La rivolta degli haredi contro la leva militare minaccia di paralizzare Israele

Articolo pubblicato originariamente su +972 Magazine. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite

Foto di copertina: Ebrei ultraortodossi vengono attaccati con un idrante della polizia durante una manifestazione di protesta contro la detenzione di studenti di yeshiva che non hanno ottemperato agli ordini di arruolamento nell’esercito, a Gerusalemme, il 1° giugno 2026. (Yonatan Sindel/Flash90)

Di Eli Bitan – giornalista della stampa ultraortodossa israeliana e un blogger su Local Call.

Mentre il governo cerca di imporre il servizio militare obbligatorio a tutti, il rifiuto della comunità ultraortodossa sta facendo emergere profonde crepe nel consenso militarista israeliano.

Di Eli Bitan
23 giugno 2026

Il 3 giugno, il rabbino Moshe Hillel Hirsch si è rivolto a una platea di studenti di yeshiva durante una conferenza a Gerusalemme. Il religioso, 89 anni, nato negli Stati Uniti e considerato uno dei principali leader della comunità haredi in Israele, era in procinto di partire per gli Stati Uniti insieme a decine di importanti rabbini israeliani.

L’obiettivo della missione era raccogliere fondi presso facoltosi donatori americani per sostenere le yeshivot ultraortodosse in Israele, i cui finanziamenti pubblici sono stati ridotti dopo che la Corte Suprema israeliana ha stabilito che gli studenti che rifiutano il servizio militare non possono più beneficiare dei sussidi statali.

«Siamo davvero in guerra e dobbiamo combattere questa guerra», ha dichiarato Hirsch davanti agli studenti. «Non parlo della guerra contro l’Iran, ma della guerra che ci viene mossa dall’interno, da coloro che combattono contro di noi. E non abbiamo altra via d’uscita.»

Parole dure, soprattutto pronunciate da uno dei massimi leader del mondo ultraortodosso. Ma non si tratta di un’esagerazione. Lo scontro sulla leva obbligatoria degli haredi rappresenta oggi la questione interna più esplosiva della politica israeliana e rischia di incrinare il blocco della destra che domina il Paese quasi senza interruzioni dalla fine degli anni Settanta.

Due visioni inconciliabili

Da una parte cresce la richiesta degli haredi di ottenere un’esenzione totale e permanente dal servizio militare per tutti i giovani uomini e donne della comunità.

Dall’altra, una larga parte della società ebraico-israeliana pretende la fine di questo privilegio, soprattutto dopo anni di guerre che hanno messo sotto enorme pressione il sistema della riserva militare. Sempre più israeliani chiedono che anche gli ultraortodossi «condividano il peso» della difesa del Paese.

Anche il campo liberale israeliano guarda con crescente ostilità agli haredi, accusandoli di aver contribuito al consolidamento del potere della destra e di aver sostenuto politiche come l’espansione delle colonie in Cisgiordania e il tentativo di ridimensionare il potere della magistratura.

Una comunità sempre più isolata

Gli haredi sono oggi circa 1,4 milioni, pari a quasi il 14% della popolazione israeliana, una quota destinata a crescere rapidamente grazie all’elevato tasso di natalità.

Vivono in gran parte all’interno di quartieri e città separati, frequentano scuole proprie e si informano attraverso mezzi di comunicazione dedicati, rimanendo così in larga misura isolati dal resto della società israeliana.

Al centro della loro vita comunitaria vi sono migliaia di uomini che dedicano l’intera esistenza allo studio della Torah nelle yeshivot.

Molte famiglie vivono in condizioni di forte povertà e dipendono in larga misura dagli aiuti pubblici, garantiti dall’influenza politica dei partiti ultraortodossi Shas e United Torah Judaism, alleati fondamentali della coalizione di destra.

Eppure proprio questi due partiti hanno recentemente annunciato l’uscita dalla coalizione guidata da Benjamin Netanyahu, minacciando di far cadere il governo.

Lo scontro con lo Stato

Parallelamente cresce la rabbia nei confronti delle istituzioni.

Le fazioni più radicali del mondo haredi hanno avvertito che ogni arresto di un giovane renitente alla leva sarà seguito dal blocco delle principali arterie stradali del Paese.

