ragione per cui ho capito di dover scrivere un articolo sulla salute mentale è stata, innanzitutto, personale.
Ma ciò che ho cercato di fare con quel lavoro è stato dare voce alle persone che erano rimaste a Gaza e che continuavano a lottare, proprio come avevo fatto io, se non persino più di me.
Sapevo che c’erano intere famiglie, generazioni e centinaia, se non migliaia, di bambini che stavano attraversando le stesse esperienze vissute da Rafiq, che adesso è al sicuro.
Credo di aver cominciato a pensare a questo articolo molto prima della sua pubblicazione. Mi interrogavo su ciò che vivere così a lungo in mezzo alla distruzione potesse fare alla mente, dopo essere stati esposti continuamente alle stesse storie di dolore, morte, perdita e tragedia.
Ricordo che, nei primi giorni dopo il bombardamento della nostra casa, Rafiq mi chiese se saremmo morti anche noi.
Lo chiese con una calma tale che sembrava stesse domandando che cosa ci fosse per pranzo. Per lui era diventato normale. Non aveva risposte e voleva semplicemente sapere se ci sarebbe successo qualcosa di simile a ciò che era accaduto pochi giorni prima.
Cominciai allora a pensare che, se Rafiq stava vivendo tutto questo, dovevano esserci centinaia, se non migliaia, di bambini della sua età nella stessa situazione.
Così continuai a raccogliere testimonianze dirette dalle persone che incontravo a Gaza, dai genitori che mi raccontavano come i loro figli cercassero di affrontare la situazione, come reagissero i ragazzi e le ragazze più grandi allo sfollamento, alle perdite, al terrore e al rumore dei bombardamenti.
Dopo aver lasciato Gaza, ho avuto più tempo per tornare su queste storie e costruire un racconto capace di descrivere quanto fossero immense e gravi le difficoltà psicologiche affrontate dalla popolazione.
All’epoca, credo che fosse uno degli aspetti meno raccontati della tragedia di Gaza, e per questo ho incontrato molte difficoltà nel reperire informazioni sufficienti.
Avevo però la possibilità di parlare con persone che stavano vivendo direttamente quell’esperienza, bambini e genitori, anche a distanza. Ho cercato inoltre di dare spazio alle voci dei professionisti della salute mentale, che continuavano, in ogni circostanza, a presentarsi al lavoro.
Questo mi ha sorpreso molto. Quei professionisti stavano attraversando lo stesso trauma dei loro pazienti. Piangevano i propri cari, perdevano familiari e amici. Alcuni avevano perso la casa nei bombardamenti ed erano stati sfollati nel sud della Striscia.
Ho parlato online con questi specialisti. Mi raccontavano come riuscissero ad affrontare le proprie giornate, come cercassero di gestire quello che stavano vivendo e come continuassero a curare i pazienti, nei luoghi e nelle condizioni in cui riuscivano ancora a offrire assistenza.
Con quel reportage volevo trovare le persone che cercavano di curare il trauma dall’interno. Io avevo avuto la possibilità di restare vivo e raggiungere un luogo sicuro. Loro no.
Volevo capire davvero che cosa facesse alla mente una distruzione di questa portata, quali macerie lasciasse nella psiche. È qualcosa che non vediamo necessariamente ogni giorno nelle immagini televisive o sui social media.
Quello che ho scoperto è qualcosa a cui continuo a pensare.
C’era uno psichiatra a Gaza che, qualche mese dopo, ebbe la possibilità di partire grazie a una borsa di studio accademica, credo.
Fuori dal suo ambulatorio si formava una fila. E quando dico ambulatorio, intendo una tenda, costruita con tessuti, plastica, nylon e qualsiasi altro materiale la gente riuscisse a trovare per allestire rifugi e abitazioni di fortuna.
Tra le persone in fila c’erano individui che non mangiavano da settimane, che erano stati sfollati cinque, sei, sette volte e che non avevano alcuna sicurezza né un posto dove trascorrere la notte.
Aspettavano al buio, già prima dell’alba, perché avevano bisogno di qualcuno con cui parlare.
Pensavano che questo potesse aiutarli, e in una certa misura li aiutava. Ma nel reportage ho cercato di mostrare anche la distruzione del settore della salute mentale a Gaza.
A quei pazienti non venivano messi a disposizione percorsi terapeutici strutturati né trattamenti davvero efficaci, perché l’intero sistema sanitario della Striscia stava collassando, compreso il settore della salute mentale. Era, ed è ancora, in piena crisi.
La maggior parte dei centri di salute mentale a Gaza è stata danneggiata, se non completamente distrutta. Non sono più in grado di funzionare.
