L’Europa intensifica la repressione dei rifugiati palestinesi

Articolo pubblicato originariamente su Electronic Intifada. Traduzione a cura della redazione di Bocche Scucite

Foto di copertina: Gli attivisti chiedono il rilascio di Anan Yaeesh, un palestinese detenuto in Italia. Sebastiano BacciZUMA Press

Di Camilla Donzelli

Il 20 gennaio, le autorità greche hanno revocato con effetto immediato lo status di rifugiato a Mohannad al-Khatib, un palestinese di 32 anni originario di Khan Younis, nel sud di Gaza.

“Non accetteremo che a nessun sostenitore di Hamas o a chiunque agisca illegalmente venga concessa protezione”, ha scritto Thanos Plevris, ministro greco per la migrazione e l’asilo, in una dichiarazione pubblicata su X (ex Twitter) – una linea ampiamente ripresa dai media locali, che hanno riprodotto in gran parte la narrativa del governo senza alcuna verifica.

Al-Khatib è stato descritto come un individuo pericoloso che aveva “celebrato i massacri in Israele insieme ai terroristi di Hamas”, con notizie secondo cui la decisione si basava su video e foto che aveva pubblicato sui social media. La misura si basava su una legge del 2022 che consente alle autorità di revocare la protezione in caso di presunte minacce alla sicurezza nazionale.

Mohannad al-Khatib era arrivato in Grecia nel marzo 2025, in fuga dal genocidio in corso a Gaza. All’arrivo, aveva presentato formalmente domanda di asilo e gli era stato concesso lo status di rifugiato, senza che all’epoca vi fossero indicazioni di cosiddette preoccupazioni di sicurezza.

Circa un mese dopo, ad aprile, si è recato in Belgio, dove ha avviato una nuova procedura per richiedere protezione internazionale.

Secondo quanto riportato dai media greci, durante l’esame della sua domanda le autorità belghe avrebbero avviato un’indagine basata su contenuti “incriminanti” pubblicati online da al-Khatib. Tale indagine avrebbe portato a una notifica formale alle autorità greche, che alla fine hanno deciso di revocare il suo status.

Ma gli eventi sembrano essersi svolti in modo diverso.

“False accuse”

“All’inizio di novembre, i media israeliani e filoisraeliani hanno lanciato una grande campagna contro di me, contenente false accuse e informazioni deliberatamente travisate”, ha dichiarato Mohannad al-Khatib a The Electronic Intifada, chiarendo che la sua domanda di asilo in Belgio era stata in realtà respinta mesi prima per motivi puramente burocratici.

In base alle norme dell’Unione Europea, le persone che hanno già ottenuto protezione da uno Stato membro non possono, infatti, presentare una nuova domanda in un altro paese dell’UE.

Secondo al-Khatib, è stata una campagna di odio online – che lo dipingeva come un “terrorista di Hamas” – a spingere le autorità greche a revocare il suo status.

Nel dicembre 2025, ha ricevuto un’e-mail dal Ministero greco della Migrazione e dell’Asilo che lo informava che il suo status di rifugiato era in fase di revisione. Attraverso il suo avvocato in Grecia, ha prontamente presentato la documentazione e le chiarificazioni che confutavano le accuse.

“Il 15 gennaio 2026, la mia richiesta è stata formalmente accettata. Tuttavia, sono rimasto scioccato quando, solo cinque giorni dopo, ho ricevuto una decisione che revocava il mio status di rifugiato, basata principalmente sulla narrazione e sulle prove fornite da fonti israeliane, senza tenere conto delle mie risposte dettagliate o dei documenti che avevo presentato”.

Una nota pubblica di ringraziamento rilasciata dall’Associazione ebraica europea – un gruppo di pressione filoisraeliano – e indirizzata alle autorità greche conferma che l’ambasciata israeliana ad Atene ha svolto un ruolo decisivo nel fornire le prove successivamente utilizzate a sostegno della revoca.

“Questo è uno degli aspetti più preoccupanti del mio caso”, ha aggiunto al-Khatib.

“La protezione dei rifugiati ha lo scopo di garantire la sicurezza dallo Stato o dalla minaccia da cui si fugge, non di dare a quello Stato influenza sullo status giuridico dell’individuo. In questo contesto, l’asilo sembra essere stato utilizzato come strumento di pressione politica e di controllo, piuttosto che come diritto umano”.

