Articolo pubblicato originariamente su Raseef 22. Traduzione dall’arabo a cura della redazione di Bocche Scucite
Di Mahmoud Mushtaha
Poco prima dell’alba, Abir Skik si voltò verso suo marito, Ali al-Qattaa, e disse che quello sarebbe stato il giorno in cui avrebbero trovato loro figlio. Ali annuì in silenzio, e lei gli porse un fascio di volantini. In ciascun volantino appariva Hasan, il loro figlio sedicenne, con la sua maglietta rossa, sorridente, mentre guardava l’obiettivo senza timore. In cima alla pagina, Abir aveva stampato una sola parola, nel colore della sua maglietta: “Appello”.
Abir osservò il marito mentre saliva in macchina insieme ai suoi amici per percorrere trenta chilometri verso sud, dal quartiere al-Tuffah, a est della città di Gaza, fino all’Ospedale Europeo di Gaza a Khan Younis; erano spinti dalle notizie sul rilascio di un gruppo di detenuti lì, tra cui dei bambini.
Al cancello dell’ospedale, le famiglie si accalcavano spalla a spalla, avvolte nelle coperte per proteggersi dal freddo, aggrappate alle fotografie e ai documenti d’identità che stringevano tra le mani. Ali distribuì i volantini ai suoi amici e, con l’arrivo degli autobus dei detenuti rilasciati, iniziarono a farsi strada lentamente tra la folla in attesa.
Mentre i giovani appena liberati tornavano tra le braccia delle loro famiglie, Ali rimaneva in attesa della fine di ogni abbraccio per chiedere: «Avete visto mio figlio?». Uno dopo l’altro, scuotevano la testa in segno di diniego. La gente si disperse, e Ali non tornò a casa prima delle due del mattino. Abir lo vide posare le fotografie sul tavolo, con lo sguardo smarrito, come se fosse entrato in una casa estranea e non nella sua. Erano passati dieci mesi dall’ultima volta che loro figlio era stato con loro.
Prima del 7 ottobre, e prima che una commissione delle Nazioni Unite e un gruppo di organizzazioni per i diritti umani palestinesi e internazionali concludessero che Israele stava commettendo un genocidio a Gaza, la vita di Abir ruotava attorno a Hasan. Si svegliava alla stessa ora ogni mattina, mangiava gli stessi cibi nello stesso ordine e aveva bisogno che la casa fosse sistemata in un modo preciso: il pavimento lavato, il tavolo pulito dopo ogni pasto.
I colpi di mortaio sono stati la prima cosa a sconvolgere Hassan, un ragazzo di 16 anni a cui era stato diagnosticato un disturbo dello spettro autistico. Ad ogni esplosione, si portava la mano tremante sul petto e sussurrava: «Mamma, ho paura. Toccami il cuore». Poi sono arrivate quattro volte l’esilio, che lo hanno distrutto. A due anni dalla sua scomparsa, i suoi genitori, Ali e Abeer, non sanno se sia vivo o morto, vista la difficoltà di ottenere informazioni sui prigionieri nelle carceri israeliane e di recuperare i corpi dei martiri senza identità o tratti distintivi.
Quando aveva undici mesi, i genitori si accorsero che non riusciva né a gattonare né a stare seduto, e che non emetteva i vocalizzi che sua sorella faceva alla stessa età. Dopo un lungo percorso di valutazioni mediche, a cinque anni a Hasan venne diagnosticato un disturbo dello spettro autistico. Abir racconta che Israele respinse la richiesta della famiglia di farlo curare fuori da Gaza; così iniziò lei stessa a informarsi e a imparare tecniche terapeutiche, a costruire una routine comportamentale e a gestire il sovraccarico sensoriale.
Ali e Abir organizzarono la quotidianità di Hasan attorno a sicurezza, ripetizione e momenti di gioia. Rideva quando il padre giocava con lui e gli spruzzava l’acqua nel modo che preferiva; poteva passare ore a sfogliare riviste, soffermandosi sulle immagini dei menu dei ristoranti, e amava sedersi sui cuscini morbidi accanto alla madre. Abir dice: «Dicevo di avere quattro occhi: i miei e i suoi. Ma i miei non dormivano mai».
