Articolo pubblicato originariamente su Palestine Deep Dive . Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite
La sopravvivenza fuori da Gaza era una menzogna
A un anno dalla mia partenza da Gaza in cerca di sopravvivenza e libertà, mi ritrovo invece a cercare di sopravvivere a un’occupazione mentale e a una morte emotiva. Disteso con il corpo fragile e tremante su un materasso logoro, sotto la mia coperta blu preferita, nella stanza degli ospiti di casa nostra, ho chiamato in video il mio amico Abdul-Ruhman Ismail per salutarlo e creare un ultimo ricordo prima di mettere piede fuori da Gaza per la prima volta nella mia vita. Era inconsolabile. Dietro la sua facciata allegra si nascondeva un oceano di dolore e perdita: era la prima volta in oltre dodici anni che saremmo stati separati.
«Ci vediamo tra un’ora e mezza alla rotonda [a Deir al-Balah], da dove partiremo insieme. Per ora passerò un po’ di tempo con la mia famiglia e preparerò le mie cose», gli ho detto prima di chiudere la chiamata.
Mia madre è venuta a sedersi accanto a me, cercando di rendere meno dolorosa la partenza. Il suo volto era pallido; i suoi occhi ardevano di tristezza e sofferenza. Non era più la madre che avevo conosciuto per tutta la vita. Le ho stretto forte la mano e, soffocando il dolore, ho detto:
«Me ne vado perché voglio vederti sempre al sicuro e felice. Non voglio più mettervi in pericolo. Andrò bene e ti prometto che ci rivedremo prima di quanto immaginiamo. Ti prego, non versare nemmeno una lacrima, perché se lo fai resterò.»
Lei ha risposto, con un’espressione spezzata:
«Che tu possa trovare pace e gioia nel tuo prossimo viaggio.»
Pochi minuti dopo, il suono delle esplosioni si è mescolato al richiamo della preghiera dell’alba. Sono rimasto fermo alla finestra, respirando la brezza dell’alba impregnata di polvere da sparo. Sapevo che sarebbe stata l’ultima volta, per un po’, che avrei sentito quei terribili suoni di morte a Gaza.
Il tempo scorreva veloce. Mia madre mi incalzava affinché mi preparassi. Ho preso le mie quattro penne, il taccuino da giornalista, due cambi di vestiti e i documenti personali, e li ho infilati nella borsa da viaggio. Ci era permesso portare soltanto una piccola borsa, anche se avrei voluto portare molto di più. Sentivo che gli oggetti di casa avrebbero potuto attenuare il peso di quell’esilio imposto. Ma l’occupazione voleva spogliarci di tutto.
Dire addio
Mi sono vestito, ho recitato la preghiera dell’alba e ho scattato fotografie con ogni membro della mia famiglia e in ogni stanza della nostra casa. Non avevo idea di cosa sarebbe successo dopo, ma cercavo di restare fiducioso. La nostra casa era gravida di un silenzio pesante mentre ci preparavamo all’ultimo — ma, speravo, non definitivo — addio.
La paura che l’occupazione potesse arrestarmi divorava i nostri cuori mentre abbracciavo tutti forte. Fuori ci aspettava il taxi che avevamo prenotato giorni prima per portarmi al punto di ritrovo in centro. Mio padre, due miei fratelli e i miei amici Khalid e Ismail sono venuti con me. Ho lanciato un lungo sguardo alla mia casa, al mio quartiere, agli ulivi e alle palme. Volevo imprimere quelle immagini nella memoria. Ho sussurrato a me stesso:
«Tornerò. Tornerò sicuramente.»
Mia madre è scesa le scale a piedi nudi, il velo appena poggiato sulla testa e gli occhi colmi di lacrime. L’ho guardata e ho ripetuto la promessa:
«Tornerò. Ti rivedrò presto. Voglio che tu sorrida, mamma.»
Ma dubito che riuscisse a distinguere il mio tentativo di sorriso attraverso i finestrini incrinati dell’auto e le sue lacrime.
Abbiamo raggiunto Ismail al punto di ritrovo e abbiamo scattato altre fotografie. Ci siamo scambiati risate e sorrisi, cercando di alleggerire l’atmosfera e negare l’enormità di ciò che stava accadendo. Poi sono salito sull’autobus che mi avrebbe portato fuori da Gaza per la prima volta nei miei ventidue anni.
