Articolo pubblicato originariamente su +972 Magazine. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite
Un partecipante alla Marcia delle Bandiere del Giorno di Gerusalemme porta una bandiera con l’immagine del Monte del Tempio, nella Città Vecchia di Gerusalemme, 14 maggio 2026. (Faiz Abu Rmeleh/Activestills)
Un movimento che un tempo era ai margini e che punta alla sovranità ebraica su Al-Aqsa e a un regime apertamente teocratico sta entrando nel mainstream.
Di Menachem Klein *
Tra il consueto mare di bandiere israeliane alla Marcia delle Bandiere del Giorno di Gerusalemme del mese scorso, un altro simbolo ha attirato la mia attenzione: uno stendardo azzurro chiaro con l’immagine del Monte del Tempio, noto ai musulmani come il complesso della moschea di Al-Aqsa o al-Haram al-Sharif. È riapparso più volte tra i circa 70.000 giovani uomini e donne del movimento religioso-nazionalista che hanno partecipato alla processione annuale che celebra la conquista israeliana della città nel 1967.
Per i gerosolimitani come me, quel simbolo non è una novità. È affisso ovunque in città — su automobili, segnali stradali e fermate degli autobus — spesso accompagnato dallo slogan: “Siamo rivolti al Tempio”. Qualche mese fa mi sono anche imbattuto in una sua versione su un finto cartello stradale lungo una grande autostrada in Cisgiordania, che indicava la direzione verso Gerusalemme, uno dei molti installati in tutto il paese dagli attivisti del Tempio.
Eppure la diffusione del simbolo alla marcia di quest’anno riflette la crescente normalizzazione del movimento del Monte del Tempio all’interno del campo religioso-nazionalista israeliano. Per comprendere questa convergenza, è utile ricordare come la Marcia delle Bandiere sia diventata il centro dell’esperienza nazionale-religiosa di un’intera generazione.
Sebbene la prima processione si sia svolta nel 1968, poco dopo l’inizio dell’occupazione israeliana illegale di Cisgiordania, Gaza, Alture del Golan e Gerusalemme Est, per decenni è rimasta un evento relativamente marginale. Nei primi anni 2000, però, alla marcia si è aggiunta una nuova dimensione: aggressioni violente contro i palestinesi e le loro proprietà nella Città Vecchia di Gerusalemme.
Quella violenza, cresciuta nel tempo, si inseriva in un contesto politico più ampio. Il vertice di Camp David del luglio 2000 fallì anche a causa delle dispute sulla sovranità su Gerusalemme e sul futuro del Monte del Tempio — in particolare le richieste israeliane di uno spazio di preghiera ebraico e di una sovranità su parti di Gerusalemme Est.

Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir sventola una bandiera israeliana durante una visita al complesso della moschea di Al-Aqsa nell’ambito delle celebrazioni del Giorno di Gerusalemme, 14 maggio 2026. (Yonatan Sindel/Flash90)
Il fallimento del vertice, seguito dalla visita altamente provocatoria di Ariel Sharon al complesso nel settembre 2000, contribuì allo scoppio della Seconda Intifada. Sharon divenne primo ministro nel gennaio 2001 e guidò poi la campagna militare che nel 2002 smantellò gran parte dell’infrastruttura politica e di sicurezza dell’Autorità Palestinese.
Da allora, la destra israeliana — e in particolare il campo religioso-nazionalista — ha posto sempre più il Monte del Tempio al centro del proprio progetto politico. L’obiettivo è modificare lo status quo stabilito nel giugno 1967, che proibisce la preghiera ebraica sul sito, e arrivare a una divisione del complesso in aree separate di culto, sul modello imposto da Israele alla Tomba dei Patriarchi/Moschea Ibrahimi a Hebron.
Sul Monte del Tempio, una tale divisione significherebbe rovesciare un assetto che dura da circa 1.300 anni, in cui il complesso è stato un luogo di culto esclusivamente musulmano. Per i palestinesi, il timore è che ciò sia un passo verso la cancellazione della moschea di Al-Aqsa come luogo islamico e la sua sostituzione con un Terzo Tempio.
La crescente centralità della Marcia delle Bandiere e la violenza che la accompagna non possono quindi essere separate dall’ascesa della destra religioso-nazionalista, dall’influenza crescente del movimento del Monte del Tempio e dall’intensificazione della lotta per la sovranità su Gerusalemme.
In marcia in uniforme
Negli ultimi due decenni si è verificato un cambiamento sociologico significativo nell’esercito israeliano. Un numero crescente di giovani del campo religioso-nazionalista passa attraverso accademie pre-militari e yeshivot che combinano preparazione militare e formazione ideologica. Molti entrano nelle unità combattenti d’élite con un forte senso di missione, incoraggiati da rabbini e istituzioni ideologiche a trasformare l’esercito dall’interno.