I bombardamenti furono la prima cosa a metterlo a dura prova. A ogni esplosione si portava la mano tremante al petto e sussurrava: «Mamma, ho paura. Mi ha toccato il cuore». Poi fu lo sfollamento a spezzarlo: in tutte e quattro le volte in cui furono costretti a lasciare casa, gridò: «Perché vuoi farmi uscire da casa nostra? Io non voglio andare via. Voglio il mio letto». Hasan, che non sopportava di restare senza lavarsi nemmeno per poche ore, trascorse dieci giorni interi senza riuscire a fare un bagno. Un giorno, mentre si rifugiavano a casa di parenti, seguì la madre con una piccola bottiglia d’acqua in mano, supplicandola di potersi lavare.
Nell’aprile 2024 ormai tutto scarseggiava, e la fame si aggravava con il blocco delle forniture alimentari, al punto che anche l’acqua potabile era diventata un bene raro. Abir perse circa 18 chili. Pochi giorni prima della scomparsa di Hasan, il ragazzo esplose contro la madre per la mancanza di cibo: non c’era altro che un impasto secco chiamato “pane”, fatto con semi destinati al mangime animale e dall’odore sgradevole. Hasan non riusciva a capire perché mancassero pane, riso, latte e carne. Fissò ciò che gli era stato messo davanti, poi lo spinse via gridando: «Che cosa mi state dando da mangiare?». A un certo punto, sopraffatto, rovesciò il tavolo e corse fuori.
La sua confusione aumentava sempre di più, finché un giorno prese la bicicletta e la portò fuori. Aveva imparato a usarla prima della guerra e si allenava nel vicolo sotto casa. Con il tempo, la bicicletta era diventata parte della sua routine: i vicini erano abituati a vederlo percorrere sempre lo stesso tragitto, fermarsi negli stessi punti, muoversi nel quartiere che conosceva, sentendosi al sicuro.
Dopo che Hasan uscì in bicicletta nel pomeriggio, Abir pensò che sarebbe tornato nel giro di pochi minuti, come faceva sempre. Ma passarono dieci minuti, poi trenta, e con l’avvicinarsi della sera la luce cominciò a calare. Ali uscì a cercarlo nelle strade vicine, mentre Abir rimase in casa con gli altri quattro figli, divisa tra la porta e la finestra, in ascolto di ogni rumore di passi, telefonando a vicini e parenti nella speranza di avere notizie.
Con il calare della notte, senza elettricità, il buio scendeva in fretta e le strade si svuotavano, nel timore dei bombardamenti notturni. I vicini dissero di non aver visto Hasan, e nessuno ricordava il passaggio di un ragazzo in bicicletta. Ali rientrò per un momento, poi uscì di nuovo, ripercorrendo i luoghi abituali di Hasan: il vicolo stretto accanto al palazzo, la strada secondaria, più tranquilla.
Prima della guerra, Hasan si muoveva per le strade di Gaza con sicurezza, come se ne avesse una mappa impressa nella mente: sapeva raggiungere le case dei parenti, i negozi, i caffè familiari, seguendo percorsi che conosceva a memoria. Ma le strade non erano più le stesse: interi quartieri rasi al suolo, edifici crollati a bloccare i passaggi, e la città divisa in due da un posto di blocco militare israeliano lungo la via al-Rashid, che separava il nord dal sud.
Abir dice che «è come se la terra si fosse aperta e lo avesse inghiottito».
Quello che seguì non fu tanto un’indagine, quanto un vagare senza sbocchi, lo stesso in cui oggi si ritrovano migliaia di famiglie a Gaza: senza una verità a cui aggrapparsi sul destino dei loro cari scomparsi, e con pochissime risposte da parte delle autorità.
I dispersi di Gaza hanno storie diverse: c’è chi è stato portato via durante le incursioni nelle case, chi è sparito ai posti di blocco o nei punti di distribuzione degli aiuti, chi è stato usato come scudo umano — pratiche che Israele nega. Alcuni sono finiti in centri di detenzione non ufficiali, dove non si sa nulla di chi sia vivo, morto o ancora detenuto. Altri sono letteralmente svaniti sotto la potenza delle esplosioni, senza lasciare un corpo da recuperare. In altri casi, i vicini hanno seppellito in fretta i morti per proteggerli dagli animali randagi, senza alcuna registrazione. Molti non sono mai arrivati agli obitori né negli ospedali: i loro nomi non compaiono né tra le vittime, né nei registri carcerari o anagrafici.
Semplicemente, sono scomparsi.