La minaccia si è rapidamente trasformata in realtà.

Nelle ultime settimane gli scontri tra polizia e manifestanti ultraortodossi hanno raggiunto livelli senza precedenti.

A provocare l’escalation è stato l’annuncio del capo della polizia israeliana, Danny Levy, secondo cui gli agenti avrebbero ripreso ad arrestare gli haredi che ignorano la chiamata alle armi per consegnarli alla polizia militare, ponendo fine a una lunga fase di sostanziale tolleranza.

Il 27 maggio il leader di Degel HaTorah, Moshe Gafni, ha reagito con una lettera durissima invitando tutti gli esponenti del suo partito a sospendere ogni forma di collaborazione con la polizia.

L’assalto alla casa di un giudice

Pochi giorni dopo, un episodio senza precedenti ha scosso l’opinione pubblica israeliana.

Decine di manifestanti ultraortodossi hanno assediato l’abitazione del giudice della Corte Suprema Noam Sohlberg, nella colonia israeliana di Alon Shvut, in Cisgiordania occupata.

I manifestanti hanno danneggiato l’ingresso dell’edificio, infranto alcune finestre e vandalizzato l’automobile del magistrato.

La polizia ha arrestato oltre sessanta persone.

Sohlberg, vicepresidente della Corte Suprema e considerato il probabile futuro presidente dell’istituzione, gode tradizionalmente di un ampio consenso nell’opinione pubblica israeliana: è visto sia come un giurista rispettato sia come un esponente dell’area conservatrice e del movimento dei coloni.

La sua decisione di sostenere un incremento degli arresti dei renitenti alla leva lo ha però trasformato in un bersaglio della protesta ultraortodossa.

Sebbene gli autori dell’assalto appartenessero a una fazione minoritaria del mondo haredi, la reazione dell’intera comunità è stata significativa.

«In circostanze normali, dopo un episodio così grave, avremmo visto una delegazione di rabbini e dirigenti haredi andare a casa di Sohlberg per esprimere solidarietà», ha confidato all’autore un dirigente di Shas. «Questa volta, invece, silenzio assoluto.»

La moglie del giudice, Meira Sohlberg, rimasta barricata in casa durante l’assalto, ha chiesto ai media: «Come possono degli ebrei fare del male ad altri ebrei?», arrivando a paragonare quanto accaduto alla Notte dei Cristalli.

L’autore osserva però come, a pochi chilometri di distanza, gruppi di giovani coloni continuino quotidianamente ad attaccare comunità palestinesi in Cisgiordania con il sostegno dell’esercito e della polizia israeliani, senza suscitare un’analoga indignazione pubblica.

Una crisi decennale

La crisi del rifiuto della leva da parte degli haredi accompagna Israele fin dalla nascita dello Stato.

Durante la guerra del 1948, i leader delle yeshivot ottennero le prime esenzioni dal servizio militare per i propri studenti. Negli anni Cinquanta, le proteste della comunità ultraortodossa si concentrarono soprattutto contro la coscrizione femminile, mentre il numero di studenti esentati crebbe progressivamente: da circa 400 nel 1948 a 800 nel 1967.

Fino agli anni Ottanta, la percentuale di haredi che prestavano servizio militare era ancora relativamente vicina a quella della popolazione maschile generale. La svolta arrivò nel 1977, con l’ascesa al potere della destra guidata da Menachem Begin e il ritorno dei partiti ultraortodossi nella coalizione di governo dopo decenni di opposizione.

In quel contesto, i leader religiosi haredi iniziarono a rivendicare un’esenzione totale per tutti coloro che dedicavano la propria vita allo studio della Torah, considerato un lavoro a pieno titolo.

Nel tempo, i limiti numerici sulle esenzioni vennero progressivamente ampliati fino a scomparire di fatto. Il numero di uomini ultraortodossi esentati dal servizio militare crebbe così anno dopo anno, superando di gran lunga il modello originario basato esclusivamente sugli studenti a tempo pieno.

Parallelamente, anche il numero reale di giovani haredi che evitavano l’arruolamento attraverso altri canali risultava molto più alto delle cifre ufficiali.

Il ruolo della Corte Suprema

Dal 1970 furono presentati numerosi ricorsi alla Corte Suprema israeliana contro il sistema delle esenzioni, ma per anni la Corte ha mantenuto sostanzialmente lo status quo.

