Articolo pubblicato originariamente su Raseef 22. Traduzione dall’arabo a cura della redazione di Bocche Scucite
Di Hussein Al-Deek
Nel contesto dell’escalation delle politiche coloniali israeliane contro il popolo palestinese, l’approvazione della legge sulla pena di morte per i detenuti palestinesi rappresenta una svolta estremamente pericolosa, che va oltre il tradizionale concetto di punizione per trasformarsi in una vera e propria istituzionalizzazione della “gestione della morte”. Le carceri non sono più soltanto luoghi di detenzione, repressione e intimidazione, ma sono diventate, per decisione politica e militare, spazi dichiarati di eliminazione del corpo e dell’esistenza palestinese. Da questa prospettiva, il provvedimento smaschera la presunta narrativa democratica di Israele, ponendo la comunità internazionale di fronte alle proprie responsabilità giuridiche e morali nel fermare una ghigliottina legale diretta contro il movimento dei prigionieri palestinesi.
La legge sulla pena di morte per i palestinesi della Cisgiordania è entrata in vigore il 17 maggio 2026, dopo la firma dell’ordine militare necessario da parte del comandante del Comando Centrale dell’esercito israeliano, il generale Avi Blot, per applicarla nei territori palestinesi occupati. Il provvedimento stabilisce che: “Il tribunale militare competente nel giudicare terroristi i cui attacchi abbiano causato vittime mortali emetterà esclusivamente la pena di morte, salvo la presenza di circostanze eccezionali che giustifichino l’ergastolo”. Celebrando l’approvazione della misura, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato: “I terroristi che uccidono ebrei non siederanno comodamente in prigione: pagheranno il prezzo più alto”.
La legge era stata proposta dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ed è stata approvata il 30 marzo 2026 con 62 voti favorevoli contro 48. Essa prevede l’applicazione della pena capitale ai palestinesi accusati di aver compiuto operazioni che abbiano causato la morte di israeliani, prima di essere attuata tramite ordini militari. Il cuore della normativa consiste nel conferire ai tribunali militari israeliani il potere di emettere condanne a morte contro prigionieri palestinesi accusati di esercitare quello che il diritto internazionale riconosce come diritto alla resistenza contro l’occupazione.
Secondo il Centro israeliano d’informazione per i diritti umani B’Tselem, con questa legge Israele precipita “a un nuovo livello di degradazione nella disumanizzazione dei palestinesi”, codificando nel diritto statale trattamenti crudeli e legalizzando l’uccisione sistematica dei palestinesi. Sotto la guida degli attuali ministri, sostiene l’organizzazione, il sistema israeliano starebbe trasformandosi giorno dopo giorno in un apparato che normalizza l’uccisione, il ferimento e l’esecuzione delle persone come strumenti ordinari di punizione.
Legalizzazione e istituzionalizzazione del genocidio
“Questa legge costituisce una codificazione del genocidio e una pericolosa escalation: dal genocidio silenzioso nelle carceri dell’occupazione si passa a un genocidio pubblico coperto dalla legge. Le prigioni non sono più semplici centri di detenzione, ma veri spazi di violenza genocidaria nell’ambito di una guerra coloniale complessiva contro il popolo palestinese”, afferma Issa Qaraqe, ex presidente della Commissione per gli Affari dei Prigionieri e degli Ex Detenuti, in un’intervista a Raseef22.
Il Centro Adalah sottolinea che la legge modifica il codice penale israeliano consentendo anche ai tribunali civili di applicare la pena capitale nei casi di omicidio intenzionale motivato dal “negare l’esistenza dello Stato di Israele”, definendo inoltre le modalità di esecuzione: tutte le condanne dovranno essere eseguite tramite impiccagione.
L’aspetto più grave della legge, aggiunge il centro, è il suo carattere apertamente razzista e discriminatorio: essa si applica esclusivamente ai prigionieri palestinesi, mentre non riguarda soldati, coloni, secondini o investigatori israeliani responsabili di omicidi contro palestinesi. Si tratta, secondo Adalah, di una prosecuzione del regime di apartheid e della doppia struttura giuridica israeliana: un sistema civile per gli israeliani e tribunali militari per i palestinesi, nei quali il tasso di condanna raggiunge il 96%. La normativa si inserisce inoltre nella logica della Legge Fondamentale sullo Stato-Nazione, che riconosce il diritto all’autodeterminazione come esclusivo del popolo ebraico e nega l’esistenza del popolo palestinese sulla propria terra storica.
L’approvazione della legge è avvenuta in un clima celebrativo da parte dei ministri dell’estrema destra e dei parlamentari della Knesset. Il testo introduce una “pena di morte obbligatoria” tramite impiccagione per i prigionieri palestinesi accusati di aver ucciso israeliani. La sentenza potrà essere emessa a maggioranza semplice dei giudici, e non più all’unanimità, ed eseguita entro novanta giorni dalla decisione definitiva, senza possibilità di appello, ricorso o grazia.
L’organizzazione Addameer per i diritti dei detenuti e i diritti umani considera questa legge non un episodio isolato dell’occupazione, ma un nuovo strumento di persecuzione contro i palestinesi. Carceri, campi di detenzione e centri di interrogatorio israeliani sarebbero ormai diventati uno dei principali teatri del genocidio praticato contro il popolo palestinese.