E non si tratta di una conseguenza inevitabile della guerra: nella maggior parte dei conflitti moderni, anche i corpi non identificati vengono prima o poi restituiti alle famiglie grazie ai sistemi di riconoscimento e alle indagini forensi. È un processo lungo e imperfetto, ma sostenuto da una rete internazionale che mette a disposizione gli strumenti necessari. A Gaza, invece, per anni questi strumenti essenziali sono stati sistematicamente negati.
Quando Israele impose il blocco su Gaza nel 2007, incluse tali strumenti tra quelli considerati “a duplice uso”, cioè potenzialmente impiegabili anche a fini militari: apparecchi per l’analisi delle tossine, test genetici e del DNA, fino agli scanner per le impronte digitali e ai sistemi biometrici. Il quadro è reso ancora più opaco dalla mancanza di trasparenza: anche se esiste una lista ufficiale dei materiali vietati, questa viene modificata continuamente e le versioni pubbliche non vengono aggiornate da anni. Inoltre, oltre ai singoli prodotti, vengono vietate intere categorie con definizioni vaghe, come “attrezzature per le comunicazioni”.
Oggi, in mezzo a una mortalità così diffusa, è praticamente impossibile identificare i corpi senza nome tramite il DNA. Il governo israeliano ha inoltre sospeso i meccanismi che permettevano alle famiglie di riconoscere i propri cari detenuti e ha impedito al Comitato Internazionale della Croce Rossa di visitare i prigionieri, in violazione delle Convenzioni di Ginevra. Allo stesso tempo, controlla ampie zone di Gaza, impedendo ai palestinesi di accedervi e di recuperare i corpi sotto le macerie o nelle fosse comuni. Nelle aree in cui le autorità locali riescono a seppellire i morti, spesso i corpi vengono interrati prima di poter raccogliere campioni biologici, e talvolta senza alcuna registrazione.
In questo contesto, con i sistemi ufficiali di documentazione ormai collassati, nessuna istituzione è in grado di stabilire con certezza il numero dei dispersi. Il Ministero della Salute di Gaza parla di oltre 9.500 persone scomparse; il Centro palestinese per i dispersi e le sparizioni forzate ne stima circa 9.000; il Comitato Internazionale della Croce Rossa riferisce di aver ricevuto quasi 11.500 richieste di ricerca, circa la metà delle quali ancora senza risposta. Tutte queste cifre, però, sono considerate incomplete.
Secondo un’indagine condotta a gennaio dall’Istituto per il Progresso Sociale ed Economico in Palestina (ISEP), il numero dei dispersi potrebbe essere compreso tra 14.000 e 15.000 persone, su una popolazione di circa due milioni.
Per le famiglie, questa sospensione si traduce in un’esperienza estenuante e rischiosa. Nonostante i bombardamenti quotidiani, Ali e Abir continuano a spostarsi tra macerie, centri di accoglienza e ospedali, cercando chiunque possa aver visto un ragazzo in bicicletta.
«Abbiamo pubblicato post, contattato attivisti sui social, avvisato i media, stampato manifesti», racconta Abir. Hanno seguito ogni voce, ogni possibile pista, alla ricerca di un testimone. Ma senza risultati. «Non abbiamo trovato nessuna traccia, in tutta la città», aggiunge amaramente.
A quasi due anni dalla scomparsa di Hasan, Abir non ha ancora ricevuto alcuna comunicazione ufficiale sul suo destino: non è stato dichiarato morto, né confermato in vita, né riconosciuto come detenuto. Di lui restano solo frammenti: una foto, un foglio ingiallito, il ricordo di una bicicletta che sparisce in fondo alla strada. Il suo nome compare ogni tanto in canali informali, per poi svanire di nuovo. Abir non parla più di lutto, ma di qualcosa di diverso, sospeso, simile a una pena senza fine. «Questa condizione ti paralizza la mente», dice.
Pochi giorni dopo la scomparsa, Ali andò a cercarlo all’ospedale al-Shifa. Le famiglie si accalcavano agli ingressi, in attesa di poter entrare a cercare i propri cari.
I corridoi erano pieni di corpi avvolti in coperte e teli di plastica; quando gli obitori erano saturi, alcuni venivano sistemati nei congelatori per alimenti. L’aria era pesante, impregnata di disinfettante e dell’odore dei corpi in decomposizione; il pavimento viscido, tra acqua, sangue e residui che i lavaggi frettolosi non riuscivano a portare via.