Abbiamo attraversato la Palestina storica — la prima volta che vedevo con i miei occhi la mia patria occupata e profanata — fino al valico di Karm Abu-Salem, controllato da Israele, al confine con la Giordania. Lì ho trascorso la notte insieme ad altri palestinesi di Gaza, perlopiù studenti, ai quali era stata concessa la stessa opportunità che avevo avuto io: fuggire dal genocidio.
Il giorno seguente ho preso un volo per la Turchia, dove ho fatto scalo, prima di arrivare alla mia destinazione finale: Dublino, in Irlanda. Era il 18 aprile 2025.
Un adattamento forzato
In quel periodo il genocidio continuava. Ho vissuto tutto l’orrore sin dall’inizio — e a un certo punto ho smesso di sentirmi sano di mente. L’unico momento in cui mi sono sentito di nuovo me stesso è stato per un breve istante, quando è stato annunciato il cessate il fuoco dell’ottobre 2025.
Ma il processo di adattamento all’Irlanda non è stato facile. Anzi, adattarmi alla mia nuova esistenza è stato profondamente torturante. Parlare continuamente una lingua straniera, incontrare nuove persone e cercare di creare legami con loro, e sforzarmi di comprendere una cultura nuova e aliena, hanno prosciugato le mie energie emotive. In tempi normali tutto questo sarebbe stato entusiasmante, ma con il peso di una mente segnata dal trauma e la paura costante di ciò che poteva accadere alla mia famiglia e ai miei amici ancora a Gaza, è stata una lotta durissima.
In realtà, la mia mente e la mia anima non hanno mai lasciato Gaza. È stato solo il mio corpo a spostarsi. All’inizio c’è stato un breve momento in cui mi è sembrato di essere passato dall’inferno al paradiso, ma quell’euforia iniziale è svanita rapidamente.
Una delle cose che mi hanno aiutato ad andare avanti è stata la consapevolezza che dovevo continuare a difendere la mia patria e ad amplificare la voce del mio popolo, nonostante gli innumerevoli ostacoli. Sentivo questa responsabilità gravare pesantemente su di me, e non c’era tempo per riposare.
Ma, nonostante mi sia gettato nel lavoro e mi sia immerso nel movimento pro-Palestina in Irlanda, continuo ancora oggi a sentirmi un alieno. E in molti sensi lo sono davvero. Sono lontano dalla mia famiglia e sto cercando di orientarmi in una vita totalmente nuova e diversa. Allo stesso tempo, la mia missione è dimostrare a persone fatte della mia stessa carne e del mio stesso sangue che il mio popolo merita di vivere come loro, con dignità e diritti fondamentali. Questa missione non mi è mai sembrata normale — e naturalmente non dovrebbe esserlo.
Passeggiare per le strade di Dublino, fermarmi lungo il sinuoso fiume Liffey, contemplare la bellezza della città — nulla di tutto questo è riuscito a smuovermi o a distogliermi dal genocidio continuo del mio popolo. Cercavo disperatamente di rubare un momento di gioia o felicità, ma il mio cuore era spento. L’emozione dominante era — ed è ancora — il torpore. Quello che ho visto a Gaza sembra aver congelato il sangue nelle mie vene.
Ma ciò che mi ha ferito di più è stato osservare le persone intorno a me. Non riuscivo a comprendere come gli amici potessero passeggiare e ridere per strada, bevendo una Coca-Cola, mentre decine di migliaia di persone venivano massacrate a Gaza. Non riuscivo a capire come la gente potesse andare da McDonald’s a gustarsi un pasto mentre i bambini morivano di fame nella mia città natale, o come gli studenti universitari potessero tornare serenamente a casa dalle lezioni mentre tutte le università della Striscia erano state ridotte in macerie. Com’era possibile che tutti continuassero la propria vita come se nulla stesse accadendo?
Mi sono chiesto:
«Come e perché le persone riescono a fare questo? Tutte le proteste per la Palestina che vedo in TV e sui social sono solo una facciata? E se, Dio non voglia, uno dei loro cari venisse ucciso o ferito? Riuscirebbero comunque a vivere così?»