Le storie che mi sono rimaste più impresse, tra quelle raccontate da medici e pazienti, sono state quelle dei bambini.
Pensavo che parlare con queste persone mi avrebbe aiutato a elaborare il trauma, come dicevamo prima, o almeno a trovare un modo per convivere con ciò che avevo vissuto. Invece, mi ha fatto stare peggio.
Ho ascoltato, per esempio, la storia di una ragazza di quattordici anni. Durante uno dei periodi di sfollamento nel sud di Gaza, era uscita dall’edificio in cui si trovava per cercare qualcosa da mangiare, qualcosa da comprare. Quando tornò, scoprì che l’intero edificio in cui la sua famiglia aveva trovato riparo era stato bombardato.
Era l’unica sopravvissuta tra tutti i suoi familiari più stretti e quelli della famiglia allargata.
Lo psichiatra mi raccontò che la ragazza era seduta davanti a loro e chiedeva soltanto che le restituissero la sua famiglia.
Mi disse che, nelle settimane precedenti, avevano visto centinaia di persone vivere esperienze simili.
Per quanto il reportage fosse legato alla mia esperienza personale, volevo dare spazio a persone che stavano affrontando un dolore e un trauma ancora più difficili da comprendere, persino rispetto a ciò che avevo vissuto io.
Queste persone faticavano a fare i conti con le conseguenze del trauma perché non c’era mai stato un vero «dopo». Il trauma non era finito, non era scomparso. Continuava e continua tuttora.
Sono rimasto in contatto con queste persone, comprese alcune di quelle di cui avevo scritto nell’articolo. Chiedo loro come si sentono, come riescono ad affrontare le giornate.
A volte ricevo ancora le stesse risposte: viviamo nell’incertezza. Non abbiamo una casa stabile. Non abbiamo cibo a sufficienza. In qualsiasi momento, in qualsiasi giorno, potremmo essere bombardati.
È un’incertezza che accompagna ogni singola giornata.
Credo che questa storia meriti molta più attenzione. Ci concentriamo sempre su ciò che i missili e i bombardamenti provocano nell’immediato: la distruzione degli edifici, dei corpi, delle persone e del paesaggio fisico. Ma spesso non ci soffermiamo abbastanza su ciò che tutto questo fa alla mente di chi vive quella distruzione.
Vorrei davvero che arrivasse presto il giorno in cui potremo guardare a questa storia, e a tante altre, come a qualcosa che appartiene al passato.
Perché, come continuo a ripetere, queste persone stanno ancora affrontando le stesse difficoltà. E io, come giornalista, continuo a misurarmi con incarichi dolorosi e storie difficili da raccontare, da ricostruire e da pubblicare, anche se non sono riuscito a lasciarmi alle spalle ciò che ho vissuto e non sono ancora guarito del tutto.
Ghousoon Bisharat
Mohammed, vorrei riportarti al settembre del 2023, quando abbiamo cominciato a lavorare insieme. Era il periodo in cui avevo appena iniziato a lavorare a +972 Magazine.
Purtroppo non abbiamo mai avuto occasione di incontrarci di persona, ma da allora abbiamo cominciato a sentirci al telefono ogni pochi giorni per parlare dei tuoi reportage da Gaza.
Circa una settimana prima del 7 ottobre avevi scritto un articolo per +972 Magazine su una nuova ondata di proteste lungo la recinzione di confine. Le manifestazioni erano andate avanti per alcune settimane, ma, proprio il giorno in cui stavamo programmando la pubblicazione, si interruppero all’improvviso. L’articolo uscì il 29 settembre 2023.
Ricordo che, mentre stavamo lavorando agli ultimi ritocchi, mi dicesti che quell’improvvisa interruzione delle proteste ti sembrava molto strana.
Che cosa c’era di strano? E quale atmosfera si respirava sul terreno nei mesi che precedettero l’attacco del 7 ottobre?
Mohammed Mhawish
Credo che, tra la fine di agosto e settembre del 2023, alcuni giovani avessero ricominciato a radunarsi lungo la recinzione a est di Gaza City e, talvolta, anche nel cuore della città.
Non si trattava della Grande Marcia del Ritorno. Era qualcosa di diverso. La Grande Marcia del Ritorno era stata una mobilitazione enorme e organizzata, di cui avevamo scritto anche noi. Queste erano manifestazioni più piccole, molto più spontanee.
Il sentimento diffuso tra i partecipanti era la richiesta di opportunità, di lavoro e di diritti. Si trattava soprattutto di giovani che si erano appena laureati o erano appena usciti dall’università, se ricordo bene.