Alcuni erano arrivati per cercare i propri cari tra i cadaveri, mentre altri restavano pietrificati, osservando in silenzio. Non c’era privacy, né un ordine stabilito; solo l’urgenza governava la situazione. Il compito superava ormai le capacità del personale medico, così gli uomini iniziarono a sollevare i teli da soli, rivelando arti, corpi e volti bruciati o martoriati a tal punto che non restava più nulla di riconoscibile. Le famiglie cercavano segni distintivi: un neo, una cicatrice, i denti o brandelli di vestiti. A volte, qualcuno interrompeva i propri parenti e li trascinava via per impedire loro di esaminare i resti, perché avevano già visto più di quanto fosse possibile sopportare.
Alì si muoveva tra quei corpi senza fermarsi troppo a lungo: guardava, cercava di comprendere ciò che vedeva, poi andava oltre. Quando tornò a casa, crollò per la prima volta da quando si era sposato. Abeer racconta:
«Era come se avessi già un peso enorme sulle spalle e all’improvviso ne arrivasse un secondo. Avevo paura di piangere davanti a suo padre, temevo che potesse crollare tra le mie braccia… di perdere mio figlio e anche suo padre».
All’ospedale Al-Shifa — lo stesso luogo dopo il quale Alì è crollato — Khalil Hamada, 53 anni, dirige il reparto di medicina legale dal 2022. Quando lo contattai per la prima volta, viveva in una tenda dopo essere stato sfollato dalla sua casa nel quartiere al-Jalaa, a ovest della città di Gaza. Mi disse, durante una conversazione nel febbraio scorso:
«Il mio cuore si spezza ogni giorno. Le persone vengono da noi cercando i loro cari. Migliaia di famiglie vogliono una sola cosa: poter seppellire un padre, una madre o un fratello con dignità, avere un luogo per il lutto… e io non riesco ad aiutarle».
Nel corso della storia, le guerre hanno costretto le società a inventare modi per identificare le vittime. La stessa scienza forense nasce dai conflitti: uno dei primi casi documentati risale al 1776, quando Paul Revere riuscì a identificare il corpo di un soldato grazie a una protesi dentaria che lui stesso aveva realizzato. Da allora, la domanda fondamentale — “chi è questa persona?” — ha guidato lo sviluppo delle tecniche forensi, dai registri dentali alle impronte digitali, fino al DNA e ai dati biometrici.
Ma a Gaza questo progresso è stato di fatto negato. I corpi arrivano ad Hamada in condizioni che rendono quasi impossibile qualsiasi analisi scientifica: completamente carbonizzati, ridotti in frammenti sotto le macerie, oppure riesumati dopo giorni o settimane da fosse comuni o temporanee, quando ogni possibilità di riconoscimento visivo è ormai svanita. Eppure, l’identificazione si basa ancora in gran parte sull’osservazione diretta.
Hamada spiega che, in un sistema funzionante, quando i metodi più semplici falliscono, si ricorre all’analisi genetica e al confronto con database contenenti campioni familiari, impronte, registri dentali e archivi civili nazionali — procedure standard riconosciute a livello internazionale. Tuttavia, a Gaza manca tutto questo. Per decenni, le autorità israeliane hanno impedito la creazione di un laboratorio forense, classificando le attrezzature necessarie come materiali proibiti.
Il settore sanitario ha più volte chiesto aiuto a organizzazioni internazionali come l’Organizzazione Mondiale della Sanità e la Croce Rossa per ottenere strumenti adeguati, ma senza successo.
Nel gennaio 2024, durante una breve tregua, un esperto di medicina legale dell’Università di Oslo è riuscito a entrare a Gaza e ha formato dieci medici locali sulle tecniche di documentazione delle morti di massa e sulla conservazione delle prove in condizioni di emergenza. Quattro di loro sono stati selezionati per proseguire la specializzazione, portando a sette il numero totale di specialisti nel territorio. Ma senza laboratori, il loro lavoro resta limitato.
«Abbiamo le competenze umane», dice Hamada, «ma ci mancano gli strumenti. Documentiamo tutto ciò che possiamo, ma spesso non basta».
In assenza di attrezzature adeguate, il team effettua solo esami preliminari: fotografie, schede con dati essenziali (numero del caso, data, età stimata, altezza), annotazioni su ferite, cicatrici, interventi chirurgici, denti, capelli, vestiti ed effetti personali. Raccolgono anche campioni biologici — denti e frammenti ossei — perché non ci sono abbastanza celle frigorifere per conservare i corpi.