Oggi molti partecipanti alla Marcia delle Bandiere diventano poi soldati combattenti. La guerra che Israele sta conducendo a Gaza è stata portata avanti anche da militari che pochi anni prima avevano partecipato alla marcia. Lo slogan “Che il tuo villaggio bruci”, da anni diffuso tra i partecipanti, è ormai comune anche tra i soldati a Gaza e viene spesso messo in pratica in Cisgiordania.
Il cambiamento non riguarda solo i ranghi inferiori. L’influenza del settore religioso-nazionalista è sempre più visibile anche nell’aeronautica, nella marina, nei servizi di intelligence e nell’intero apparato di sicurezza.
Riguarda anche i vertici. Il maggiore generale David Zini, nominato capo dello Shin Bet nel 2025, è un esempio: la sua formazione è legata a istituzioni vicine al rabbino Zvi Yisrael Thau, figura spirituale del partito di estrema destra Noam, e ha studiato alla yeshiva di Shavei Hebron nell’insediamento di Kiryat Arba.
Anche il movimento del Monte del Tempio non è più confinato ad attivisti e istituzioni religiose. Secondo un’inchiesta di Haaretz, la polizia israeliana ha iniziato a reclutare attivisti religiosi nazionalisti per l’unità responsabile della sorveglianza del complesso di Al-Aqsa. Un comandante ha diffuso messaggi nei gruppi WhatsApp e social degli insediamenti invitando a partecipare a quello che ha definito “l’implementazione della sovranità” sul Monte.
Questo non è solo un movimento dal basso: altri report indicano che il primo ministro Netanyahu ha dato al ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ampi poteri sulla gestione del sito, segnalando un’erosione dello status quo sostenuta ai massimi livelli.
Questo cambiamento istituzionale è accompagnato da uno ideologico più ampio: nel discorso politico, mediatico e militare vengono sempre più utilizzati riferimenti biblici per giustificare la deumanizzazione e l’espulsione dei palestinesi. Soldati sul campo hanno apertamente indicato la ricostruzione del Tempio come motivazione delle loro azioni.
La violenza associata alla Marcia delle Bandiere si è così estesa ben oltre Gerusalemme, raggiungendo Gaza, Cisgiordania e Libano meridionale, e attraverso l’aviazione israeliana anche Beirut e l’Iran.
Una bandiera per un nuovo ordine politico
Nulla di tutto questo è casuale. La guerra iniziata il 7 ottobre non è solo una risposta agli attacchi di Hamas, ma riflette dinamiche politiche più profonde.
La violenza crescente contro i palestinesi in Cisgiordania e lo sfollamento delle comunità rurali non sono, come spesso affermano i politici della destra, azioni di una frangia estremista, ma politiche statali di espulsione.
Tra i loro esecutori vi sono nazional-religiosi la cui bandiera del Tempio sventola negli avamposti, accanto — e sempre più al posto — della bandiera nazionale.
Quella bandiera è diventata un simbolo condiviso da un ampio campo politico: ortodossi, nazional-religiosi, tradizionalisti conservatori e molti laici di destra. La sua diffusione alla Marcia delle Bandiere e negli insediamenti riflette la nascita di un linguaggio politico comune.
Chi osserva le attività israeliane sul Monte del Tempio — comprese le visite di Ben Gvir — vede questa coalizione eterogenea: ultraortodossi che pregano sul sito insieme ai nazional-religiosi, e persino gruppi come Chabad, la cui iconografia appare sulle uniformi militari.
Allo stesso tempo, simboli come i lunghi tzitzit portati fuori dai pantaloni si sono trasformati da segno religioso a marcatore politico del campo della Marcia delle Bandiere.
Ma la bandiera del Tempio non significa la stessa cosa per tutti: per alcuni è identità religiosa e nazionalismo generico; per altri rappresenta l’idea che lo Stato di Israele abbia esaurito la propria missione e debba essere sostituito da un ordine teocratico centrato sul Terzo Tempio.
Dopo il disimpegno da Gaza del 2005, questa corrente radicale ha rafforzato l’idea che Israele non possa essere “redento dall’interno” ma debba essere trasformato radicalmente.
Il progetto finale non è solo la libertà di preghiera sul Monte del Tempio, ma la costruzione di un nuovo ordine politico: un Israele teocratico fondato sul Terzo Tempio.
La Marcia delle Bandiere, in questo senso, è diventata il termometro di una radicalizzazione più ampia, il cui linguaggio e le cui idee sono sempre più centrali nel mainstream israeliano.
*Menachem Klein è professore di Scienze politiche all’Università Bar-Ilan. È stato consulente della delegazione israeliana nei negoziati con l’OLP nel 2000 ed è stato uno dei promotori dell’Iniziativa di Ginevra. Il suo ultimo libro, *Arafat and Abbas: Portraits of Leadership in a State Postponed*, è stato pubblicato da Hurst London e dalla Oxford University Press di New York.

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