Alcuni fotografi, miei amici, documentarono quelle proteste. Le loro immagini mi colpirono per la rabbia intensa che trasmettevano e per l’atmosfera che si respirava nelle strade.
Quando proposi la storia a +972, pensavo che ci fosse qualcosa di importante da raccontare. Alla fine lo facemmo, anche se, all’inizio, la situazione non era così polarizzata e non era chiaro che cosa stesse succedendo davvero.
Prima delle proteste, la popolazione di Gaza viveva già in condizioni economiche estremamente difficili. Il blocco limitava gli spostamenti e chiudeva quasi completamente le vie d’accesso e d’uscita dalla Striscia.
Sul piano amministrativo, inoltre, molte persone non erano particolarmente soddisfatte del funzionamento del governo, credo.
In quel periodo Israele chiuse i valichi per quasi due settimane, se non ricordo male, in occasione delle festività ebraiche. L’esercito dichiarò che in quei giorni non avrebbe lavorato, ma la decisione ebbe un impatto enorme sull’economia di Gaza.
Per chi ci ascolta, va spiegato che quello era il valico attraverso cui gli abitanti di Gaza entravano in Israele per lavorare.
Parliamo di migliaia di lavoratori che allora contribuivano a sostenere economicamente le proprie famiglie e l’intera Striscia. Avevano permessi per lavorare in Israele e il denaro che guadagnavano rappresentava una delle ultime fonti di sostentamento concrete per Gaza.
La chiusura del valico peggiorò tutto e accrebbe la rabbia della popolazione.
Poi, quasi da un giorno all’altro, le proteste si interruppero improvvisamente, anche se il valico era ancora chiuso.
Ricordo che il 27 settembre le manifestazioni erano già diventate meno partecipate. Il 28 settembre sentimmo che Israele aveva riaperto i valichi dopo una mediazione di Qatar ed Egitto.
I giovani che organizzavano le proteste pubblicarono una dichiarazione in cui annunciavano la sospensione delle manifestazioni, perché i mediatori avevano promesso che la situazione sarebbe migliorata.
Il mio articolo uscì il giorno successivo, il 29 settembre, se ricordo bene.
Ma, nel frattempo, ciò di cui avevo scritto sembrava essersi dissolto. Le proteste a Gaza non si concludono abitualmente in modo così netto.
Le persone cominciarono a porsi delle domande: che cosa stava succedendo davvero? Come si spiegava tutto questo? L’economia continuava a essere in crisi, i valichi restavano chiusi e le manifestazioni si stavano spegnendo.
C’erano anche gravi carenze di beni essenziali. L’elettricità era disponibile soltanto per due o tre ore al giorno. La situazione dell’acqua potabile era altrettanto difficile. Il latte artificiale per neonati era poco reperibile e procurarselo era complicato. Quando si riusciva a trovarlo, costava molto.
Per chi lavorava e per le famiglie che cercavano di mantenersi, era estremamente difficile affrontare queste condizioni.
L’atmosfera generale era di soffocamento. Si aveva la sensazione che qualcosa potesse esplodere, che stesse per accadere qualcosa, ma nessuno sapeva esattamente che cosa.
Le persone cominciarono a parlare sempre più spesso delle notizie. Avevamo tutte le ragioni per pensare che qualcosa sarebbe cambiato, ma non sapevamo in che modo.
Io ero lì. Avevo vissuto a Gaza City per tutta la vita ed ero al centro di ciò che accadeva intorno a me. Abitavo vicino al mare, ma anche nella parte orientale della città, non lontano dai quartieri di Shuja’iyya e At-Tuffah, adiacenti alla recinzione e alle basi militari israeliane.
Il 7 ottobre era un sabato, un giorno festivo in Israele, credo. A Gaza, invece, era un giorno lavorativo.
Mia sorella frequentava l’università e quella mattina si stava preparando per andare a lezione. Erano circa le sei. Anche gli altri studenti e le persone che dovevano andare al lavoro si stavano preparando per cominciare la giornata.
All’improvviso cominciammo a sentire dei razzi che, con nostra grande sorpresa, partivano da Gaza invece di colpire Gaza.
Ricordo che scrissi subito ad alcune persone e ad alcuni amici dall’altra parte del confine. Scrissi anche a te per chiederti che cosa stesse succedendo. Contattai altre persone che lavoravano come giornalisti per diverse testate.
Volevo soltanto capire: sentivamo tutte quelle esplosioni in aria, quei razzi e quei missili lanciati da Gaza, ma non sapevamo dove fossero diretti né dove sarebbero caduti.
Quando uscii per vedere che cosa stesse succedendo, capii che Hamas aveva lanciato un attacco contro Israele.
