Applicare il modello di Gaza al Libano… e ridisegnare il Sud

Articolo pubblicato originariamente su Raseef 22. Traduzione dall’arabo a cura della redazione di Bocche Scucite

Di Hassan Kanj

Dall’inizio dell’ultima guerra israeliana contro il Libano, il 3 marzo, con l’ingresso di Hezbollah nel conflitto in sostegno a Khamenei e la decisione di estendere la guerra fino a coinvolgere il Libano e Beirut, nonché con l’avvio di una vasta operazione terrestre israeliana nel Sud, il Paese è entrato in una nuova fase dei conflitti con Israele: un modello che non aveva precedenti nella storia delle guerre combattute sul territorio libanese.

La distruzione sistematica che sta colpendo il Sud del Libano non assomiglia più ai modelli di occupazione del passato, né all’occupazione dei villaggi di confine precedente al 2000. La questione non riguarda più soltanto una presenza militare israeliana in territorio libanese, ma la creazione di una realtà fondata sullo sfollamento totale della popolazione e sull’impedimento del ritorno delle comunità nei propri villaggi.

Ciò che sta accadendo è una progressiva eliminazione del tessuto urbano e dei mezzi di sostentamento, una sorta di “urbicidio”, che rende estremamente difficile qualsiasi ritorno futuro e apre la strada a un’occupazione di lungo periodo basata sul vuoto umano e urbanistico, nella quale diventa impossibile lo sviluppo di una resistenza locale.

In questo senso, la distruzione non è più una semplice conseguenza collaterale della guerra, ma uno strumento per consolidare il controllo e l’occupazione. Siamo di fronte a una trasformazione della fascia di confine e alla cancellazione di villaggi storici, in un contesto in cui la geografia stessa del confine viene ridisegnata con la forza. E ciò avviene sotto il titolo di “cessate il fuoco”, mentre Israele, dopo la devastazione di Gaza, sembra mostrare sempre meno attenzione — anche solo formale — verso il diritto e le convenzioni internazionali.

I limiti dell’equazione iraniana

Parallelamente emerge la fragilità della strategia basata sull’“appoggiarsi alla forza dell’Iran” in Libano. Questa impostazione, sostenuta da ambienti vicini all’asse della cosiddetta “resistenza” per giustificare l’allargamento del conflitto, si è rivelata finora poco fondata.

A Gaza, Hamas conduceva direttamente i negoziati facendo leva sulla propria posizione militare e politica sul terreno. In Libano, invece, esistono due tavoli negoziali paralleli: uno regionale, legato all’Iran, alla sua influenza e alle decisioni di Hezbollah; l’altro ufficialmente libanese, ma privo di una reale capacità di pressione sulla controparte.

Teheran, pur dichiarandosi favorevole a una soluzione diplomatica per il Libano, non fornisce nei fatti un sostegno militare in grado di modificare gli equilibri sul campo, nemmeno attraverso i propri alleati regionali, per imporre a Israele un costo significativo. Ciò avviene per evitare una nuova escalation e una riaccensione del conflitto regionale dopo il ritiro diretto dell’Iran dalla guerra.

L’assenza di un sostegno concreto a Hezbollah, insieme alla prosecuzione delle operazioni israeliane, dell’occupazione e della distruzione dei villaggi, trasforma il Sud del Libano in una carta di pressione nei negoziati regionali. Da una parte Israele continua la guerra nonostante si parli di possibili intese tra Stati Uniti e Iran; dall’altra continua a tradurre sul terreno le proprie ambizioni strategiche.

Mentre proseguono i negoziati con il Libano, Israele sfrutta il tempo per creare nuovi fatti compiuti. Inoltre, i negoziati legati all’Iran sembrano lontani da una soluzione stabile e più vicini a una gestione temporanea dell’escalation. Di conseguenza, il Libano viene lasciato al proprio destino nel mezzo di una guerra che si è trasformata in un conflitto di logoramento aperto tra Hezbollah e Israele.

Conseguenze che vanno oltre Hezbollah

Ciò che in Libano non è ancora pienamente compreso è che le conseguenze della guerra non riguardano più soltanto Israele e Hezbollah. Lo sfollamento degli abitanti del Sud e la cancellazione di alcuni villaggi non resteranno confinati alla sola comunità sciita, pur essendo questa quella che paga il prezzo più alto e immediato.

La trasformazione del Sud avrà ripercussioni sulla struttura demografica, economica, politica e sociale dell’intero Libano, soprattutto se dovesse consolidarsi il modello di aree devastate e invivibili per lunghi periodi.