La svolta arrivò alla fine degli anni Novanta, quando i giudici stabilirono che le esenzioni non potevano più essere regolate solo da decisioni governative, ma dovevano essere sancite da una legge approvata dalla Knesset.

Questo portò nel 2002 alla cosiddetta “Legge Tal”, che permetteva agli studenti delle yeshivot di rinviare la leva e, in seguito, scegliere tra un servizio militare ridotto o un servizio civile alternativo. Dieci anni dopo, tuttavia, la Corte Suprema dichiarò la legge incostituzionale.

Da quel momento, la questione della coscrizione degli haredi è diventata uno dei principali nodi politici e giuridici del Paese.

I partiti ultraortodossi continuano a promettere ai propri elettori l’esenzione dal servizio militare; i governi di destra faticano a tradurre questa promessa in legge; la Corte continua a bloccare i tentativi legislativi; mentre i leader del campo liberale chiedono l’arruolamento obbligatorio per tutti.

Nel 2017 la Corte Suprema ha nuovamente annullato una modifica alla legge sulla coscrizione approvata due anni prima, giudicandola in violazione del principio di uguaglianza. Ai legislatori venne concesso un anno per trovare una nuova soluzione, ma le successive proroghe hanno continuato a rinviare l’attuazione della sentenza.

Numerosi disegni di legge sono stati presentati alla Knesset negli anni successivi, senza mai arrivare all’approvazione definitiva.

Il vuoto legislativo e la guerra

Nel luglio 2023, nel pieno della crisi politica legata alla riforma della giustizia e pochi mesi prima del 7 ottobre, la legge sulle esenzioni è definitivamente scaduta senza possibilità di ulteriore proroga.

Il tempismo non avrebbe potuto essere peggiore per i partiti ultraortodossi: lo Stato si trovava già in una profonda crisi costituzionale e alla vigilia di una guerra prolungata.

L’applicazione della legge

Nel febbraio 2024 la Corte Suprema ha emesso un’ordinanza preliminare che obbligava il governo a spiegare perché gli haredi non dovessero essere arruolati in assenza di una legge di esenzione.

Poco dopo, un’ulteriore ordinanza ha imposto allo Stato di interrompere i finanziamenti alle yeshivot che accolgono studenti idonei alla leva.

Con la scadenza della legge, il procuratore generale Gali Baharav-Miara ha acquisito maggiore autonomia nell’applicazione delle misure contro la comunità ultraortodossa.

A partire dall’agosto 2024 sono stati revocati alcuni benefici sociali, tra cui gli sconti sugli asili nido per le famiglie dei giovani che rifiutano di presentarsi alla leva.

Per molte famiglie haredi, la perdita di questi sussidi ha aggravato una situazione economica già fragile. In diversi casi si è fatto ricorso a strutture informali e non regolamentate per l’infanzia, i cosiddetti “depositi di bambini”, ambienti spesso privi di adeguate condizioni igieniche e di personale qualificato.

In uno di questi centri, a Gerusalemme, nei mesi successivi alla revoca dei sussidi sono morti due neonati e circa cinquanta bambini sono stati ricoverati in ospedale. Sebbene la struttura operasse da anni, molti nella comunità ultraortodossa hanno attribuito la responsabilità della tragedia al procuratore generale.

Parallelamente, il governo ha sospeso i finanziamenti alle yeshivot frequentate da renitenti alla leva e ha avviato una nuova ondata di arresti nei quartieri haredi, anche se le cifre restano incerte.

Giovani uomini che fino a poco prima godevano di un’esenzione legale si sono improvvisamente trovati esposti al rischio di pene detentive.

Polizia e comunità haredi

In apparenza, si tratta della stessa situazione che riguarda qualsiasi disertore israeliano, e in particolare chi rifiuta per motivi di coscienza. Ma per la comunità haredi la questione è molto più complessa: non si tratta solo di un atto individuale di disobbedienza, ma di una frattura interna alla comunità stessa.

Un giovane ultraortodosso cresciuto nel rifiuto del servizio militare rischia di essere escluso dalla propria famiglia e dal proprio ambiente sociale se decide di arruolarsi. Allo stesso tempo, si trova schiacciato tra la legge dello Stato, le aspettative della comunità e i propri convincimenti religiosi.