Ma non si trattava soltanto di un’offensiva aerea, come avevamo inizialmente pensato. Era un’operazione terrestre, e lo capimmo meglio man mano che ci avvicinavamo alla recinzione. Io stesso non riuscii ad avvicinarmi molto.
Si rivelò uno dei momenti più decisivi nella vita di milioni di persone.
Presi il telefono e contattai te e altri redattori che mi chiedevano di collaborare come freelance e di raccontare ciò che stava accadendo, anche se sapevo che i rischi erano enormi.
Le batterie dei miei dispositivi si stavano scaricando. Mi chiedevate di preparare un reportage completo, di portare a termine il lavoro: ecco la storia, ecco le interviste, ecco le persone da ascoltare. Ma io non avevo accesso a luoghi sicuri, né le condizioni necessarie per organizzare tutto nel modo ordinato e accurato in cui avrei voluto.
Sono grato alla redazione per essere riuscita a portare a termine quel lavoro in circostanze così terribili.
[Intermezzo promozionale]
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Ghousoon Bisharat
Parlando dei rischi e dei pericoli, hai raccontato che nel dicembre del 2023 un attacco aereo israeliano colpì la tua casa e che rimanesti sepolto sotto le macerie. Hai scritto di quell’esperienza per +972. Puoi raccontarci che cosa accadde quel giorno?
Mohammed Mhawish
Era il dicembre del 2023, due mesi dopo il crollo di tutto ciò che conoscevamo e dopo l’inizio di quello che è successo.
Era il 7 dicembre, intorno alle sette e mezza del mattino.
Nei giorni precedenti ero rimasto lontano da casa per circa una settimana, impegnato a fare reportage. Ricordo che mi spostavo per la città insieme ad altri colleghi e giornalisti. Dormivamo dove e quando riuscivamo e mangiavamo ciò che potevamo permetterci.
La sera del 6 dicembre tornai a casa perché volevo stare con la mia famiglia. Ero stanco, terrorizzato. Volevo controllare come stavano i miei cari, riposarmi un momento e riuscire a dormire.
Ricordo i passi di Rafiq mentre mi veniva incontro nel corridoio, quando entrai in casa. E ricordo che quella mattina volevo soltanto prendere una tazza di tè.
Il 6 dicembre avevo ricevuto una telefonata da una persona che si era presentata come David. Disse di appartenere all’esercito israeliano.
Non presi davvero sul serio la chiamata. Mi disse di lasciare la casa perché l’avrebbero bombardata.
Non gli credetti, per due ragioni. Innanzitutto, se stavano per bombardare la casa e io ero il bersaglio, perché mi stavano chiedendo di andarmene? In secondo luogo, mi chiamava habibi, un modo molto affettuoso di rivolgersi a un amico in arabo.
Quell’uomo parlava un arabo perfetto, pulito, persino con l’accento di Gaza. Pensai che potesse trattarsi di uno degli scherzi terribili che a volte fanno gli amici.
Invece, era una telefonata molto seria. Mi stava chiedendo di andarmene con la mia famiglia.
Ma non c’era modo di lasciare la casa. Era un edificio di tre piani. Con noi si erano rifugiati altri familiari, vicini e persone che avevano cercato riparo lì dopo essere fuggiti dall’offensiva militare israeliana e dall’operazione terrestre nella parte orientale di Gaza.
Eravamo quasi trenta persone.
Non dissi a nessuno della telefonata perché, ancora una volta, non credevo che sarebbe successo davvero qualcosa. Pensavo che volessero interrompere il mio lavoro giornalistico, mettermi a tacere, spaventarmi.
Ero spaventato, sì. Pensai che avrei smesso di lavorare per una settimana o giù di lì.
La mattina seguente, alle sette e mezza, tutto accadde in un istante, in un millisecondo.
Ci fu un rumore che ancora oggi non riesco a descrivere. Ho provato molte volte a trovare le parole per raccontarlo.
Non era il suono di qualcosa che cadeva. Era come se qualcosa venisse spinto dentro la terra.
Non vidi il soffitto cedere. Ricordo soltanto il peso del cemento e le braccia bloccate sotto le macerie. Era buio, non riuscivo a vedere niente. Credo che le costole fossero schiacciate contro il cemento frantumato.
Provai a gridare chiamando mia moglie, i miei genitori, Rafiq.
Non ricevetti risposta. Nessuno rispose alle mie chiamate, nessuno rispose alle mie grida.
Poi la polvere mi riempì la bocca.
A un certo punto sentii Rafiq, molto debolmente, sotto le macerie. Non riuscivo a vederlo, ma lo sentii dire «Baba», papà.
