Articolo pubblicato originariamente sul Manifesto.
Di Michele Giorgio
L’esercito di Tel Aviv caccia centinaia di famiglie palestinesi, Farsh al Hawa come la Striscia
Migliaia di israeliani si sono riuniti ieri in piazza degli Ostaggi a Tel Aviv per una protesta antigovernativa, a tre giorni dalle elezioni. Ma non erano lì per chiedere al governo di estrema destra e religiosa di fermare le ruspe dell’esercito, impegnate a infliggere una tremenda punizione collettiva a centinaia di famiglie palestinesi di Hebron in rappresaglia per l’uccisione, venerdì, di due soldati israeliani. E neppure per chiedere al premier Benyamin Netanyahu di fermare i coloni israeliani che aggrediscono senza sosta i palestinesi e distruggono le loro proprietà in Cisgiordania, anche in queste ultime ore. Tanto meno per invocare la fine dell’assedio di Gaza, devastata dall’offensiva militare israeliana che non si è arrestata del tutto durante un anno di tregua ufficiale. Dei palestinesi sotto occupazione non importa a nessuno, o quasi, in Israele, nemmeno prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.
LA LORO CONDIZIONE e il loro destino è stato ignorato dalla campagna elettorale. E a molti israeliani vanno bene anche le pesanti ritorsioni contro civili di Hebron estranei all’attacco, annunciate due giorni fa da Netanyahu. Anzi, forse aiuteranno il premier a raccogliere qualche voto in più martedì. L’October Council ha organizzato il raduno di ieri sera per ribadire che «tra tre giorni voteremo per una Commissione d’inchiesta statale», chiamata a indagare sul fallimento di tre anni fa, quando il premier, le forze armate e l’intelligence furono colti di sorpresa dall’attacco del movimento islamico nel sud di Israele.
Eppure, Tel Aviv dista poche decine di chilometri da Hebron, dove almeno 250 famiglie palestinesi sono state costrette dai soldati israeliani ad abbandonare le proprie abitazioni in pochi minuti, portando con sé soltanto poche cose. L’evacuazione forzata è cominciata nella notte tra venerdì e sabato nei quartieri di al-Jalda e Deir Baha, tra le aree più densamente popolate della città, dove vivevano i due palestinesi armati che hanno sparato contro i soldati prima di essere uccisi a loro volta. Spinto anche da ragioni elettorali, Netanyahu aveva subito annunciato una rappresaglia durissima contro i quartieri in cui abitavano i due uomini, oltre al completo isolamento di Hebron e a una vasta operazione militare in Cisgiordania. A queste minacce si sono aggiunte quelle del ministro Bezalel Smotrich e l’avvertimento del suo collega alla Difesa, Israel Katz, secondo cui a Hebron sarebbe stato applicato il «modello Jenin e Tulkarem», le città i cui campi profughi sono stati devastati e sfollati dall’esercito israeliano.
«La gente scappa, viene cacciata via mentre stiamo parlando», raccontava ieri al manifesto Issa Amro, storico attivista palestinese di Hebron. «Sono circa 500 le famiglie che gli israeliani intendono cacciare via e il rischio che le loro abitazioni vengano demolite è molto alto. Tra gli sfollati c’è anche mia sorella, Hayat Amro». Alcune famiglie hanno trovato accoglienza in un centro predisposto dal Comune, altre si sono rifugiate presso parenti. Molte altre hanno trascorso la notte per strada.
INTANTO, le demolizioni proseguono. «Nei due quartieri, un’area di 35 ettari, sono stati abbattuti almeno cinque appartamenti e una palazzina. Nell’area di Farsh al Hawa, dove è avvenuta la sparatoria, oltre agli edifici residenziali ci sono attività commerciali e laboratori artigiani. Diverse strutture sono già state distrutte e altre danneggiate. Sono a rischio un centinaio di negozi». L’Amministrazione civile, un dipartimento delle forze armate israeliane, ha confermato decine di demolizioni programmate a Farsh al Hawa. Tre edifici erano già destinatari di ordini di abbattimento precedenti all’attacco di venerdì. «Non sappiamo nulla della nostra casa. I soldati ci hanno ordinato urlando di lasciarla subito, facendoci capire che sarebbe stata distrutta. Ci sono altre famiglie nelle nostre stesse condizioni. Non so come faremo», ha raccontato Fatma al Jabari, che vive a Farsh al Hawa con il marito e i figli. Con lo sguardo perso nel vuoto, ha descritto una zona che, ricoperta di macerie e detriti, ieri ricordava Gaza.
La tensione non riguarda soltanto l’assedio imposto dall’esercito. Sono proseguiti anche gli attacchi dei coloni contro i contadini palestinesi. Aggressioni che hanno provocato il ferimento di alcuni agricoltori sono state segnalate a ovest di Gerusalemme, a Beit Iksa, e a sud di Ramallah, dove i coloni hanno attaccato i palestinesi impegnati nella raccolta delle olive. Alla periferia del villaggio di Sinjil, altri raccoglitori sono stati costretti ad abbandonare i propri terreni. Le violenze arrivano il giorno dopo la notizia, data dallo stesso ministro Smotrich, della creazione di tre nuovi avamposti coloniali israeliani.
L’AUTORITÀ NAZIONALE palestinese (Anp) guidata da Abu Mazen ha condannato la punizione collettiva inflitta alla popolazione di Hebron. Ma le dichiarazioni non bastano a placare la preoccupazione che si respira nelle strade delle città e dei villaggi cisgiordani. I timori non riguardano soltanto quanto sta accadendo a Hebron, ma anche il ripetersi di ciò che è già successo agli oltre 30mila palestinesi sfollati dai campi profughi di Tulkarem e Jenin. A inquietare è quanto potrebbe accadere dopo le elezioni israeliane. «Ci aspettiamo un’ondata di attacchi e aggressioni senza precedenti se i coloni non avranno più il loro governo al potere. A scatenarla potrebbero essere proprio i loro rappresentanti politici, dentro e fuori dal governo», ci spiega l’analista Hamada Jaber, di Ramallah.
TRA I PALESTINESI è scarso l’interesse per il risultato delle elezioni israeliane. In caso di vittoria dell’opposizione anti-Netanyahu, «nessuno si aspetta cambiamenti significativi», aggiunge Jaber. Allo stesso tempo, sottolinea, «il palestinese comune si augura che finisca il governo israeliano in carica, il più brutale e il più pericoloso dal 1967». Abu Mazen e il suo vice Hussein al-Sheikh, invece, sperano in una vittoria del blocco guidato dall’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot. «Ritengono che con Eisenkot alla guida del governo, Israele interromperà il boicottaggio totale dell’Anp e riaprirà i contatti». Netanyahu, dal canto suo, ha già annunciato che riserverà all’Anp una «grande sorpresa».

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