Articolo pubblicato originariamente su The New Arab. Traduzione dall’inglese a cura della redazione di Bocche Scucite
Foto di copertina: I palestinesi raccolgono i propri effetti personali mentre le forze israeliane stanno lì vicino nel campo profughi di Tulkarem, nel nord della Cisgiordania occupata, 17 giugno 2026 (Mojahid Nawahda/MEE)
Ai residenti è stato consentito un breve accesso per recuperare gli effetti personali lasciati nelle abitazioni durante la fuga dall’operazione militare israeliana nel campo profughi.
Di Mojahid Nawahda e Teebah Assi, dal campo profughi di Tulkarem, Palestina occupata
Con in mano soltanto i documenti d’identità, decine di famiglie palestinesi sfollate si sono messe in fila mercoledì mattina davanti all’ingresso del campo profughi di Tulkarem, in attesa del permesso di rientrare nelle case che non vedevano dal gennaio 2025.
A oltre sedici mesi dall’avvio dell’operazione militare israeliana “Muro di Ferro” nel nord della Cisgiordania occupata, decine di migliaia di palestinesi continuano a non poter fare ritorno alle proprie abitazioni nei campi profughi di Tulkarem e Nur Shams.
A circa 45 famiglie sfollate del campo di Tulkarem è stato concesso l’accesso per appena due ore, esclusivamente per recuperare alcuni effetti personali lasciati nelle case al momento della fuga. L’iniziativa è stata coordinata attraverso il Comitato palestinese per gli Affari Civili.
Sebbene questo breve accesso abbia consentito ai residenti di salvare almeno una parte dei propri beni, non ha rappresentato un ritorno definitivo. Migliaia di sfollati continuano infatti a vivere nell’incertezza, senza sapere quando – o se – potranno rientrare nelle loro case.
Faisal Salama, presidente del Comitato Popolare del campo di Tulkarem, ha condannato le condizioni imposte al ristretto gruppo di residenti autorizzati a entrare.
“Tra le misure previste vi erano perquisizioni personali e la confisca dei dispositivi di comunicazione: pratiche profondamente umilianti e incompatibili con i principi umanitari fondamentali e con il rispetto dei diritti dei civili”, ha dichiarato a Middle East Eye.
Salama ha aggiunto che alle famiglie è stato concesso soltanto il tempo necessario per recuperare gli oggetti essenziali, mentre continua a essere loro vietato tornare ad abitare nelle proprie case.
“Il campo appartiene ai suoi residenti, ma è stato di fatto trasformato in una zona militare mentre i suoi abitanti restano sfollati”, ha affermato. “Migliaia di famiglie attendono ancora di poter tornare e ricostruire una vita normale.”
I ricordi di una vita
Attraversando gli stretti vicoli del campo, molte famiglie trascinavano borse e carrelli vuoti nella speranza di recuperare ciò che era rimasto nelle loro abitazioni. Alcuni sono riusciti a portare via documenti, vestiti e pochi oggetti personali; altri hanno trovato case talmente devastate da non avere quasi più nulla da salvare.
I segni della distruzione erano visibili ovunque: abitazioni, strade e infrastrutture portavano i segni dei mesi di operazioni militari. I residenti avanzavano con cautela in quartieri che non vedevano dal giorno dello sfollamento, fermandosi spesso davanti a luoghi familiari ormai completamente trasformati.
Per molti, quella visita non significava soltanto recuperare qualche bene materiale, ma confrontarsi con la realtà delle case e delle comunità che erano stati costretti ad abbandonare.
Abdelhalim Turkman, uno degli sfollati autorizzati a entrare, ha raccontato quanto il ritorno sia stato emotivamente devastante.
“È la prima volta che rientro nel campo dopo più di un anno e mezzo”, ha detto. “Rivedere la mia casa e il mio quartiere è stato estremamente commovente. Siamo venuti per recuperare alcuni dei nostri effetti personali, ma ciò che abbiamo vissuto non potrà mai essere compensato.”