“Verdetto già scritto”

Il 16 gennaio, pochi giorni prima che le autorità greche revocassero lo status di al-Khatib, un altro rifugiato palestinese, Anan Yaeesh, è stato condannato dal tribunale italiano dell’Aquila a cinque anni e mezzo di reclusione con l’accusa di “associazione a scopo di terrorismo internazionale”.

Yaeesh era stato arrestato nel gennaio 2024 a seguito di una richiesta di estradizione da parte di Israele, inizialmente accettata nonostante il suo status di rifugiato protetto in Italia.

Nel marzo 2024, una corte d’appello ha respinto l’estradizione, citando il rischio di tortura. Ciononostante, Yaeesh è rimasto in carcere ed è stato presto accusato direttamente dalle autorità italiane di terrorismo, sulla base del suo sostegno ai combattenti della resistenza attivi nella città occupata di Tulkarm, in Cisgiordania, dove è cresciuto.

Il Comitato per la Liberazione di Anan, formato dopo il suo arresto, ha subito segnalato elementi preoccupanti che suggerivano un processo politico, con quello che ha descritto come un “verdetto già scritto”.

In modo sorprendentemente simile al caso di al-Khatib, i fascicoli contenenti le “prove” raccolte dai servizi segreti israeliani sono stati inizialmente ammessi nel procedimento. I fascicoli sono stati poi esclusi, ma solo dopo continue pressioni da parte della difesa.

Dei 47 esperti di diritto internazionale, operatori umanitari e giornalisti chiamati dalla difesa a testimoniare, solo tre sono stati autorizzati a comparire. Le loro testimonianze sarebbero state fondamentali per ricostruire il contesto più ampio della Cisgiordania e collocare le azioni di Yaeesh nel quadro della resistenza all’occupazione.

Già nel marzo 2025, uno degli avvocati difensori di Yaeesh, Flavio Rossi Albertini, aveva descritto le accuse come parte di una strategia in cui l’Italia agisce di fatto per conto di Israele, decontestualizzando e riformulando la resistenza palestinese in modo da farla rientrare nella categoria giuridica del “terrorismo”, al servizio di più ampie alleanze geopolitiche e commerciali.

In una dichiarazione scritta presentata al tribunale nel marzo 2025, Yaeesh stesso ha denunciato apertamente quella che ha descritto come la natura fondamentalmente errata delle accuse contro di lui.

“Non mi state processando sulla base del diritto internazionale, ma sulla base delle vostre relazioni diplomatiche, semplicemente perché Israele è considerato un alleato del governo italiano, un partner commerciale, e voi ritenete legittime tutte le sue azioni”, ha affermato.

Clima repressivo
Altri casi, diversi nei dettagli ma simili nella traiettoria, indicano un modello comune: l’uso elastico dell’etichetta “terrorismo” per includere il discorso politico e la solidarietà con la Palestina, mentre la legge, invece di fungere da scudo, viene trasformata in uno strumento di disciplina e pressione politica.

Nel novembre 2025, Mohamed Shahin, imam di una moschea di Torino, è stato prelevato dalla sua abitazione e trasferito in un centro di detenzione per il rimpatrio in Sicilia, in base a un provvedimento di espulsione firmato dal ministro dell’Interno italiano.

Originario dell’Egitto e residente in Italia da oltre 20 anni, Shahin ha visto il suo permesso di soggiorno permanente revocato improvvisamente per motivi di “sicurezza dello Stato e prevenzione del terrorismo”. Alla base della decisione c’erano le dichiarazioni che aveva fatto durante una manifestazione a favore della Palestina, in cui aveva descritto l’operazione del 7 ottobre 2023 come una risposta comprensibile nel contesto di decenni di occupazione violenta.

A seguito di una rapida mobilitazione delle reti della società civile, Shahin è stato infine rilasciato. Rimane tuttavia in una posizione giuridica precaria, in attesa di una nuova sentenza da parte di una corte d’appello.

Sempre in Italia, durante le vacanze natalizie, Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione dei palestinesi in Italia, è stato arrestato insieme ad altre otto persone con l’accusa di finanziare Hamas.

Anche in questo caso, l’accusa si è basata in parte sulle prove raccolte dall’esercito israeliano e su una definizione di “finanziamento del terrorismo” fondata su designazioni elaborate dalla stessa autorità che ha giustificato il sistematico bombardamento degli ospedali di Gaza sostenendo che fossero basi di Hamas.

