Articolo pubblicato originariamente su Palestine Deep Dive. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite
A Gaza, le famiglie si aggrappano alla fede e a fragili momenti di gioia mentre la guerra distrugge i rituali della vita quotidiana.
Le strade che un tempo erano piene di bambini con i palloncini e di famiglie che tornavano dalla preghiera del mattino oggi sono costeggiate da macerie, tende e volti affamati. L’odore che una volta annunciava l’Eid — la carne alla griglia condivisa tra vicini e parenti — è scomparso, sostituito dalla polvere, dal fumo e dal fetore della distruzione.
Per il terzo anno consecutivo, molti palestinesi di Gaza vengono privati non solo della sicurezza e della dignità, ma anche di due delle tradizioni più sacre dell’Islam: l’Hajj e il sacrificio dell’Eid.
In tutto il mondo musulmano, milioni di pellegrini si stanno radunando alla Mecca vestiti di bianco, nell’ihram, rispondendo alla chiamata di Dio con la talbiyah: «Eccomi, o Allah». Girano attorno alla Kaaba, sostano sul monte Arafat e pregano per il perdono, la misericordia e un nuovo inizio.
A Gaza, noi li guardiamo attraverso schermi di telefoni incrinati, sotto tende strappate.
Molti di noi non hanno nemmeno abbastanza cibo per sopravvivere, figuriamoci la possibilità di partire per il pellegrinaggio. La chiusura delle frontiere, l’assedio e la guerra hanno trasformato quello che dovrebbe essere un diritto religioso in un sogno impossibile.
Già negli anni precedenti al genocidio, i palestinesi di Gaza subivano pesantissime restrizioni alla libertà di movimento. Viaggiare per compiere l’Hajj dipendeva spesso da liste d’attesa, permessi e aperture dei valichi che potevano richiudersi senza preavviso. Gli anziani passavano decenni a mettere da parte denaro per “il viaggio della vita”, senza sapere se sarebbero mai riusciti a lasciare Gaza vivi.
Ora, dopo mesi di distruzione incessante, l’idea stessa dell’Hajj sembra ancora più lontana.
Intere famiglie che sognavano di compiere insieme il pellegrinaggio sono state sterminate. Le case dove parenti e amici si riunivano per festeggiare il ritorno dei pellegrini non esistono più. Alcuni, dopo anni passati a risparmiare per l’Hajj, hanno usato quei soldi per comprare pane, medicine o tende per sopravvivere.
Altri sono stati uccisi prima ancora che il loro nome venisse chiamato. Oggi, a Gaza, perfino il lutto è rimasto incompiuto.
Il sacrificio scomparso
L’Eid al-Adha dovrebbe commemorare il sacrificio, la fede e la misericordia. Tradizionalmente, le famiglie macellano una pecora e distribuiscono la carne ai parenti e ai poveri, affinché nessuno soffra la fame durante la festa.
Ma a Gaza ormai quasi non esistono più pecore da sacrificare.
La guerra ha devastato l’agricoltura e l’allevamento. I prezzi degli animali sopravvissuti sono diventati proibitivi già da molto tempo. Molte famiglie non mangiano carne da mesi. I bambini che un tempo aspettavano con entusiasmo il sacrificio dell’Eid oggi fanno interminabili file per l’acqua o per un sacco di farina.
Anche quest’anno, innumerevoli genitori inventeranno distrazioni per evitare che i figli chiedano perché non ci sia carne e perché non ci siano festeggiamenti.
La privazione è ancora più dolorosa perché l’Eid, a Gaza, non è mai stato soltanto cibo. Era comunità. Era lo scambio della carne tra vicini. Erano i nonni che riunivano i nipoti dopo la preghiera. Erano le donne che preparavano insieme i pasti fino a tarda notte, come la sumaqiyah. Era ascoltare i takbir riecheggiare dalle moschee prima dell’alba.
Ora molte di quelle moschee giacciono in rovina.
C’è una crudeltà particolare nell’essere privati non solo delle necessità della vita, ma anche dei rituali che rendono la sofferenza sopportabile.