La riscrittura dell’ordine giuridico
Secondo il Centro Palestinese per gli Studi Israeliani, l’architettura legale israeliana che governa i palestinesi è un’estensione diretta del sistema coloniale britannico, in particolare dei cosiddetti “Regolamenti di Difesa (Emergenza) del 1945”, in vigore durante il Mandato britannico e successivamente incorporati da Israele nel proprio ordinamento dopo il 1948, per poi essere riprodotti in Cisgiordania e Gaza attraverso il sistema di ordini militari imposto dopo l’occupazione del 1967.
Ci troviamo probabilmente davanti al momento più pericoloso nella storia del movimento dei prigionieri palestinesi: Israele, sostengono gli osservatori, cerca oggi una forma di vendetta politica attraverso l’esecuzione capitale, in un contesto di totale erosione delle garanzie di giusto processo.
Per Adalah, la legge “istituzionalizza un quadro giuridico discriminatorio che consente di imporre la pena di morte esclusivamente ai palestinesi”, creando due percorsi distinti per la sua applicazione: uno rivolto ai cittadini palestinesi di Israele e l’altro ai palestinesi dei territori occupati dal 1967. In base al diritto militare israeliano applicato in Cisgiordania, il progetto impone una pena di morte quasi automatica per i palestinesi condannati per omicidi classificati come “atti terroristici” dalla legislazione israeliana, consentendo al tribunale di discostarsi da questa linea solo in circostanze eccezionali non meglio definite.
La legge, inoltre, finisce per legittimare le esecuzioni extragiudiziali già praticate nei territori occupati, trasformando l’uccisione e l’esecuzione in strumenti apertamente accettati sia dall’opinione pubblica israeliana sia davanti alla comunità internazionale.
Il crollo della narrativa israeliana
In un’intervista a Raseef22, Hilmi al-Araj, direttore generale del Centro “Hurriyat” per la difesa delle libertà e dei diritti civili, afferma che questa legge rappresenta “il momento del crollo e dello smascheramento della narrativa israeliana”, quella che per decenni ha descritto Israele come “un’oasi di democrazia” in Medio Oriente e come “l’unica democrazia della regione rispettosa dei diritti umani”. Secondo al-Araj, il provvedimento mostra invece al mondo uno Stato che legalizza l’uccisione organizzata e pratica l’apartheid.
Ricorrendo a quella che definisce una forma di “barbarie giuridica”, guidata dalle logiche della coalizione di governo e dalla competizione elettorale costruita sul sangue palestinese, Israele starebbe offrendo ai palestinesi e alle organizzazioni per i diritti umani una base legale forte per internazionalizzare il caso e perseguire l’occupazione davanti ai tribunali internazionali, inclusi la Corte Internazionale di Giustizia e la Corte Penale Internazionale.
Dalla gestione della detenzione alla gestione della morte
“Questa legge segna il passaggio dalla gestione della detenzione e della tortura alla gestione della morte”, afferma Dimitri Diliani, portavoce della Corrente della Riforma Democratica di Fatah. “Siamo davanti a una struttura coloniale in cui l’esecuzione diventa parte integrante della dottrina politica israeliana e strumento razzista di vendetta collettiva”.
Secondo Diliani, il punto più pericoloso consiste nella trasformazione della pena di morte in uno strumento ufficiale e permanente del sistema coloniale israeliano. La Knesset, in quanto parlamento dello Stato occupante, impone infatti leggi israeliane a un popolo palestinese che non possiede cittadinanza israeliana e vive sotto occupazione militare. In questo quadro, Israele utilizza il proprio parlamento per legalizzare l’uccisione e poi consegna i palestinesi a tribunali militari controllati dall’esercito stesso, in una delle forme più estreme di violenza giuridica contemporanea.
Critiche internazionali e timori crescenti
Da parte sua, Human Rights Watch ha ribadito la propria opposizione alla pena di morte in ogni circostanza, definendola una pratica “intrinsecamente crudele e irreversibile”, e ha descritto la legge israeliana come discriminatoria, poiché amplia l’applicazione della pena capitale ai reati legati al terrorismo.
Questo provvedimento mette in luce il fallimento delle opzioni securitarie dell’occupazione e il ricorso a una “ferocia legale” come strumento per compensare l’incapacità di imporre la sconfitta ai palestinesi. La trasformazione dell’“eccezione” giudiziaria militare in una regola obbligatoria di esecuzione capitale, decisa a maggioranza semplice e senza diritto di appello, rappresenta secondo molti osservatori una demolizione totale dei principi del giusto processo e la trasformazione dei tribunali in strumenti politici di esecuzione.
Allo stesso tempo, questa escalation rischia di collocare Israele in rotta di collisione diretta con il diritto internazionale e con le Convenzioni di Ginevra, offrendo ai palestinesi e alle organizzazioni per i diritti umani nuovi strumenti per chiedere sanzioni e pressioni internazionali volte a sospendere e abolire quella che definiscono una legge apertamente razzista.

Sempre ho nel cuore il popolo palestinese. Anch'io dico: Signore fino a quando?". Perché nessuno dei potenti parla? Perché si…
Sono vicina al popolo palestinese. Unità a voi nella preghiera. Soffro con voi. Quando finirà? Il mondo che conta e…
il soldato in questione è stato ricevuto in ambito isareliano in Italia credo anche una scuola ebraica a Milano ma…
[…] dalla “devastazione che si è dispiegata davanti agli occhi del mondo”. ( https://bocchescucite.org/difendere-la-dignita-e-la-presenza-del-popolo-di-gaza/ ) Mai così espliciti e rinunciando…
Grazie per il vostro coraggio Perché ci aiutate a capire. Fate sentire la voce di chi non ha voce e…