Nonostante questi sforzi, solo una piccola parte dei corpi non identificati viene registrata ufficialmente, e anche questi casi raramente portano a risultati concreti. Gaza non dispone di database biometrici o genetici: anche se arrivassero le attrezzature, mancherebbero i dati per il confronto.
Durante la guerra, è stato introdotto un sistema temporaneo di sepoltura: i resti vengono interrati in tombe numerate e geolocalizzate, secondo standard internazionali, sotto la supervisione di una commissione locale con il supporto della Croce Rossa. L’obiettivo è permettere, un giorno, l’identificazione futura.
«Conserviamo ogni informazione», dice Hamada, «nella speranza che possa aiutare le famiglie a ritrovare i loro cari».
Secondo l’Ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i diritti umani, il diritto internazionale obbliga Israele a chiarire il destino dei dispersi e a fornire informazioni alle famiglie. Tuttavia, le restrizioni sull’ingresso di attrezzature e specialisti, insieme alla gestione delle salme, hanno causato sofferenze enormi a migliaia di famiglie.
Nel frattempo, nelle strade e tra le macerie, i sopravvissuti continuano a riconoscere i resti dei propri cari attraverso dettagli minimi: un vestito, un anello, una ciocca di capelli.
Ricordo bene il 21 novembre 2023: un singolo attacco nel quartiere di Shujaiya uccise oltre 70 persone, molti dei quali membri della mia famiglia allargata. Non restavano corpi interi, solo frammenti bruciati e irriconoscibili. Li disponemmo in file e passammo tra loro lentamente, costretti a prendere decisioni impossibili. Quando non riuscivamo a distinguerli, ci basavamo su indizi: chi era in casa? Chi era scomparso dopo l’esplosione? Alla fine, dividemmo i resti in gruppi, assegnando a ogni “famiglia” ciò che pensavamo potesse appartenerle.
In altri casi, questo compito ricade su chiunque si trovi lì per caso. Mohammad al-Dremli racconta di aver raccolto e seppellito resti umani trovati tra le macerie, per evitare che venissero divorati dai cani. Ancora oggi non sa a chi appartenessero.
Nel frattempo, Israele investe grandi risorse per identificare i propri morti. Questo contrasto colpisce profondamente Hamada:
«Un mondo ingiusto», dice, «che piange un solo corpo mentre migliaia dei nostri restano senza nome».
La storia di Bissan Fayyad mostra quanto tutto sia incerto: creduta morta e sepolta, potrebbe essere invece ancora viva in detenzione. La sua famiglia vive sospesa tra due realtà inconciliabili.
Dopo il 7 ottobre 2023, il sistema per rintracciare i detenuti palestinesi è praticamente collassato. Migliaia di persone sono state arrestate e spesso scompaiono senza lasciare traccia. Anche le nuove procedure di ricerca sono limitate e difficili da usare, soprattutto in condizioni di guerra.
A volte, qualcuno riemerge dopo mesi. In altri casi, come quello di Ihab Diab, la famiglia scopre solo dopo molto tempo che il loro caro è morto in detenzione.
Secondo le Nazioni Unite, decine di palestinesi sono morti durante la detenzione, ma il numero reale potrebbe essere più alto.
Abeer, nel frattempo, ascolta storie simili ovunque: di arresti, sparizioni, e talvolta di bambini rilasciati dopo mesi. Storie che assomigliano sempre più a quella di suo figlio.
Ci volle quasi un anno dalla scomparsa di Hasan perché emergesse il primo indizio. La famiglia di Abeer ricevette una telefonata da un notabile locale: il nome di Hasan circolava tra quelli di persone che si credeva fossero ancora vive nei centri di detenzione. Ma quella pista non portò a nulla.
Abeer non trascurò nessuna informazione. Inviò gli stessi dati a decine di uffici e organizzazioni: il nome completo di Hasan, la data di nascita, il numero di identità, il quartiere dove era stato visto per l’ultima volta e il giorno della sua scomparsa. Le risposte erano brevi, vuote. Le voci arrivavano da conoscenti: qualcuno diceva che era detenuto, un altro che era morto, altri ancora che era sotto le macerie o nel sud.
«Ti dicono di dimenticarlo, di considerarlo morto», racconta Abeer.