Da una parte, fu straziante sentire la voce di tuo figlio in quelle condizioni. Dall’altra, all’improvviso provai un enorme sollievo: significava che era ancora vivo.
A un certo punto persi conoscenza. Quando ripresi i sensi, alcune ore dopo, capii che le squadre della protezione civile erano riuscite a farsi strada tra le macerie. Ci vollero circa due ore.
Voglio dire qualcosa su quegli uomini, sui vicini, sulle donne e su tutte le persone che si precipitarono ad aiutarci a mani nude.
Non avevano quasi niente: nessun macchinario pesante, nessun carburante. Scavavano con le mani. Molti di loro, in seguito, sono stati uccisi mentre facevano esattamente questo.
Quando mi tirarono fuori, ricordo che, all’inizio, la luce mi faceva male agli occhi. La prima cosa che vidi fu il volto di Rafiq. Era coperto di polvere e non piangeva. Aveva già pianto tutto quello che poteva piangere.
Credo che me lo avessero messo tra le braccia e sentivo il suo cuore battere come quello di un uccellino. È una cosa che ricordo davvero bene.
Poi, in ospedale, ci diagnosticarono fratture in varie parti del corpo: alle dita delle mani e dei piedi, alla schiena, alle costole. Continuavano a dirci quanto fossero gravi le nostre condizioni, ma eravamo profondamente grati di essere ancora vivi. Era questo l’importante. Alla fine, credo, era questo ciò che contava.
Il giorno prima, il 6 dicembre, avevo parlato al telefono con il mio compianto insegnante e professore Refaat Alareer.
Se posso ricordarlo qui, lui si trovava con la sua famiglia a Tal al-Hawa, nell’appartamento di sua sorella, insieme ai suoi quattro figli, credo.
Sapeva che stavo lavorando come giornalista e che continuavo a raccontare ciò che accadeva. Mi disse: «Mohammed, anche se la nostra causa merita di essere difesa fino alla morte, è la nostra ostinazione a vivere che infastidisce di più i nostri nemici».
In quel momento non avevo compreso fino in fondo il significato di quelle parole. Poi, il giorno dopo, lui fu ucciso. E il giorno successivo ancora, io fui preso di mira.
Da allora ho cercato di aggrapparmi alle piccole cose che rendevano possibile vivere a Gaza e che continuano a rendere possibile la vita anche dopo averla lasciata.
Voglio che sia chiaro che non siamo straordinari come molti pensano. Non siamo eroi come molti ci descrivono. Non siamo invincibili. Non siamo indistruttibili.
Mi dà davvero fastidio quando le persone attribuiscono agli abitanti di Gaza tutte queste etichette, questi aggettivi, queste descrizioni che ci dipingono come esseri straordinari.
Stiamo attraversando sofferenze inimmaginabili e continuiamo ad andare avanti. Ma non è che semplicemente «andiamo avanti». Stiamo resistendo, restando dove siamo, cercando ancora di dare un senso a ciò che ci viene fatto, proprio come farebbe chiunque altro.
Quello che desideriamo davvero è avere la possibilità di vivere normalmente, in condizioni di uguaglianza, in pace e tranquillità, come tutti gli altri. Vogliamo vedere riconosciuti i nostri diritti umani. I diritti più elementari, quelli che altrove le persone danno per scontati.
Molti mi hanno detto che dovrei essere grato di essere sopravvissuto. E lo sono, sinceramente. Perché riuscire a lasciare Gaza in un momento come questo può essere un privilegio, non c’è dubbio. Lo capisco.
Ma non dovrebbe essere così. Dovrei poter lasciare Gaza quando voglio e dovrei poterci tornare quando voglio, proprio come chiunque altro.
Oggi le persone che si trovano a Gaza vengono spinte ad accettare una realtà che ha dell’incredibile. Ma il fatto che siano riuscite ad adattarsi non significa che stiano bene, giusto?
Cercano di affrontare la situazione, sì. Cercano di arrivare alla fine della giornata e di riuscire a vedere la sera. Ma questo non le rende esseri umani più forti di tutti gli altri.
Sono donne, bambini e uomini che desiderano disperatamente poter vivere una giornata normale, in tranquillità e in pace.
Ghousoon Bisharat
Sono d’accordo con te, Mohammed. Sono le stesse voci che ascolto ogni giorno dai colleghi e dagli amici a Gaza.
Ma devo dire che, quando si parla dei giornalisti che lavorano a Gaza, come te e tanti tuoi colleghi, compresi i reporter di +972, siete degli eroi.