A Gaza, la religione è diventata uno degli ultimi spazi in cui le persone cercano di aggrapparsi a un senso. Eppure anche il culto viene continuamente interrotto dall’assedio e dalla violenza. Preghiamo accanto alle distruzioni. Rompiamo il digiuno al suono dei droni. Celebriamo l’Eid contando i martiri durante il cosiddetto cessate il fuoco.
Il ritorno della vita
Eppure questo Eid porta con sé qualcosa di insolito per Gaza, dopo tanta devastazione: frammenti di vita che ritornano.
Le strade, sebbene ferite, sono di nuovo piene di movimento. Le luci tremolano tra i muri distrutti, le risate si alzano timidamente all’inizio, poi con crescente coraggio. Nell’aria convivono contraddizioni: la dolcezza dei maamoul appena sfornati si intreccia ancora con l’odore del fumo, la gioia sfiora il dolore, la speranza si fa strada attraverso la stanchezza. Non è un Eid perfetto. È qualcosa di molto più profondo: un Eid ostinato, che sfida tutto.
Per la prima volta dopo quello che sembrava un tempo infinito, abbiamo toccato di nuovo l’essenza della festa. Non completamente, non senza sofferenza — ma abbastanza da ricordarci chi siamo. I mercati aprono con una fragile determinazione. I venditori dispongono quel poco che hanno, trasformando la scarsità in abbondanza con la sola forza della volontà. Le famiglie passeggiano tra le bancarelle calcolando ogni moneta, ogni acquisto pesato non solo in denaro ma anche in dignità.
Il profumo del kahk e dei maamoul attraversa vicoli e porte sfondate. Le donne impastano con mani che hanno conosciuto sia la tenerezza sia la perdita, trasformando l’impasto in memoria, in continuità. Le ricette tramandate di generazione in generazione sono diventate qualcosa di più del cibo: sono diventate resistenza. Ogni dolce sembra sussurrare: siamo ancora legati a ciò che ci ha preceduti, e nessuna forza può spezzare quel filo.
Il ritorno della famiglia
Questo Eid porta con sé un dono raro e sacro: il ritorno dello stare insieme. Famiglie disperse dal genocidio e dallo sfollamento sono riuscite a ritrovarsi. Non tutte, non intere — ma abbastanza da riempire di nuovo case e tende di calore umano. L’abbraccio di una persona amata dopo mesi, a volte anni, di separazione aveva un peso che le parole non riescono a contenere.
L’Eid è diventato quasi una presenza fisica — qualcosa che si può sentire, annusare e quasi toccare. Vive nell’eco lontana dei takbir che si alzano dalle moschee danneggiate, nelle melodie che attraversano la notte, nel brusio della vita che ritorna, anche solo per poco, a un ritmo familiare.
Ognuno esprime la gioia a modo proprio, come se ogni sorriso fosse già di per sé un atto di guarigione. I bambini corrono tra le strade distrutte con abiti colorati che sfidano il grigiore attorno a loro. Le loro risate risuonano pure, leggere, quasi miracolose. Stringono cioccolatini e dolci come fossero tesori; la loro felicità è spontanea, la loro resilienza istintiva.
Ma il peso della realtà non ci ha mai davvero lasciati. Le strade, sebbene di nuovo vive, restano spezzate. I trasporti sono scarsi, gli spostamenti limitati non solo dalla distruzione ma anche dai costi insostenibili. I prezzi sono aumentati oltre ogni logica, trasformando i beni essenziali in un peso insopportabile.

Sono vicina al popolo palestinese. Unità a voi nella preghiera. Soffro con voi. Quando finirà? Il mondo che conta e…
il soldato in questione è stato ricevuto in ambito isareliano in Italia credo anche una scuola ebraica a Milano ma…
[…] dalla “devastazione che si è dispiegata davanti agli occhi del mondo”. ( https://bocchescucite.org/difendere-la-dignita-e-la-presenza-del-popolo-di-gaza/ ) Mai così espliciti e rinunciando…
Grazie per il vostro coraggio Perché ci aiutate a capire. Fate sentire la voce di chi non ha voce e…
Vorrei sapere dove sarà l'incontro a Bologna ore 17, grazie