La speranza riemerse ancora una volta attraverso canali informali. Nel marzo 2025, una parente disse alla famiglia di aver sentito che alcuni minori con autismo erano detenuti in Israele, e che Hasan era tra loro, vivo.
La stessa parente registrò il momento in cui il cognato di Abeer chiamò per dare la notizia. Nel video, Abeer sta cucinando quando risponde al telefono. La sua voce sovrasta il sibilo del fornello:
«Che succede? Che succede? Ti darò tutto quello che vuoi, ma non giocare con i miei nervi», dice, stringendo le pinze in mano, immobile.
All’improvviso crolla sul pavimento della cucina.
«Oh Dio, oh Dio, oh Dio», grida tra le lacrime, finché la parente accorre ad abbracciarla.
“Abeer ha contattato la Croce Rossa e diverse organizzazioni per i diritti umani per capire se potessero confermare la notizia, ma nessuna aveva alcun registro che riportasse il nome di Hassan.”
Il Limbo di Gaza: Tra Leggi e Speranza
Questa condizione di incertezza non priva Abeer solo della pace interiore, ma mantiene la sua vita sospesa, senza i documenti necessari affinché le istituzioni possano procedere con il suo caso. Lei è come molti altri: orfani che hanno perso i genitori, mogli senza mariti, padri che crescono figli senza madri. Secondo il sistema del Ministero della Salute a Gaza, infatti, non è possibile registrare un decesso senza un corpo, a meno che due testimoni non dichiarino di aver visto la salma o la sepoltura; una regola che presuppone l’esistenza di ospedali funzionanti, registri e documentazione.
Nel tentativo di uscire dall’impasse lo scorso novembre, il Consiglio Superiore della Magistratura Sharia di Gaza ha proposto di consentire l’emissione di certificati di morte per chi risulta scomparso da più di sei mesi dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, anche senza un corpo identificato. L’obiettivo era aiutare migliaia di persone a risolvere complicazioni legate a eredità, tutela legale e accesso agli aiuti. Tuttavia, l’Alta Corte Sharia di Ramallah ha respinto immediatamente la proposta, ribadendo che, a norma di legge, una dichiarazione di morte può essere emessa solo dopo quattro anni dalla scomparsa. Un simile conflitto normativo avrebbe significato che la stessa persona potesse risultare deceduta in un sistema e viva nell’altro.
Per Abeer e Ali, la vita si è fermata. Nei due anni successivi alla scomparsa del figlio, il mondo è stato stravolto: la maggior parte degli edifici della zona è stata bombardata e quasi tutti i loro conoscenti sono sfollati. I parenti li hanno supplicati di lasciare il nord di Gaza, ma Abeer e Ali non se ne sono andati; sono rimasti nella loro casa colpita dai bombardamenti, perché è l’unico posto di cui Hassan potrebbe conoscere la strada per tornare. Anche prima della scomparsa di Hassan, Ali e Abeer si erano opposti al trasferimento a sud quando i parenti avevano iniziato l’evacuazione, perché i luoghi nuovi agitavano Hassan, spezzando la routine e il ritmo che lo rassicuravano. Non volevano allontanarlo dalle strade che gli erano familiari.
“Abbiamo visto la morte in faccia non una, ma mille volte”, racconta Abeer, ricordando l’invasione del quartiere con carri armati e robot esplosivi. Ma questo non l’ha smossa dalla sua decisione: “Se vuoi che me ne vada dal Paese, portami mio figlio. Mettimelo tra le braccia, e allora me ne andrò”.
A causa dello sfollamento della popolazione e della distruzione delle infrastrutture, è quasi impossibile ottenere cifre precise sui dispersi a Gaza. Il “Palestine Investigative Reporting Lab”, in collaborazione con l’ “Istituto per il Progresso Sociale ed Economico” in Palestina, ha condotto un sondaggio esclusivo sul campo arrivando alla conclusione che il numero di gazawi scomparsi a un certo punto potrebbe aver raggiunto le 51.000 persone, mentre tra le 14.000 e le 15.000 risultano tuttora disperse.
In alcune notti, ciò che toglie il sonno ad Abeer è immaginare cosa potrebbe fare la detenzione a Hassan. Dice: “Non lo sopporterei… mio figlio non è mai stato picchiato. Se i soldati lo torturano, come potrò vivere? Lo immagino mentre viene colpito e perde il controllo, non posso pensare che qualcuno alzi le mani su di lui”. In altre notti, è il pensiero della sua morte a svegliarla. Qualche settimana fa, un corpo è stato trovato su via al-Rashid; un vicino ha chiamato Ali chiedendogli di andare a identificarlo. Ali è andato, ma era il corpo di un uomo anziano con la barba; non era Hassan.