Sai bene che Gaza è diventata il luogo più pericoloso della storia contemporanea per i giornalisti e gli operatori dei media. A oggi, credo che siano stati uccisi dagli attacchi israeliani più di 250 giornalisti e operatori dei media.
Nel luglio del 2024, dopo che un attacco aereo uccise il tuo amico e collega Ismail Al-Ghoul e il suo operatore di ripresa, hai scritto un tributo molto toccante in sua memoria. Ismail lavorava per Al Jazeera.
Un’inchiesta che abbiamo pubblicato nell’agosto del 2025 ha rivelato l’esistenza di un’unità dell’esercito israeliano specializzata nel giustificare le azioni di Israele a Gaza davanti ai media internazionali, anche cercando di stabilire legami tra i giornalisti uccisi da Israele e Hamas.
Come rispondi alle affermazioni israeliane secondo cui molti giornalisti palestinesi sarebbero legati ad Hamas?
Mohammed Mhawish
Innanzitutto, se guardiamo al numero di giornalisti uccisi a Gaza dal 7 ottobre, parliamo di oltre duecento persone.
Prima del 7 ottobre, Gaza non aveva un numero così elevato di giornalisti. Sai perché? Perché molti di loro avevano poco più di vent’anni. Erano appena entrati all’università oppure si erano appena laureati.
Molte delle persone uccise mentre lavoravano come giornalisti durante la guerra hanno preso in mano il telefono, il microfono o la macchina da presa dopo che erano stati uccisi i loro colleghi, i loro amici o i membri delle loro troupe.
Lo hanno fatto perché volevano portare avanti una tradizione di racconto e documentazione, per contrastare le accuse e le etichette di terrorismo che vengono attribuite ai palestinesi. Non soltanto ai giornalisti, ma ai palestinesi in generale, semplicemente perché vivono a Gaza.
Vorrei soffermarmi sul caso di Ismail. Lo conoscevo, era un mio amico. Lavorava per Al Jazeera, aveva studiato giornalismo all’Università islamica di Gaza e aveva cominciato a collaborare con l’emittente nel novembre del 2023. Aveva ventisette anni quando fu ucciso.
Era un giovane con sogni, ambizioni, desideri e progetti. Avrebbe voluto fare tante cose nella vita, non certo pagare con la propria vita il prezzo di raccontare una storia.
A un certo punto Ismail era diventato la principale voce dal nord di Gaza, quando ormai quasi nessun altro era rimasto lì.
Il 31 luglio del 2024, lui e il suo operatore di ripresa, Rami Arifi, si trovavano nella loro auto a Gaza City quando un attacco la colpì.
Io avevo lasciato Gaza in aprile, quindi ero già lontano da mesi quando Ismail fu ucciso a luglio. Ma lo conoscevo da prima che diventasse giornalista, da prima della mia partenza.
Era una persona profondamente appassionata del suo lavoro e del racconto delle storie della sua gente. Lo faceva nella speranza che, un giorno, potessimo vivere vite completamente diverse, lontane dai bombardamenti, dall’assedio e dalle privazioni a cui erano sottoposti la sua comunità e lui stesso.
Se non sbaglio, nel marzo del 2024 Ismail era stato arrestato durante un’incursione militare israeliana all’ospedale Al-Shifa. L’esercito lo aveva poi rilasciato.
Se fosse stato un membro di Hamas, non lo avrebbero mai rilasciato dopo averlo arrestato. Mai. Se avessero avuto anche il minimo dubbio, sospetto o informazione che fosse in qualche modo collegato ad attività militari a Gaza, non lo avrebbero lasciato andare.
Ismail fu rilasciato pochi giorni dopo l’arresto semplicemente perché sapevano che era un giornalista.
Non era stato arrestato perché appartenente ad Hamas, ma perché faceva il giornalista. E questo è ciò che raccontò ai suoi amici dopo essere stato liberato.
Gli interrogatori e le domande riguardavano sempre il suo lavoro e le storie a cui stava lavorando. Quando fu ucciso, fu ucciso per la stessa ragione.
Sul piano personale, trovo molto difficile credere che giornalisti come Ismail e altri miei amici fossero terroristi o attivisti militari, come sostengono queste accuse. Sul piano professionale, come giornalisti, possiamo verificare che queste persone non facevano parte di gruppi armati.
Credo che +972 sia stata tra le redazioni in prima linea nel pubblicare inchieste approfondite per mostrare le modalità con cui l’esercito israeliano prende di mira le persone.
E non si tratta soltanto di Hamas. Questo sistema ha consentito di colpire un numero enorme di civili, giornalisti, operatori sanitari e dipendenti pubblici.