Una vita aliena
Non riuscivo a rispondere a queste domande, ma ero determinato a capire. Mentre il mio impegno per Gaza si intensificava, ho iniziato a parlare nelle enormi manifestazioni per la Palestina a Dublino e nelle conferenze di solidarietà in diverse città irlandesi. Ho persino visitato il Regno Unito e la Grecia, intervenendo anche online davanti a persone di vari Paesi, compresi americani e canadesi.
Gaza è dentro di me — e non riesco a fare a meno di confrontare il mondo esterno con casa mia. A Dublino, ogni mattina, le strade sono invase da persone che si stropicciano gli occhi dal sonno e corrono verso il lavoro. Autobus e treni trasportano studenti verso scuole e università, mentre i gabbiani stridono sopra l’acqua.
Non una sola volta ho visto un anziano o un’anziana trasportare qualcosa di pesante e qualcuno fermarsi ad aiutarli. Nessuno si è mai fermato in macchina per riaccompagnarmi a casa mentre ero intrappolato sotto un acquazzone. Raramente ho visto giovani prendersi cura dei propri genitori o accompagnarli. Non ho quasi mai visto genitori giocare con i figli o trascorrere abbastanza tempo con loro. Tutti sembrano occupati con i propri telefoni.
Gli anziani qui sono come foglie d’autunno: fragili e spezzabili. Gli adulti sono criceti che corrono in una ruota. I giovani vengono sfruttati come robot. I bambini sono cresciuti dagli schermi. Tutti sembrano impegnati a sopravvivere, ma non a vivere davvero.
Tutto ciò che vedevo era un favore o un servizio in cambio di denaro. Niente è gratuito. Queste scene mi hanno spezzato il cuore e aperto gli occhi sulle catene imposte dal capitalismo, che trasforma le persone in macchine individualiste e materialiste. Ho capito che le persone in Occidente sono fisicamente libere ma mentalmente occupate. Non riescono a pensare oltre la sopravvivenza e il guadagnare sempre più denaro.
La vera sopravvivenza
L’idea di “sopravvivenza” che avevo immaginato a Gaza era incompleta. Nessuno mi aveva detto che le persone devono lavorare dieci ore al giorno per sopravvivere, che passano anni a ripagare debiti, che sono intrappolate in una schiavitù invisibile o che vengono trascinate in prigione per aver criticato Israele o semplicemente espresso la propria opinione.
A Gaza ho sempre detto ciò che pensavo: ho denunciato i miei assassini e i loro complici e ho sostenuto il diritto del mio popolo all’autodifesa e alla resistenza ogni volta che potevo. Non ci ho mai pensato due volte, nonostante i bombardamenti continui sopra le nostre teste. Fuori da Gaza, invece, sono stato avvertito innumerevoli volte su ciò che avrei dovuto dire o su come avrei dovuto comportarmi. Prima del genocidio, nonostante il blocco devastante, una sola giornata di lavoro bastava a mantenere me e la mia famiglia per un intero mese, le cure mediche negli ospedali erano gratuite e le persone si fermavano spontaneamente ad aiutarmi senza chiedere nulla in cambio. Non perché le risorse fossero abbondanti, ma perché credevamo nella comunità e ci consideravamo un unico corpo.
Durante il genocidio ascoltavo i barbari parlare dei meriti della “civiltà” e i tiranni impartire lezioni sulla cosiddetta “democrazia”. Il mondo è sottosopra. Le nazioni che sostengono di rappresentare la democrazia e la civiltà compiono atti di terrorismo e barbarie orribili, incluso il genocidio, mentre le nazioni considerate “incivili” sono quelle che difendono davvero questi ideali.
*Abubaker Abed è un corrispondente di guerra per caso originario di Deir al-Balah, a Gaza. È stato catapultato in una zona di guerra in corso per documentare il genocidio. È giornalista e commentatore sportivo.

Sono vicina al popolo palestinese. Unità a voi nella preghiera. Soffro con voi. Quando finirà? Il mondo che conta e…
il soldato in questione è stato ricevuto in ambito isareliano in Italia credo anche una scuola ebraica a Milano ma…
[…] dalla “devastazione che si è dispiegata davanti agli occhi del mondo”. ( https://bocchescucite.org/difendere-la-dignita-e-la-presenza-del-popolo-di-gaza/ ) Mai così espliciti e rinunciando…
Grazie per il vostro coraggio Perché ci aiutate a capire. Fate sentire la voce di chi non ha voce e…
Vorrei sapere dove sarà l'incontro a Bologna ore 17, grazie