Abeer ha contattato la Croce Rossa e diverse organizzazioni per i diritti umani per capire se potessero confermare la notizia, ma nessuna di esse aveva alcun registro che riportasse il nome di Hassan.
Ali è esausto da questo vortice, ma Abeer dice che lui, in fondo, è forse più realista di lei: “Mi dice sempre che anche se ci arrivasse una notizia, vorrebbero solo giocare con i nostri nervi”. E sa che ha ragione: “Ogni volta che pensiamo ci siano novità, prendono tempo, ci fanno aspettare senza una risposta. È come se volessero logorarci l’anima”.
Questa pressione ha creato una frattura tra loro; Abeer reagisce d’istinto e segue ogni pista, anche se vana. Ali invece esita, chiede dettagli prima di permettere a chiunque di descrivere un cadavere. Abeer crede che suo marito abbia smesso di credere che il figlio sia vivo; descrivendolo come il più “realista”, lui una volta ha detto: “Non hanno mai permesso a nessuno di tornare da laggiù”. Eppure, nonostante tutto, Ali continua a cercare; scoraggiato in partenza, si fa forza da solo. Arriva a camminare fino al limite del cosiddetto “Sito Giallo”, la zona cuscinetto israeliana, dove la gente lo avverte che potrebbe essere ucciso se facesse un altro passo. Quando Ali racconta ad Abeer il fallimento di un tentativo, lei sente di aver perso una parte di se stessa; quando lei gli chiede di aspettare conferme, lui vede in questo solo un prolungamento del dolore. Stanno negoziando su quanta speranza la loro famiglia sia ancora in grado di sopportare.
Il 19 gennaio 2026, otto detenuti sono stati rilasciati presso l’ospedale dei Martiri di Al-Aqsa a Deir al-Balah; uno di loro era un ragazzo di 16 anni. Ali e Abeer hanno trovato il cognome del ragazzo sui social e Ali è corso subito dalla famiglia per chiedere al giovane se avesse visto Hassan. Gli ha mostrato la foto, ma come ogni volta, non ne è uscito nulla; un altro filo che si è rivelato un miraggio.
Dice Abeer: “Cerchiamo tra cumuli di ossa, mascelle e denti… a malapena riesci a distinguere i lineamenti del volto… troviamo una scarpa, una cintura; è questo che cerchiamo. È come se cercassi nel vuoto stesso”.
Il giorno in cui Hassan è scomparso, indossava la giacca di una tuta sportiva; Abeer dice di conservarne ancora i pantaloni: l’ultimo legame rimasto con suo figlio da quel giorno nefasto. Due anni fa, pochi giorni dopo la scomparsa del figlio, Abeer ha trovato un messaggio vocale sul suo telefono: Hassan lo aveva inviato alla sua insegnante a Khan Yunis. L’insegnante aveva passato anni ad aiutarlo con il linguaggio e le abilità sociali. Nel messaggio, la sua voce suona flebile: “Ho fame, preparami da mangiare”. Hassan aveva inviato la registrazione all’insaputa di Abeer, avendo sentito che c’era del cibo al sud, dove viveva l’insegnante a cui era molto legato. Lei ora crede che Hassan sia uscito di casa per andare da quell’insegnante, sperando in un pasto. Abeer non riesce ad ascoltare quella registrazione, ma non riesce nemmeno a cancellarla.

Sempre ho nel cuore il popolo palestinese. Anch'io dico: Signore fino a quando?". Perché nessuno dei potenti parla? Perché si…
Sono vicina al popolo palestinese. Unità a voi nella preghiera. Soffro con voi. Quando finirà? Il mondo che conta e…
il soldato in questione è stato ricevuto in ambito isareliano in Italia credo anche una scuola ebraica a Milano ma…
[…] dalla “devastazione che si è dispiegata davanti agli occhi del mondo”. ( https://bocchescucite.org/difendere-la-dignita-e-la-presenza-del-popolo-di-gaza/ ) Mai così espliciti e rinunciando…
Grazie per il vostro coraggio Perché ci aiutate a capire. Fate sentire la voce di chi non ha voce e…