Si dà per scontato che chiunque lavorasse a Gaza, chiunque avesse un impiego nella Striscia, appartenesse ad Hamas soltanto perché Hamas governava quel territorio. Ma il fatto che Hamas amministrasse Gaza non significa che migliaia di dipendenti fossero membri di quel gruppo armato.
È assurdo.
E, tra l’altro, l’esercito israeliano lo sa. Ma non voleva che le testimonianze venissero diffuse. Non voleva che si facesse giornalismo.
L’ho già detto in passato: non si uccide un giornalista perché si ritiene che stia facendo male il proprio lavoro.
Non si reprime un popolo perché è debole. Non si sgancia una bomba da mille tonnellate sul tetto dell’auto di un giornalista perché quel giornalista sta lavorando male.
Quello che queste persone facevano era mettere in discussione la narrazione militare secondo cui Gaza fosse un luogo da uccidere, colpire, incendiare e distruggere.
Credevano nella vita. Credevano che le persone meritassero di vivere, che le loro storie meritassero di essere raccontate e che le loro voci dovessero essere ascoltate dal mondo.
Soprattutto in un momento in cui l’esercito israeliano non permetteva ai media internazionali di entrare a Gaza.
Centinaia, persino migliaia, di giornalisti hanno cercato di entrare nella Striscia dal 7 ottobre. Ma i pochissimi a cui è stato consentito l’accesso erano accompagnati dall’esercito, potevano visitare soltanto luoghi prestabiliti e poi venivano fatti uscire.
Non erano liberi di lavorare in modo indipendente, né di svolgere il proprio mestiere con la libertà che avrebbero voluto.
I palestinesi, invece, hanno fatto il lavoro che doveva essere fatto. Ed è questo che dava fastidio.
Fare il giornalista non giustifica la tua uccisione.
Essere palestinese non giustifica la tua uccisione. Essere originario di Gaza non giustifica essere ucciso, né essere accusato di essere coinvolto in attività militari o terroristiche.
I giornalisti svolgevano il loro lavoro perché volevano fare i giornalisti.
Se colpisci un edificio in cui ci sono trenta o cinquanta persone, sostenendo di voler eliminare una persona specifica che si trova al suo interno, questo non significa che tutte le altre siano semplicemente «danni collaterali» o che dovessero morire.
È proprio questo che spaventa di più i palestinesi e i giornalisti: il rischio di trovarsi vicino a qualcuno che Israele considera una minaccia, un combattente o una persona da colpire, senza saperlo.
Può capitare di trovarsi semplicemente nella zona in cui cade una bomba e di perdere la vita per errore, colpiti da un attacco che, almeno in teoria, non era destinato a noi.
Abbiamo visto anche immagini in diretta di giornalisti presi di mira, riprese trasmesse mentre gli attacchi erano in corso.
Penso, per esempio, all’attacco israeliano contro il complesso medico Nasser, a Khan Yunis. Diversi giornalisti e soccorritori erano accorsi sul posto dopo un precedente bombardamento.
Le persone e le telecamere presenti appartenevano a organizzazioni giornalistiche come Associated Press, AFP e Reuters. Non erano militari.
Le redazioni e le agenzie per cui lavoravano lo hanno confermato. Hanno dichiarato: queste persone lavoravano per noi, queste telecamere erano nostre, questi reporter erano nostri collaboratori.
Eppure, la giustificazione addotta era che si trattasse di personale militare.
È una narrazione davvero assurda.
Alla fine, però, ciò che conta è che le persone guardino quello che è successo. Credo che la verità sia sempre lì, anche se è difficile pronunciarla, estremamente impegnativo raccontarla e molto rischioso farlo.
I giornalisti palestinesi a Gaza hanno avuto il coraggio di farlo. E continuano a farlo. Ci sono ancora persone a Gaza che svolgono questo lavoro.
Ghousoon Bisharat
Mohammed, uno dei pezzi più belli che abbiamo pubblicato su +972 negli ultimi tre anni è il tuo articolo intitolato Bearing Witness to Gaza as a Place of Life («Testimoniare Gaza come luogo di vita»).
In quell’articolo hai recensito e intervistato i tre curatori del libro Daybreak in Gaza: Stories of Palestinian Lives and Culture (L’alba a Gaza: storie di vite e cultura palestinesi).
Ricordavi ai lettori che Gaza non era soltanto una zona di guerra, ma una comunità fatta di cultura, famiglie e sogni.
Qual è l’unica cosa che vorresti che il mondo ricordasse di Gaza?
Mohammed Mhawish
Che Gaza esisteva prima di diventare una guerra.
Era un luogo abitato da persone, due milioni di esseri umani pieni di vita, nonostante le difficoltà e le circostanze straordinarie in cui erano costretti a vivere.