In questo contesto, la figura del poliziotto viene sempre più spesso percepita come quella di un nemico. Anche in casi che riguardano violenza domestica o abusi sessuali, molte famiglie evitano di rivolgersi alle autorità per timore che qualsiasi contatto con la polizia possa portare all’arresto di un renitente alla leva e all’escalation di scontri di piazza.

Questa dinamica rischia di alimentare una crescente frammentazione all’interno dei quartieri ultraortodossi, dove la cooperazione con le istituzioni statali è già da tempo limitata.

Un sistema sempre più fragile

Secondo diversi attivisti interni alla stessa comunità haredi, l’attuale politica di applicazione della legge sulla leva rischia di indebolire ulteriormente il già fragile rapporto tra la popolazione ultraortodossa e lo Stato.

La rottura con la polizia potrebbe isolare ancora di più i quartieri haredi dal resto della società israeliana, rafforzando al contempo le élite religiose che controllano la vita comunitaria e che fungono da intermediari esclusivi nei rapporti con le istituzioni.

Alcuni osservatori avvertono inoltre del possibile emergere di strutture interne di controllo sociale più coercitive, non dissimili — nelle dinamiche — da reti criminali organizzate già presenti in altri settori della società israeliana.

Uno sviluppo di questo tipo avrebbe conseguenze profonde, soprattutto per le fasce più vulnerabili della popolazione, come i bambini e i giovani.

Il più grande movimento di rifiuto in Israele

Per la maggioranza della società ebraico-israeliana, gli haredi sono spesso percepiti come un gruppo che deve essere “educato” e “riformato” per contrastare quella che viene vista come una minaccia demografica, seconda solo alla crescita della popolazione palestinese.

Pochi si interrogano sulle conseguenze sociali e personali di un’eventuale coscrizione forzata. Ancora meno sembrano preoccuparsene.

Anche nei settori più progressisti della società israeliana, il rifiuto della leva da parte degli haredi genera disagio. La particolarità della situazione è che, pur rifiutando il servizio militare, molti giovani ultraortodossi non si oppongono alla guerra in quanto tale. Al contrario, una parte crescente della gioventù haredi è sempre più vicina alla destra radicale israeliana.

Figure come il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir sono molto popolari nei quartieri ultraortodossi. Inoltre, una parte significativa della comunità haredi è coinvolta nell’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme Est: quasi la metà degli israeliani che vivono oltre la Linea Verde appartiene infatti a questa comunità, e i due maggiori insediamenti israeliani sono città a maggioranza ultraortodossa.

Il rifiuto della coscrizione in Israele resta, in generale, un fenomeno individuale. Tuttavia, oggi la comunità haredi rappresenta il più grande movimento collettivo di rifiuto all’interno della società ebraica israeliana.

Un movimento che mette in discussione il consenso attorno alla guerra e alla cosiddetta “società in armi”, ma che non riceve quasi alcun sostegno politico o sociale.

Le poche eccezioni

Una delle poche organizzazioni che supportano i giovani obiettori è Mesarvot, una rete israeliana legata alla sinistra e al partito Hadash, che offre assistenza anche ai renitenti alla leva haredi e ai prigionieri militari.

Recentemente, il gruppo ha contribuito alla pubblicazione di una lettera firmata da 120 giovani israeliani che rifiutano di arruolarsi, denunciando le azioni dell’esercito.

Tuttavia, osserva l’autore, mentre la sinistra israeliana critica spesso lo Stato per la repressione degli obiettori, il suo silenzio di fronte alla repressione degli haredi appare politicamente e moralmente contraddittorio.

Allarme nero

Nelle prossime campagne elettorali, il tema del servizio militare obbligatorio — e in particolare la coscrizione degli haredi — sarà uno dei più divisivi, probabilmente più rilevante persino delle conseguenze del 7 ottobre, della guerra a Gaza e delle tensioni internazionali recenti.

L’opposizione israeliana, che mira a sostituire il governo di destra, sta promuovendo il concetto di Brit Hameshartim, la “alleanza di chi serve”. Si tratta di un’aggregazione politica che unisce partiti di destra, centro e sinistra sionista attorno a un messaggio comune: il dovere del servizio militare e nazionale.