Le prove fornite da Israele sono state infine dichiarate inammissibili. Tuttavia, riprendendo la dinamica osservata nel caso di Anan Yaeesh, in cui l’Italia interviene di fatto al posto di Israele nella criminalizzazione della comunità palestinese, Mohammad Hannoun rimane dietro le sbarre.

Il 7 febbraio, Mohammed Khatib, coordinatore europeo di Samidoun, un gruppo che si batte per i prigionieri palestinesi, è stato arrestato dalla polizia greca all’aeroporto di Heraklion.

Era previsto che intervenisse a un evento a Creta incentrato sui prigionieri politici palestinesi. Invece, al suo arrivo, è stato arrestato per motivi di “sicurezza nazionale”.

Secondo una dichiarazione rilasciata da Samidoun, Khatib era stato dichiarato “inammissibile” dalle autorità greche nel dicembre 2025, subito dopo il decimo vertice tripartito Grecia-Cipro-Israele.

È stato rilasciato l’11 febbraio a condizione che si “auto-espellesse” in Belgio, dove vive da molti anni. Anche lì, il suo status di rifugiato è stato recentemente revocato, con le autorità belghe che ancora una volta hanno equiparato le attività di Samidoun al “terrorismo”.

“La mia detenzione non riguarda me, ma il popolo palestinese”, ha scritto Mohammed Khatib dal carcere.

“La Grecia viene utilizzata come strumento di oppressione, al servizio degli interessi colonialisti”.

Precedenti pericolosi

“Ciò che accomuna tutti questi casi è la loro natura politica”, ha dichiarato a The Electronic Intifada Dalia Ismail, giornalista palestinese che vive in Italia.

“Questi arresti non sono basati su reati reali, né hanno lo scopo di punire individui. Il loro scopo è quello di intimidire la comunità e sopprimere la solidarietà con il popolo palestinese, soprattutto dopo le grandi mobilitazioni di massa a cui abbiamo assistito tra settembre e ottobre in Italia. La strategia è quella di punire uno per dare una lezione a cento”.

Konstantinos, attivista del movimento antirazzista greco, spiega che dal 7 ottobre 2023 sono stati documentati in tutto il Paese numerosi casi di profilazione razziale, repressione e arresti arbitrari nei confronti dei palestinesi. La revoca dello status di rifugiato di Mohannad al-Khatib, tuttavia, segna un cambiamento qualitativo che costituisce un pericoloso precedente.

«Questa decisione del ministro dell’Immigrazione segna l’inizio di una nuova fase. Fino ad ora erano sulla difensiva contro l’ondata filopalestinese. Ora che il movimento di solidarietà in Grecia e in tutta Europa si è in qualche modo ritirato, vedono l’opportunità di costruire una nuova controffensiva. Probabilmente assisteremo a ulteriori revoche dell’asilo e la retorica islamofoba diventerà sempre più normalizzata”.

Riflettendo sul suo caso, Mohannad al-Khatib ha avvertito che il presunto equilibrio tra sicurezza ed espressione politica sta crollando.

“Se tali precedenti venissero accettati, le conseguenze potrebbero essere ampie e gravi”, ha affermato.

“I rifugiati palestinesi potrebbero vivere nella costante paura di perdere il loro status giuridico a causa di un post o di una foto sui social media. Gli atti di solidarietà umanitaria potrebbero essere interpretati erroneamente come rischi legali o politici. La libertà di stampa e il diritto alla legittima espressione politica potrebbero essere compromessi. Questo approccio potrebbe estendersi a chiunque critichi le politiche israeliane o esprima sostegno ai diritti dei palestinesi”.

Nelle ultime righe della dichiarazione spontanea rivolta ai giudici italiani incaricati di riesaminare il suo caso, Anan Yaeesh ha posto una domanda provocatoria: «Qualcuno di voi può alzarsi e dire che Israele è uno Stato occupante, oppressivo e terrorista?».

“Tutti voi sapete questa verità nel vostro cuore”, ha aggiunto. “Ma nessuno di voi può dirlo ad alta voce perché verreste accusati di antisemitismo, perdereste il vostro lavoro o potreste ritrovarvi a condividere il tavolo della mensa della prigione con me, accusati di terrorismo”.

Camilla Donzelli è una giornalista freelance con sede ad Atene, in Grecia.

 

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