L’esperienza di Gaza ha mostrato che la fine della guerra è stata possibile soltanto grazie a una forte pressione internazionale, elemento che oggi manca nel caso libanese e che consente a Israele di continuare a imporre nuove realtà sul terreno senza pagare un costo politico comparabile.

Per questo motivo, considerare la guerra come una questione che riguarda esclusivamente Hezbollah rappresenta una lettura limitata. Non si tratta di difendere il partito, ma di riconoscere che gli effetti del conflitto investono l’intero Stato libanese e la sua stabilità futura. Ciò non elimina, allo stesso tempo, la responsabilità di Hezbollah e dell’Iran nel percorso che ha condotto a questa situazione, soprattutto per aver legato il destino del Sud del Libano a equilibri negoziali regionali che sfuggono al controllo dei libanesi stessi.

Gaza come modello parallelo

Gaza rappresenta il modello più vicino per comprendere la possibile evoluzione della situazione in Libano. L’approccio israeliano al dossier libanese ricorda infatti, secondo l’autore, quello adottato a Gaza, sia nella gestione della guerra e dei negoziati sia nell’attuazione sul terreno attraverso distruzioni sistematiche e un conflitto permanente nel Sud, senza particolare riguardo per civili, giornalisti e operatori sanitari.

Se il modello di Gaza viene oggi riprodotto in Libano, gli esiti osservati nella Striscia possono offrire indicazioni sul futuro. A Gaza la guerra si è fermata solo dopo livelli enormi di devastazione, una forte crescita della pressione internazionale e un ampliamento del riconoscimento dello Stato palestinese. Tuttavia, anche dopo il cessate il fuoco, la realtà della distruzione e della vulnerabilità è rimasta.

Secondo l’autore, una parte di questo schema verrebbe oggi trasferita dal rapporto Hamas/Gaza a quello Hezbollah/Sud del Libano, sul piano politico, militare e negoziale. Inoltre, le discussioni statunitensi su possibili zone economiche a Gaza e nel Sud del Libano alimentano il timore che si voglia applicare un approccio analogo anche al territorio libanese.

La doppia negoziazione

Il nodo centrale resta la duplicazione dei processi negoziali. A Gaza, Hamas negoziava direttamente in base alla propria posizione sul terreno. In Libano, invece, convivono due negoziati distinti: uno regionale, collegato all’Iran e a Hezbollah, e uno ufficiale dello Stato libanese, che però non dispone di un controllo effettivo né sulla guerra né sul processo negoziale.

Israele sfrutta questa contraddizione per consolidare gradualmente nuovi fatti sul terreno, attraverso la prosecuzione delle distruzioni e la ridefinizione della fascia di confine. Così il Libano si trova in una posizione negoziale debole: non controlla pienamente né la guerra né la diplomazia, mentre il proprio territorio diventa uno spazio di attesa per dinamiche regionali più grandi delle capacità dello Stato libanese.

Nel frattempo, la distruzione continua a ridisegnare quotidianamente la realtà del Paese, con ogni casa demolita, ogni persona uccisa e ogni villaggio cancellato dalla propria esistenza storica.

Uscire dall’impasse

Il problema non è più soltanto la prosecuzione della guerra, ma il costo di una guerra senza prospettive. Ogni giorno aggiuntivo significa non solo più distruzione, ma anche il consolidamento di una nuova realtà imposta ai libanesi al di fuori della loro capacità di incidere sugli eventi.

Secondo l’autore, l’uscita dalla crisi non può basarsi sull’attesa, sull’idea di logorare Israele o sull’affidamento esclusivo ai negoziati regionali. Richiede invece una scelta interna chiara: interrompere la logica della guerra per procura e perseguire un cessate il fuoco effettivo che preservi almeno le condizioni minime per la ricostruzione del Sud e il ritorno dei suoi abitanti.

Tuttavia, anche questo non sarebbe sufficiente senza una reale pressione internazionale. L’esperienza di Gaza dimostrerebbe che la cessazione delle ostilità è stata possibile solo grazie a un’intensa mobilitazione diplomatica e politica. In assenza di una pressione analoga sul caso libanese, Israele può continuare a imporre gradualmente nuove realtà sul terreno senza affrontare costi politici significativi.

Da qui la conclusione dell’autore: fermare la guerra in Libano richiede sia una pressione interna sia un intervento internazionale concreto, accompagnato da un ruolo attivo della diaspora libanese sul piano mediatico e giuridico. In caso contrario, il Libano rischia di diventare semplicemente parte di un processo di ridefinizione regionale deciso da altri, anziché uno Stato capace di proteggersi e determinare il proprio futuro.

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