Questo modello esclude però sia gli ultraortodossi sia i cittadini palestinesi di Israele, che insieme rappresentano oltre il 30% della popolazione.

Di conseguenza, il Likud di Netanyahu e l’estrema destra israeliana appaiono sempre più vulnerabili a causa dell’alleanza con i partiti ultraortodossi. Alcuni settori haredi, dal canto loro, potrebbero scegliere di non votare più questi partiti, accusandoli di non aver protetto i giovani dalle conseguenze della renitenza alla leva.

Una crisi politica senza uscita

Gli ultraortodossi, tuttavia, non attendono più le elezioni, che non considerano più uno strumento efficace per uscire dalla crisi.

Non è chiaro se la coalizione guidata da Netanyahu riuscirà a sopravvivere: anche un governo fortemente di destra come quello attuale non è riuscito ad approvare una legge che regoli lo status degli studenti delle yeshivot e la loro esenzione dal servizio militare.

Ciò che resta è la strada.

Nei primi mesi dopo la scadenza della legge, quando è diventato evidente che decine di migliaia di giovani haredi avrebbero potuto essere arrestati, è stato creato un sistema telefonico chiamato “Black Alert”.

Ispirato al sistema di allerta missilistica israeliano, questo meccanismo avvisa gli iscritti ogni volta che un renitente alla leva viene arrestato dalla polizia militare.

Oggi due delle principali linee di allerta contano oltre 130.000 iscritti. Quando scatta l’allarme, centinaia o migliaia di manifestanti possono raggiungere rapidamente il luogo dell’arresto, circondare il veicolo della polizia e liberare il detenuto.

La pratica si è diffusa al punto che molti agenti evitano ormai di effettuare arresti nella comunità ultraortodossa.

La Fazione di Gerusalemme

Dietro il sistema “Black Alert” si trova la Fazione di Gerusalemme, un gruppo ultraortodosso radicale che si è separato dal mainstream haredi oltre un decennio fa.

Il movimento sostiene che la lotta contro la coscrizione debba essere molto più conflittuale e diretta. Con il tempo è stato emarginato dalle principali strutture politiche e religiose della comunità e ha progressivamente perso influenza nei partiti tradizionali.

Tuttavia, con decine di migliaia di sostenitori pronti a mobilitarsi, la Fazione di Gerusalemme è diventata oggi la principale forza dietro le proteste haredi che stanno paralizzando alcune aree di Israele.

Il 17 giugno, dopo l’arresto di alcuni renitenti alla leva, gruppi legati alla fazione hanno bloccato un’autostrada principale alle 8 del mattino senza alcun preavviso.

A parte un piccolo gruppo di giornalisti, nessuno era stato informato della protesta.

La risposta della polizia è stata immediata e violenta: gli agenti hanno caricato i manifestanti con i manganelli e, in alcuni casi, strappato i pantaloni ai dimostranti, lasciandoli parzialmente svestiti sulla carreggiata. Le immagini dei manifestanti insanguinati hanno rapidamente fatto il giro dei telegiornali serali.

La più grande crisi di rifiuto in Israele

Sebbene oggi la Fazione di Gerusalemme sia la forza trainante delle proteste, se gli arresti dei renitenti alla leva continueranno e lo scontro con la polizia si intensificherà, è possibile che l’intera comunità ultraortodossa venga trascinata in una mobilitazione più ampia.

Il defunto rabbino Shmuel Auerbach, figura di riferimento della Fazione di Gerusalemme e tra i principali ideologi della linea dura contro la coscrizione, aveva già tracciato questa visione: ogni volta che uno studente di yeshiva veniva arrestato, “l’intero esilio deve diventare un falò”, cioè una protesta di massa capace di paralizzare il paese.

Per questo motivo, mentre nel dibattito pubblico israeliano ci si chiede spesso come costringere gli ultraortodossi ad arruolarsi, la domanda forse più urgente è un’altra: cosa sta facendo il loro rifiuto ostinato all’idea stessa di “popolo in armi”?

E se questa frattura interna alla società ebraico-israeliana possa diventare la sfida più profonda al consenso militare su cui si regge lo Stato.

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