Secondo Turkman, quella breve visita ha ricordato a tutti ciò che è stato perduto e quanto sia ancora incerto il futuro.
“Spero che arrivi il giorno in cui potremo tornare a vivere qui.”
Anche Aisha Zeitoun, un’altra residente sfollata, ha descritto il ritorno come un’esperienza dolorosa.
“Rientrare nella mia casa dopo oltre un anno e mezzo mi ha spezzato il cuore”, ha raccontato. “Ogni stanza custodisce i ricordi della vita che avevamo e rivederla ha fatto riaffiorare emozioni fortissime.”
Quando la famiglia è entrata nell’abitazione, si è trovata davanti a una scena di devastazione.
“Avevamo pochissimo tempo per raccogliere quello che potevamo, ma la distruzione era enorme”, ha spiegato. “Non siamo riusciti nemmeno a portare via molti dei nostri beni, perché la casa era troppo danneggiata.”
Pur essendo riusciti a recuperare alcuni oggetti, Zeitoun sottolinea che ciò che gli abitanti desiderano davvero è un ritorno definitivo, non visite temporanee.
“Oggi ce ne andiamo con pochi effetti personali. Ma quello che vogliamo davvero è poter tornare a casa per sempre e ricostruire le nostre vite.”
Uno sguardo raro all’interno del campo
Gli abitanti del campo profughi di Tulkarem sono sfollati dal 27 gennaio 2025, quando l’esercito israeliano ha lanciato l’operazione militare nel campo. Da allora, secondo le autorità locali, oltre 10.000 persone sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni.
Nel corso dell’operazione, durata diciannove giorni, circa 40.000 rifugiati dei campi di Jenin, Tulkarem e Nur Shams sono stati espulsi con la forza dalle loro case da unità speciali israeliane pesantemente armate, supportate da veicoli blindati, droni e bulldozer.
L’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, ha definito l’offensiva israeliana “la crisi di sfollamento più lunga e più estesa dal 1967”. Secondo le sue stime, il 43% del campo di Jenin, il 35% di quello di Nur Shams e il 14% del campo di Tulkarem sono stati distrutti o gravemente danneggiati.
Molte delle famiglie sfollate vivono ancora oggi in condizioni estremamente difficili, ospitate in alloggi temporanei, centri di accoglienza, case in affitto o presso parenti nei villaggi circostanti.
Secondo le autorità locali, l’operazione militare ha provocato una devastazione diffusa nel campo di Tulkarem: oltre 1.100 unità abitative sono state completamente distrutte e circa altre 4.400 hanno riportato danni parziali.
Le due ore concesse hanno rappresentato una rara occasione per rivedere il campo dopo mesi trascorsi ad attenderne invano la riapertura.
Allo scadere del tempo stabilito, le famiglie hanno lasciato nuovamente Tulkarem portando con sé borse contenenti tutto ciò che erano riuscite a salvare. Alle loro spalle restavano case devastate, ricordi infranti e quartieri rimasti quasi completamente deserti dal giorno dello sfollamento.
Con documenti, vestiti e pochi oggetti personali tra le mani, hanno lasciato il campo senza alcuna garanzia su quando – o se – potranno tornarvi definitivamente.
Quella breve visita ha permesso loro di riabbracciare, anche solo per un istante, i luoghi che un tempo chiamavano casa. Ma ciò che attendono davvero, dal gennaio 2025, è la possibilità di fare ritorno in modo permanente e ricostruire la propria vita.

Sempre ho nel cuore il popolo palestinese. Anch'io dico: Signore fino a quando?". Perché nessuno dei potenti parla? Perché si…
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[…] dalla “devastazione che si è dispiegata davanti agli occhi del mondo”. ( https://bocchescucite.org/difendere-la-dignita-e-la-presenza-del-popolo-di-gaza/ ) Mai così espliciti e rinunciando…
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