Ogni giorno le persone si svegliavano e si trovavano ad affrontare la versione peggiore degli stessi problemi, eppure continuavano a creare vita. Si sposavano, andavano all’università, studiavano, stringevano amicizie e cercavano di viaggiare quando era loro consentito.
Desideravano qualcosa che andasse oltre la guerra, la tragedia e le perdite che avevano segnato le loro vite.
Ancora oggi, credo che le persone continuino a sognare quella realtà. Sperano che un giorno Gaza possa essere libera e pacifica, un luogo in cui tornare semplicemente a godersi la vita e a vivere normalmente.
La maggior parte delle persone che vivono fuori da Gaza conosce la Striscia attraverso le esplosioni e i titoli dei giornali. Probabilmente sanno nominare un ospedale o un campo profughi perché è stato bombardato: è così che Gaza entra nelle notizie.
Ma Gaza è una delle città abitate ininterrottamente da più tempo al mondo, da migliaia di anni.
È stata un crocevia tra l’Egitto e il Levante. Imperi e civiltà sono passati attraverso Gaza.
Era un luogo bellissimo e cercava continuamente di restare tale, nonostante il blocco, le restrizioni e i limiti imposti alla vita quotidiana.
È questo che ho amato di Daybreak in Gaza. Sì, è un libro che documenta la guerra, ma i suoi curatori e autori hanno raccolto storie tratte dalla vita delle persone comuni, dai loro ricordi.
Quando li intervistai, emerse con forza quanto Gaza fosse piena di cultura, vita e speranza, nonostante tutto.
Speranza, nonostante tutto.
Le persone costruivano università, biblioteche, librerie e caffè.
Io amo il caffè. A Gaza City, almeno, c’erano tantissimi appassionati di caffè. Non so se lo sai, ma noi abitanti di Gaza, soprattutto quelli di Gaza City, amiamo davvero il caffè. Lo beviamo continuamente, tutto il giorno.
Anch’io ero uno di loro.
Avevamo tanti bei locali e, ogni volta che una delegazione internazionale o una persona straniera veniva a trovarci per lavoro o per qualsiasi altro motivo, cercavamo di portarla almeno in due o tre di quei caffè.
C’era il mare. Sono cresciuto molto vicino al mare e credo di essere stato fortunato ad aver vissuto in quell’ambiente, vicino alla spiaggia, a contatto con un modo di vivere fatto anche del lavoro quotidiano dei pescatori, che ogni mattina uscivano con le loro barche.
Questo accadeva anche quando il mare era pieno di imbarcazioni militari israeliane e navi della Marina che imponevano il blocco navale.
Ai pescatori era consentito pescare soltanto entro sei miglia nautiche dalla costa. Eppure, continuavano a farlo. Ogni mattina uscivano in mare e la sera tornavano con le reti piene.
Queste persone insistevano nel vivere e nel costruire una vita anche quando sembrava impossibile, anche quando era difficile immaginare qualcosa che andasse oltre la giornata in corso.
Continuo a pensare a Gaza com’era prima del 7 ottobre, ma penso anche a Gaza oggi.
Penso, per esempio, all’università. Ho studiato letteratura inglese a Gaza. Uno dei miei insegnanti, Refaat Alareer, è stato una delle persone che più hanno contribuito a formarmi come scrittore, giornalista e appassionato di letteratura, scrittura e poesia.
Penso ancora ai miei compagni di corso. Alcuni sono stati uccisi, altri sono stati costretti a partire per sopravvivere e ora vivono in esilio. Altri sono ancora lì.
Ma noi, come popolo, continuiamo a nutrire molta speranza.
Come giornalisti cerchiamo di essere realisti, ma continuiamo a sperare che un giorno, presto, Gaza possa tornare a essere ciò che era.
Ghousoon Bisharat
Forse è una buona nota con cui concludere.
Grazie, Mohammed, per il tempo che ci hai dedicato e per aver condiviso con me e con chi ci ascolta la tua esperienza e le tue riflessioni.
Tutti gli articoli menzionati in questa conversazione saranno disponibili nella descrizione dell’episodio.
Grazie ancora, Mohammed.
Mohammed Mhawish
Grazie mille, Ghousoon. Grazie per avermi invitato e per continuare a dare spazio a giornalisti e reporter come me e tanti altri, sia a Gaza sia fuori dalla Striscia.
Grazie per cercare sempre di raccontare le storie nel modo giusto e di dare voce a tutte quelle vicende che sarebbe impossibile raccontare senza la vostra piattaforma e senza il vostro sostegno.
Grazie.
Ghousoon Bisharat
Grazie.

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